Esiste ancora la stroncatura nel mondo letterario e artistico? A Firenze il Gabinetto Vieusseux prova a rispondere ospitando le firme più autorevoli del giornalismo. Con Aldo Grasso, Professore Ordinario alla Cattolica di Milano, esperto di televisione e editorialista del Corriere della Sera, ha dialogato Chiara Dino, giornalista della medesima testata. È in crisi il giornalismo? Quello di idee, di analisi, di critiche, sì. L’esercizio della critica è un’arte da portare avanti con competenza e gusto. Grasso lo ha ribadito a Palazzo Strozzi, dopo averne scritto. Dopo esser partito dall’analisi del termine “critica”, che deriva dal greco “krínō”, “fare distinguo”, termine progenitore anche della parola “crisi”, Grasso ha sostenuto che oggigiorno la separazione tra chi critica e chi viene criticato non esiste più, semplicemente perché ci si recensisce tra pari, tra colleghi. Difficilmente in questi ultimi anni si legge una stroncatura, al limite si ignora un prodotto, ma se se ne parla, non si ha il coraggio di infierire e i pochi che lo fanno sono presto etichettati come invidiosi o spinti da un moto di rivalsa. È essenziale ricordare che il giornalista recensisce il personaggio televisivo, non la persona, ma purtroppo le celebrità sono suscettibili. Grasso ha raccontato con entusiasmo della sua grande soddisfazione quando Fiorello ammise di aver imparato da una sua stroncatura. Susanna, compagna dello showman, gliene aveva fatto notare il potenziale, dicendogli di farne tesoro e di ponderare bene le parole dettate piuttosto dall’affetto.
“Io vengo dall’università e porto con me un piccolo bagaglio teorico che mi ha permesso di non avere un complesso di inferiorità nei confronti di chi lavora nel mondo dello spettacolo e poi, quando ho iniziato questa attività nel ’90, ho avuto due elementi che hanno giocato a mio favore: non abitavo a Roma, dove tutti quelli del mondo dello spettacolo si conoscono, e anche mi fu detto di non apparire in televisione”. Si è perso l’esercizio della critica. Per parlare di un’opera in spazi limitati, per capirne il fulcro e darne un giudizio libero da influenze è necessario avere buona scrittura, competenza, esperienza. Grasso ha citato Benedetti, Manganelli, Praz, Macchia e l’ autorevolezza con cui in passato recensivano i libri. Con l’apparizione della tivù nel ’54, i giornali presero la decisione di dare il ruolo del critico proprio ad alcuni scrittori considerati “titolati” per aver già scrutato il mondo nei loro romanzi: Baldini, Gatto, Guareschi, Gramigna. Allorché Repubblica ingaggiò Beniamino Placido, lo fece per le sue doti di scrittura. Stessa cosa per Achille Campanile al Corriere di Informazione, quando, ai tempi di “Lascia o raddoppia”, i giornali del pomeriggio proponevano i commenti di scrittori, oltre alle domande di Mike. Riguardo all’idea pasoliniana che la tivù costituisse un mezzo di omologazione culturale, arma del consumismo che ci rendeva uguali solo in apparenza, Aldo Grasso ha ribattuto che la televisione è stata invece un motore trascinante di crescita che ha accompagnato l’Italia nella modernità.
“Nel 1954 metà della popolazione era analfabeta e c’era il problema della dialettofonia, ci si esprimeva in dialetto pure in ambiti formali. La tivù di quei tempi ha prodotto serie di prestigio, non inferiori ad opere teatrali o letterarie, che hanno inciso sulla nostra interpretazione del mondo”, ha detto, “purtroppo la tivù commerciale, scegliendo di compiacere i gusti del pubblico, ha offerto un prodotto generalista. Con gli anni si è assistito anche a un fallimento generale della scuola e di molti intellettuali che hanno preferito vendere di più assecondando le tendenze, mirando agli ascolti. Poi è arrivato Internet che ha reso ognuno un potenziale critico. Ci si sente in diritto di dire tutto di tutti. Esprimere il proprio pensiero è così immediato e il percorso che conduce alla competenza viene annullato, tanto che se si alza il livello di scrittura, di eleganza stilistica, si va incontro ad equivoci”. Ne emerge una grande superficialità, non si legge più per intero, ci si ferma ai titoli e alle notizie senza verificarle. La complessità e la profondità si sono perse. E in un certo senso, secondo Grasso, si sta tornando alla cultura orale. Chi ascolta una rassegna stampa, per esempio, è convinto di aver letto il giornale. E l’approssimazione porta alla non riflessione e se non c’è riflessione, non c’è più senso critico.
