C’era una volta una bambina convinta che, affacciandosi da un bastione della Fortezza Medicea di Siena, potesse vedere e sentire l’aria di mare. Era un’illusione, certo. Ma, al tempo, io non lo sapevo e anzi la consideravo una cura molto più efficace di tante creme balsamiche e fastidiosi scrioppi che volevano propinarmi per lenire tosse e malanni autunnali. Così, mano nella mano alla mia nonna Gina, passo dopo passo, ci incamminavamo verso l’imponente Fortezza. Io la tempestavo con i miei monologhi da seienne logorroica, lei mi ascoltava paziente, sorridendo. Poi, una volta arrivate, ci fermavamo proprio su quel bastione che guarda il mare.

Lì, secondo lei, l’aria marina ci avrebbe raggiunte. Io dovevo solo respirare a pieni polmoni, così che lo iodio entrasse in me e prevenisse ogni sorta di futura influenza invernale. Lei ci credeva. E io ci credevo. Forse non era vero, ma funzionava. Quella sua forma di pensiero che partiva dal sentire prima ancora che dal sapere, quella sua capacità ancestrale di affidarsi a ciò che non si può dimostrare, ma che consola, mi manca terribilmente.
Forse l’ho sempre saputo che l’aria di mare a Siena non arrivava, o, almeno, anche allora mi sembrava una forma di medicamento alquanto bizzarra. Ma importava? No. Perché quello era tempo di qualità, era amore, era presenza. Ancora oggi, quando io e le mie sorelle passiamo da quel bastione, ci guardiamo complici e ridiamo: “Ti ricordi quando la nonna ci portava a prendere l’aria di mare?” Ed è proprio qui che vi prescrivo un abbinamento che non ha alcun fondamento razionale, anzi, che potrà sembrarvi un azzardo, forse perfino una piccola blasfemia. Ma io ci credo, e a me fa stare bene, come le mani calde e rassicuranti della mia nonna.

Il vino: I Sodi di S. Niccolò
I Sodi di San Niccolò (2018) – non è soltanto il vino simbolo di Castellare: è un canto che nasce tra i filari di Castellina in Chianti, dove il Sangioveto e la Malvasia Nera affondano le radici nei terreni calcarei a quasi 400 metri d’altitudine. Vendemmiato a metà ottobre, cullato dal tempo in barrique e poi nel silenzio della bottiglia. Si presenta nel calice con un rubino intenso come brace viva. Al naso si intrecciano ciliegia e mora, il lampo luminoso dell’arancia, le carezze di cannella e chiodi di garofano. In bocca avanza con passo sicuro: potente e persistente, scolpito da tannini dolci, ma vigorosi, vivificato da una sapidità minerale che lo lega indissolubilmente alla sua terra. È un vino che si imprime nella memoria, come un’ eco possente che riaffiora, come l’immagine di un volto amato che ritorna alla memoria. È di norma un vino che accompagna i piatti più nobili, le carni, i formaggi stagionati, i banchetti ricchi, Eppure, io vi propongo di berlo con qualcosa di completamente diverso: i Londra.

Canapè dal sapore anni ’80, con pan carré morbido, maionese e guarnizioni in bella vista sotto la gelatina: verdure, gamberetti, uova sode… piccoli bocconi da festa casalinga. A Siena, il Bar San Pietro li prepara ancora, su ordinazione, confezionandoli come piccoli gioielli retrò. Un sommelier forse inorridirebbe. Ma sapete che vi dico? Se avete la fortuna di stappare una bottiglia preziosa come I Sodi di San Niccolò, e volete accompagnarla a dei canapè freddi che vi fanno sorridere, fatelo. Perché il vino, come l’aria di mare che si insinua fino alla Fortezza, non è fatto solo di regole: è fatto di emozioni, di ricordi, di suggestioni e spesso di azzardi. E allora, davanti a quel bastione dove mi portava la nonna Gina, con un calice di Sodi e qualche Londra, vi sembrerà davvero di sentirla, quella brezza leggera che arriva dalla Maremma, o da chissà quale mare lontano. Perché nella vita, per stare bene, l’importante è crederci.
