prima parte
Ogni anno, l’ultimo sabato di maggio si corre una gara podistica riservata a veri e propri specialisti: si parte da Firenze, in Piazza della Signoria e in un percorso che attraversa tra gli altri i comuni di Fiesole, Borgo San Lorenzo, Marradi e Brisighella, si conclude a Faenza in Piazza del popolo, dopo aver fatto ben cento chilometri. È stata ideata e svolta per la prima volta nel 1973, per unificare i territori del Sangiovese e quello del Chianti e gli ideatori l’hanno intitolata ad un celebre personaggio del folclore locale, Stefano Polloni, in arte il Passatore, un po’ brigante, un po’ gentiluomo. Tra i 3500 concorrenti che ogni anno vi partecipano ce n’è uno che porta i colori della Lunigiana, abita a Fivizzano ed è conosciuto un po’ da tutti per vari motivi. È facile vederlo correre in qualsiasi condizione meteo lungo la statale 63 del Cerreto e per le pagine del nostro giornale sono riuscito a fermarlo per fargli due domande e farlo conoscere un po’ meglio a tutti. In realtà io lo conosco bene da oltre trent’anni, ma alcune cose che mi ha raccontato mi hanno lasciato letteralmente a bocca aperta. Si chiama Vincenzo Scatoloni e questa è la sua storia.
Chi è Vincenzo Scatoloni e come sei arrivato a Fivizzano?
Sono nato nella Tuscia a Grotte di Castro nel 1959. Vinsi il concorso per entrare nei Carabinieri, ma dovetti rinunciare a partire, perchè persi mio padre. A 23 anni ci ho riprovato e mi sono arruolato come carabiniere semplice, nel biennio 1984/86 ho frequentato la Scuola sottufficiali ed ottenuti i gradi da sottufficiale ho prestato servizio nelle isole dell’arcipelago toscano fino ad assumere il comando della Stazione di Casola in Luigiana, dove sono rimasto fino al 2002. Dopo quella data ho comandato la Stazione Carabinieri di Fivizzano fino al 2018, quando sono andato in pensione. Ho partecipato anche ad una missione all’estero in Kosovo nel 2001/02, lì tra l’altro ho preso parte ad alcune gare interforze, nelle quali ho rappresentato i colori nazionali, arrivando una volta terzo ed una volta primo. Nel 2014 ho partecipato, vincendola, anche ad una gara regionale organizzata ogni anno dalla questura di Siena, la “Marcia del 113”.

Quindi, non solo i colori dell’Arma dei Carabinieri ma anche quelli nazionali…
L’ho fatto con onore.
Quando hai iniziato a correre?
Ho sempre avuto la passione della corsa, ma al mio paese non c’era ancora quella mentalità, per cui ho iniziato giocando a pallone, sport che mi piace tantissimo e per il quale avrei dato tutto. Nel 1988, quando sono arrivato a Fivizzano, ho incontrato una persona con la quale poi sono diventato molto amico, e con cui sono andato anche a fare la maratona di New York. Era un geometra di Casola, si chiama Lucio Cupelli. Gli chiesi di correre insieme e lui accettò e questo mi aiutò a non mollare e a imparare da lui i segreti della sua tecnica e i consigli sulla dieta da seguire per chi corre.
Hai fatto la maratona di New York…
Sì, nel 1994. La prima volta mi sono classificato settecentesimo su circa 32mila concorrenti. Nel 2000 sono tornato, ospite di mia zia a Long Island, per rifare la maratona e ricordo che tirava un vento freddissimo dal Canada, qualcosa di molto simile alla nostra tramontana, facevi due passi avanti ed uno indietro. L’ho conclusa in due ore e cinquantaquattro e rotti classificandomi quattrocentottavo su 35mila corridori migliorando la mia prestazione precedente.
È l’unica gara prestigiosa che hai fatto?
No, ho fatto otto volte la maratona di Venezia. Una di quelle era valida per il campionato italiano militare di maratona, arrivando diciassettesimo su circa trecentocinquanta concorrenti, con un tempo di due ore e quarantanove minuti. Ho fatto circa una ventina di maratone.
Giusto per ricordarcelo le maratone sono lunghe 42 chilometri e centoquarantacinque metri, vero?
Esatto, ma se aggiungi anche solo un metro diventa un’ultra maratona. Durante la mia carriera podistica, ad esempio, io ne ho fatta una in provincia di Parma che era di 43 chilometri. Una volta ho partecipato anche alla Pistoia Abetone, nel 2003, di 50 chilometri di cui 33 tutti in salita. Ti spacca le gambe e forse è anche più dura della 100 chilometri.
Corri con qualche squadra?
Dal 1994 corro con l’Atletica Casone di Noceto in provincia di Parma che viene chiamata il Real Madrid dell’attività podistica. Qui una volta c’era la San Martino di Viano che è stata acquisita poi dall’Atletica Casone, nella quale mi sono iscritto direttamente perché in quell’anno ci videro correre e ci chiesero di entrare a far parte della loro società.

Perché corri? Cos’è la corsa per te?
Uno stile di vita, ma anche una piacevole sofferenza. Non è uno sport di squadra ma singolo: non ci sono litigi o aggressività come ad esempio nel calcio. Nella sofferenza c’è la fratellanza e ci si aiuta l’uno con l’altro. Nelle difficoltà ci si aiuta anche con un semplice gesto o una parola che servono a superare le difficoltà della corsa. È uno stile di vita, perché la vita è proprio come la corsa: parti, arrivi ad un certo punto, quando hai difficoltà, c’è qualcuno che ti aiuta ed alla fine arrivi al tuo capolinea. Parti, poi arrivi ad esempio in una cento chilometri in cui vai in difficoltà ed arriva un podista che ti supera, ma ti dice non mollare, che ce la fai. A me è capitato di correre una maratona in cui erano presenti anche diversamente abili che ho superato, ma mi sono sempre voltato per incoraggiarli applaudendo, dicendogli di non mollare.
