prima parte
Diari Toscani incontra la pittrice Luisa Bovani: vive a Grosseto, città nella quale è nata. Il ‘filo’ è il suo mezzo per entrare nella tridimensionalità.

Luisa Bovani, la sua è stata, ed è, una vita ricca di esperienze. Partiamo dall’inizio, da quando ha iniziato a dipingere...
Ho iniziato da bambina, mi è sempre piaciuto tanto disegnare, usavo la china e il carboncino perché mi piaceva molto il chiaro-scuro. Avevo 12 o 13 anni, mentre il colore l’ho scoperto più tardi. Le mie passioni sono state lo studio e il disegno, oltre mia figlia che ho cresciuto da sola, e che è stata il motore della mia vita.

In un nostro precedente incontro, più volte mi ha detto quanto siano state importanti le sue radici per essere oggi quello che è...
Sì, conoscere è stato per me, sempre, un punto focale: in casa mia circolavano sempre tanti libri e giornali. Vengo da una famiglia di artigiani: mio padre faceva le scarpe a mano e mia madre era sarta da uomo e da donna. Il mio compito era studiare, ma, per me, le mani sono sempre state importanti, quelle dei miei genitori hanno permesso di far studiare me e mia sorella, è dalle mani sporche di lavoro di mio padre ho imparato. Pensi che prese la terza media da adulto, studiavamo insieme.
Sporcarsi le mani: che connessione c’è tra pittura e la sua professione?
Nella pittura mi è servito tanto, per esempio nei progetti didattici con i bambini. Nella programmazione didattica segui obiettivi, ma è fondamentale fare una valutazione di coloro che hai davanti. Devi vedere che bambini o che ragazzi avrai, e questo ti porta a fare una programmazione calibrata in base alle loro difficoltà. Come i non vedenti apprendono in maniera aptica, i bambini apprendono per prove di errori e attraverso il lavoro delle mani li appassioni. Un percorso interessante è stato quando abbiamo fatto disegnare loro delle storie, si appassionavano, ed entravano dentro di esse. Insegnare non vuol dire dare una serie di nozioni, vuol dire che ciò che stai imparando diventa un tuo patrimonio, farà sempre parte di te. L’apprendimento non deve essere passivo, bensì attivo, e se dai alle persone la capacità di sperimentarsi viene fuori ciò che essi sono, che siano bambini o adulti. Ed è proprio da ciò che fanno che puoi entrare in corrispondenza con loro e camminare insieme, lo stesso che facciamo con i figli: li affianchiamo, ma è necessario anche avere il coraggio di lasciarli andare, puoi solo essere un supporto.

E poi nei suoi lavori di pittura è entrato il filo, perché?
Ho iniziato a pensare al filo, non come un qualcosa che va solo sulla stoffa, o su un supporto di un certo tipo, ma come qualcosa da poter usare esattamente come la pittura che va su foglio, su stoffa o in determinati spazi. Feci un corso di patchwork per poter lavorare anche con i bambini, e andai a lezione di ricamo; poi nella mia testa si collegò tutto, non vidi più il limite fra tutto ciò che avevo fatto: ricamo, tessitura, macramè.
Ed è stato in quel momento che è nata la voglia di dare tridimensionalità alle sue opere?
La vita è a 360°, è formata da luci e ombre: è trimidensionale, quindi ho pensato che la pittura poteva essere un concetto di tridimensionalità, come una scultura, e mi sono chiesta come potevo dare tridimensionalità laddove, per antonomasia, c’è la bidimensionalità. Mi venne in memoria tutto quello che avevo appreso e cominciai a lavorare su stoffa con altri materiali dando avvio alla contaminazione con cose che erano destinate ad altri usi, le quali non è detto che siano destinate solo a quell’uso specifico perché noi ne facciamo un uso corrente in quel senso. Quattro anni fa andai a San Patrignano per fare un progetto con i ragazzi, si facevano laboratori di tessitura e su pelle, lì studiano anche prototipi per grandi firme. In quel periodo stavano elaborando un prototipo di borsa per Christian Dior con dei tappi di bottiglie. Quando vidi quei tappi, non vidi “quei” tappi, vidi il metallo fuso, ma non si poteva fare, allora pensai a come poter realizzare con materiale duttile. Mi misi a studiare il TPU, un materiale di origine ecologica che permette di essere lavorato, non inquina ed è resistente al calore. E quindi, la faccio breve, andai a Torino a studiare quel materiale che si può lavorare all’ago. Mi sono fatta stampare delle lastre come fosse un tulle, lo si lavora come un pezzo di stoffa qualsiasi ed è indistruttibile. Ho voluto capire fin dove si poteva spaziare, questo per dirle quanto senta la necessità di collegare tutto.

Il filo è presente anche nei ritratti, perché?
Tutto ebbe inizio dal mio desiderio di adottare un linguaggio che fosse alla portata dei ragazzi, essendo il mio legato alla mia età, e quindi fuori dal loro mondo. Mi interessai ai tatuaggi e studiai le simbologie che poi inserii nella pittura su stoffa. Di lì a poco ebbi modo di conoscere Andrea Afferni, un tatuatore famoso che ha uno showroom a Milano, gli chiesi una foto di sua madre e da quella feci un ritratto: lavorai di pittura e di filo, e la mamma di Andrea diventò tridimensionale. A seguire feci un progetto per i non vedenti per capire se poteva andare bene. Andai da alcuni di essi, li fotografai e, successivamente, con la pittura e il filo feci i miei lavori. Quando glieli portai, toccando le tele, riconobbero se stessi, ebbero la percezione del Sé, che nell’essere umano è primaria, e di quello degli altri, e la ebbero tramite l’arte visiva. Studiando ho capito che i fili avendo una temperatura possono essere riconosciuti e quindi era un percorso tattile. Mi sono detta che questo non bastava e si doveva andare avanti così: d’ora in poi con fili di tutti i colori e di tutte le tipologie, affinché la matericità, in ogni sua forma, prendesse corpo e cominciasse a diventare altro.
Ma il filo è stato anche un percorso nelle case di riposo …
Sono stata costretta per motivi famigliari ad avere a che fare con l’Alzheimer, e così l’idea fu di usare il filo nelle case di riposo, dove molte donne avevano questa malattia. La maggior parte di loro, in passato, era stata sarta. Quando si lavora con le mani è una meditazione gestuale perché siamo nel ‘qui e ora’ mentre loro erano nel remoto; come potevo bypassare questo gap? Ebbi l’idea di far cucire un cappotto, ovviamente non potevo dare loro ago e filo, ma cominciarono a mimare la cucitura, e piano piano questo cappotto invisibile prese corpo. Erano sì nel loro remoto, ma con me erano nel presente.
continua…
