La parola carità deriva dal termine latino caritas e significa benevolenza, affetto. La troviamo spesso negli scritti cristiani come traduzione dalla parola greca agape, cioè grazia o cura. La carità è una delle tre virtù teologali, insieme a fede e speranza. Sempre nel mondo cristiano la carità rappresenta l’amore incondizionato nei confronti di Dio e del prossimo, perchè si ritiene che realizzi la massima espressione dell’animo umano in quanto rispecchia e glorifica la natura di Dio. Spesso viene semplificata nel semplice gesto di fare l’elemosina o di effettuare un qualsiasi gesto di beneficenza o di volontariato. Questa è sommariamente la definizione che si può trovare in qualsiasi dizionario o enciclopedia ed effettivamente, quando si dice fare la carità, il pensiero va subito al gesto di frugarsi le tasche per dare qualche spicciolo ai mendicanti che incontri per strada.

Questo termine doveva essere ben chiaro, così come l’ho spiegato, ad un uomo che a cavallo tra il XIX ed il XX secolo, visse in Slesia, nella cittadina di Ziebice. Dell’infanzia e della gioventù di Karl Denke sappiamo solo che nacque nel 1860 a Oberkunzendorf nell’allora Prussia e visse un’infanzia tranquilla, mostrando, però, qualche problema comportamentale in età adolescenziale, all’inizio della quale una volta scappò anche di casa, finendo, però, per essere ripreso. Finite le scuole divenne giardiniere e all’età di venticinque anni, rimasto orfano di padre, condivise l’eredità col fratello, il quale ricevette la casa, mentre lui si accontentò di una somma di denaro con la quale acquistò un terreno con l’intento di intraprendere la vita agricola. Il suo piano fallì quasi subito, costringendolo a rivendere la sua proprietà per acquistarne una più piccola e modesta. Si reinventò, aprendo una sorta di macelleria, nella quale vendeva anche oggetti di artigianato in cuoio. L’asprezza della vita lo aveva condotto ad abbracciare una fervente fede, tanto da diventare presto organista nella sua parrocchia di fede luterana. Denke si fece notare dai suoi parrocchiani con azioni di carità, aiutava i poveri, sfamava i vagabondi, versava notevoli somme in beneficenza, rivendeva carne di maiale in salamoia al mercato di Wroclaw. Queste sue gesta gli valsero l’appellativo di Vatter Denke traducibile in padre Denke o papà Denke. Un santo, praticamente. Ma qualcosa fece cambiare idea alla popolazione locale quando, il 21 dicembre del 1924 ospitò a casa sua un senzatetto chiamato Vincenz Oliver promettendogli del denaro per scrivere una lettera. Lo sfortunato accettò ma invece di ricevere carta e penna si vide affibbiare un colpo d’ascia che lo avrebbe sicuramente ucciso, se non si fosse scansato in tempo. Il malcapitato Olivier si diede alla fuga, riuscendo a catturare l’attenzione di un vicino che lo vide ricoperto di sangue a causa di una vistosa ferita alla testa, e quindi lo soccorse allertando anche la polizia locale. A sentire la sua storia nessuno potè credere che Denke, da tutti conosciuto come un campione di carità, avesse potuto tentare di ucciderlo, ma un giudice piuttosto puntiglioso, volle vederci chiaro. Arrestò il presunto assalitore ed ne fece perquisire la casa. I poliziotti scoprirono che il brav’uomo conservava due vasche di salamoia con all’interno carne umana, una scatola piena di ossa umane pronte per essere trasformate in sapone, pentole ricolme di grasso, recipienti pieni di denti ed ancora numerosi oggetti, quelli che lui spacciava per articoli di pelletteria, ricavati dalla lavorazione di pelle umana: borse, cinture, sospensori e lacci per le scarpe. La carne che non riusciva a consumare era quella rivenduta al mercato spacciata per carne di maiale. Padre Denke, nell’ignoranza collettiva, aveva cominciato a uccidere persone per cibarsene, ne conservava pezzi e con essi produceva simpatici oggetti d’uso comune. La sua macabra carriera da macellaio era cominciata nel 1903 assassinando la povera Ida Launer. Sei anni dopo continuò con la venticinquenne Emma Saunder, per la cui scomparsa fu condannato (liberato poi scoperto l’inganno) l’incolpevole Eduard Trautmann. L’ultima vittima fu Rochus Pawlick. In mezzo altre 28 persone uccise e accertate anche se si ipotizza che l’effettivo numero sia di 42. Di ogni vittima “Il cannibale di Ziebice” o “Karl il vampiro” come venne affettuosamente ribattezzato più tardi, conservava una mole di informazioni ed appunti che vennero ritrovati tra i vari reperti. Non fu mai possibile sapere il motivo di questi orribili atti, visto che il giorno dopo l’arresto, fu trovato morto causa suicidio grazie ad un cappio fatto con un fazzoletto. Sicuramente un pazzo furioso, ma non un caso unico, a giudicare dall’incredibile numero di cannibali e serial killer che in quel periodo imperversarono in Germania, storie che, insieme a quella appena descritta sono state portate alla luce grazie ad uno studio intitolato “Casus Denke – The Cannibal of Ziębice” dalla ricercatrice Lucyna Bialy presso la University Library di Piasek in Wrocławche. È proprio lei che ce li indica: “È necessario sottolineare che dall’inizio del XX secolo nei territori tedeschi, si sono verificati molti perversi omicidi di massa. Vengono alla mente nomi come Ludwik Tresnov, che violentò, uccise e smembrò quattro bambini nell’area di Osnabrueck. Friedrich Haarmann, soprannominato ‘Il macellaio di Hanover’ che uccise cinquanta giovani persone, vendendo la loro carne. Fu decapitato nel 1926. Un commesso di banca, Freitz Angerstein proveniente da Haiger, ne uccise probabilmente sette. Fu condannato a morte nel 1925. Infine, Peter Kuerten, chiamato ‘Il vampiro di Dusseldorf’, fu accusato di nove omicidi e sette tentati omicidi. Bevve anche il sangue delle proprie vittime. Fu decapitato il 2 luglio del 1931.”

Peccato non poter conoscere quale spiegazione avrebbe cercato di dare a questo fenomeno. Certo è che affidarsi alla carità di certe persone in Germania, in quel periodo non doveva essere la cosa migliore da fare.