È un lavoro di testa…
Sì, si lavora tanto di testa, specie quando le gambe non vanno più, se riesci a farle lavorare insieme riesci a superare le difficoltà. Nella vita è uguale, se nel momento di difficoltà stringi i denti, vai avanti non guardi indietro e non molli, riesci a superarle.
Ci vuole molta disciplina…
Come nell’alimentazione, come quella che ho trovato nei Carabinieri o in altre attività sportive: se sgarri paghi dazio.
Devi anche imparare a sentire il tuo corpo, immagino…
Certo, devi imparare a decifrare quello che il tuo corpo emana, se ti dà input positivi o negativi.
Come si gestisce una corsa?
Esiste un ritmo di gara, che va in base alle proprie capacità fisiche. Si parte dagli allenamenti, che vengono fatti su tre principi cardine: ripetute, medio e lunghissime. Le ripetute sono, per esempio, un minuto a tutta velocità ed un minuto di recupero, che variano da dieci, quindici o venti. Il medio può variare da quaranta minuti a un’ora e venti. Il lunghissimo è una tipologia di allenamento nel quale devi correre quaranta, cinquanta secondi più lento in base al test Conconi, secondo il quale devi correre un’ora a tutta birra o il più velocemente possibile. In base al risultato ottenuto, ad esempio 15 chilometri in un’ora che significa quattro minuti al chilometro, tu devi correre il lunghissimo ovvero dai trenta chilometri in su, ad una media di quattro e quarantacinque, quattro e cinquanta al chilometro. Questo è un ritmo per i tapascioni…
Chi sono i “tapascioni”?
I tapascioni sono quelli che corrono lentamente, ma questa è la base per tutti, poi chi è professionista viene seguito da un allenatore specifico, mentre qui tu sei l’allenatore di te stesso, ti costruisci gli schemi studiando te stesso. La corsa ti fa migliorare, ma fino ad un certo punto, perchè poi raggiungi il tuo limite. Per bypassare il problema devi fare stretching e potenziamento muscolare, se ad esempio in una gara di cento chilometri non hai la muscolatura adeguata, poi crolli. Il quadricipite ad esempio che lavora tantissimo, compie fino a 120mila passi, deve essere aiutato da altri muscoli che lo fanno lavorare meno assumendosi il carico di supportarlo.
Sentendoti parlare di preparazione e di sforzo mi viene spontaneo chiederti perchè alcuni atleti cedono alla tentazione del doping?
Chi lo fa, non è un podista vero, è un gradasso che vuole vincere truffando gli altri. È un atleta a cui manca la parte mentale di cui parlavamo prima. Magari iniziano per gioco, poi però non possono più farne a meno e, vedendo che aumenta le loro prestazioni, continuano. Il vero problema, oltre che etico, è la coagulazione del sangue: se non corri in continuazione ti può portare anche alla morte. Quanti ciclisti hanno beccato che la notte rullavano sulla bici? È disonesto verso altri atleti che si allenano e si alimentano in maniera adeguata. Se hai dei limiti, perché emergere su altri che sono al tuo livello? È puro narcisismo!
A Fivizzano ti conoscono tutti, non solo perché eri il comandante della Stazione Carabinieri, ma anche perché ti vedono come quel matto che corre ogni giorno sulla statale con ogni situazione atmosferica: sole, pioggia, vento. Non ti ferma nessuno…
Io sono stato un podista, un runner, ora sono un ultra runner ovvero uno che fa le 100 chilometri, io potrei correre sempre.
Sei diventato un punto di riferimento: ti vedono e scherzosamente ti danno del matto, ma in realtà tutti ti vogliono bene e ti ammirano…
Si è un vezzeggiativo benevolo, matto nella sua interezza, ma sano perché sa quello che deve fare. Comunque io ho sempre messo a disposizione le mie esperienze podistiche per tutti quanti, anche a Fivizzano. Ho allenato giovani ragazze e ragazzi per entrare nei vari corpi di polizia, anche figli di colleghi, magari anche solo dando indicazioni tramite messaggi. Ho aiutato mio figlio a superare le selezioni quando non riusciva a correre sotto i quattro minuti, con la costanza, l’impegno e la perseveranza, sono riuscito a fargli fare i mille metri in tre minuti e 19 secondi. Ho aiutato molta gente stilando programmi adeguati perché ognuno varia a seconda del sesso, dell’età e del peso ma l’allenamento deve essere costante, ogni volta che se ne perde uno è un problema. In molti mi scrivono: mamme, papà, io non chiedo nulla perchè nella vita bisogna aiutare gli altri, altrimenti non hai fatto abbastanza per dare l’esempio e per farli migliorare economicamente nell’arco della vita.
Ma ad una persona che non ha tutte queste caratteristiche, ovvero la costanza, la perseveranza e la disciplina però è attratta da questa attività, che consigli daresti?
Io ho sempre spronato le persone. Di tutti i ragazzi che ho allenato, mi duole non esserci riuscito con una ragazza che non è entrata nelle forze di polizia, perchè trovava le scuse più plausibili e siccome ero un buon amico sia della mamma, sia del padre, sono sceso giù al mio paese di origine dove abitava ed ho cercato di aiutarla a fare i mille metri, attraverso la tecnica, la respirazione, ma soprattutto lavorando con la testa. Mi dispiace molto ma non sono riuscito a farle superare lo scoglio.
continua…
