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Diari Toscani

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Beato Angelo Paoli: dalla Lunigiana un percorso di croci e carità

DiAlessandro Fiorentino

Ago 22, 2023

Un caro amico mi diceva sempre che non si può parlare di guerra a chi in guerra non c’è mai stato. E questo vale per tutto: solo chi vive certe esperienze in profondità può conoscerle abbastanza da poterne parlare con cognizione di causa ed è in grado, magari, di affrontarle o di aiutare altri a passarci attraverso. San Francesco era ricco, ma si fece povero, estremamente povero.

Un altro Francesco, povero anch’egli ripercorse le vie del Santo di Assisi, seppure con un diverso saio: parliamo di un personaggio totalmente lunigianese, che nel 2010 fu dichiarato beato da Papa Benedetto XVI.  Francesco Paoli nacque ad Argigliano, una frazione di Casola in Lunigiana il 1° settembre 1642, primogenito di tre fratelli e tre sorelle. Non ancora diciottenne prese gli ordini minori a Sarzana e, poco dopo, col fratello Tommaso, si presentò al convento del Carmine di Fivizzano, nella  frazione di Cerignano, dove fu accolto dai frati locali che li inviarono a Siena per la vestizione ed il seguente anno di noviziato. Qui, com’era usanza gli fu cambiato il nome in Angelo. Studiò cinque anni filosofia ed ancora un anno teologia e rimase a Firenze per alcuni anni distinguendosi per la profonda pietà, lo zelo, l’amore verso i più deboli senza risparmiarsi nelle penitenze e privazioni personali. Forse anche queste ultime contribuirono a minare la sua salute, tanto che i suoi superiori lo rimandarono a casa per riprendersi, ma lui rifiutò ed invece di riposarsi si ritirò a vita eremitica nei monti circostanti. Ogni mattina si recava a San Pellegrino in Alpe per dire la Messa. Non è una passeggiata oggi, di certo non lo era nemmeno allora. Gli vennero assegnati altri compiti in altre città, ma la sua attenzione era rivolta sempre e solo ai poveri ed ai diseredati. Si recò a Corniola di Empoli,  a Siena, a Montecatini, a Pisa ed infine di nuovo a Fivizzano, in quel convento che lo vide muovere i suoi primi passi monastici. Di questo ultimo passaggio si narra un aneddoto che meglio fa comprendere il suo carisma e la sua missione tra gli ultimi: lasciò il suo giaciglio ad un povero legnaiolo per recarsi in una grotta a pregare e meditare. Tornò a Roma con incarichi educativi, anche se è assai più probabile che gli fosse stato affidato il compito di riportare ordine all’interno della propria congregazione, questo però non gli impedì di continuare a dedicarsi ai diseredati, ai malati, ai carcerati ed agli affamati. riuscendo a sfamarne almeno trecento al giorno davanti al suo convento. Per questo venne soprannominato Frate Carità. Quando morì all’età di settantotto anni, il 20 gennaio 1720, tutta Roma andò a piangerlo e per le strade alto si alzava il grido: “È morto il Padre Santo! È morto il padre dei poveri! Padre Angelo pregate per noi”

Oggi il corpo del beato Paoli è oggetto di devozione nella chiesa dei santi Silvestro e Martino nel quartiere Monti a Roma. Un santo del passato, qualcuno potrebbe dire, ma non tutti sanno che ancor oggi possiamo vedere i segni tangibili del suo passaggio in Lunigiana e non solo. Scriveva un suo confratello che a Fivizzano “tempestò il territorio di croci” in testimonianza della sua fede. Volete sapere dove sono? Una era in cima al colle dove ora c’è l’ospedale (finché non ce lo porteranno via) proprio lì dove ora potete vedere una statua di Sant’Antonio Abate (quello col porcellino). Un’altra la potete vedere in alto a sinistra arrivando a Fivizzano, in cima al Monte della Tergagliana accanto ad una chiesetta bianca oggetto, ancora oggi, di una forte devozione popolare. L’antica croce in legno, disintegrata dagli agenti atmosferici fu poi sostituita da una celtica in ferro, qualcuno dice su espressa volontà della loggia massonica allora presente nel paese. La chiamano “il crosgion” e se andrete in cima alla chiesetta, al termine di un percorso non troppo impegnativo, oltre ad un’incomparabile vista della vallata sottostante, potrete notare un grosso foro alla base causato da un proiettile sparato,  non si sa bene da chi, ai tempi della seconda guerra mondiale. Tedeschi? Americani? Fascisti? Partigiani? Non ci interessa, è solo una curiosità e tale deve rimanere. E se ancora non vi bastasse sappiate che la tradizione del Venerdì Santo, con la Via Crucis al Colosseo, è una tradizione creata proprio dal beato Angelo Paoli, che non si risparmiò di piantare croci anche in quel posto dove migliaia di cristiani trovarono il martirio nei primi secoli dell’era cristiana. Un uomo venuto da un piccolissimo paese della Lunigiana, che è stato capace di lasciare tanti piccoli semi che ancora oggi crescono, fioriscono  e fanno sentire il loro profumo di santità  in tutto il mondo.