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Diari Toscani

Giornale di cultura, viaggi, enogastronomia e società

Pianosa: nulla di piatto, tranne l’orizzonte

DiVinicia Tesconi

Ago 20, 2023

È piatta, non ci sono dubbi. I romani, per questo, la chiamarono Planasia, da planus: piatto, appunto e da lì, poi nel medioevo, il nome divenne Pianosa e tale rimase per sempre. Ma tutto è, l’isola di Pianosa, tranne che piatta. Terza, per dimensioni, tra le sette isole dell’arcipelago Toscano, con una superficie di poco più di 10 chilometri quadrati, Pianosa si trova  13 chilometri a sud  ovest dell’isola d’Elba, e la massima altezza che raggiunge sul livello del mare sono 29 metri: fatto insolito per un’isola e, in buona parte elemento che ne ha segnato il destino. Il nome  Pianosa, dunque, glielo diedero i Romani, ma la storia dell’isola è di gran lunga più antica della stessa Roma, come testimoniano i molti reperti archeologici rinvenuti sull’isola, risalenti al Paleolitico superiore. I romani la individuarono quando completarono la sottomissione degli Etruschi, che la conoscevano ed abitavano. Di quella grande piattaforma naturale sul mare, che non aveva neppure una minima altura che permettesse una veduta più ampia e la possibilità di essere pronti a fronteggiare eventuali attacchi di pirati e predoni, essi apprezzarono soprattutto l’isolamento. E così la scelsero come sede in cui confinare Agrippa Postumo,  figlio di Giulia Maggiore e nipote di Ottaviano Augusto, in parte per il suo carattere violento e arrogante, molto di più per la possibilità che quest’ultimo, in virtù della stretta parentela con l’imperatore, potesse rivendicare il diritto di succedergli alla guida di Roma. Agrippa, dunque, visse sette anni a Pianosa e, da megalomane quale era, si fece costruire una villa e persino delle terme,  per rendere il suo soggiorno più tollerabile, ma a Pianosa, dove ricevette la visita dell’illustre nonno  finalizzata a una riappacificazione, Agrippa  morì, ucciso in un complotto ordito forse dalla matrigna Livia Drusilla o per ordine dato poco prima di morire dallo stesso Augusto o per volontà del centurione che lo aveva in custodia, in ogni caso con l’identico scopo di impedirgli di diventare imperatore.

Per secoli Pianosa fu uno dei punti di approdo delle rotte commerciali del mar Tirreno e ben due siti archeologici marini nei pressi dell’isola ne hanno dato piena testimonianza. Nel Medioevo raggiunse il suo primo splendore, contesa costantemente tra le repubbliche marinare di Pisa e di Genova, con molti abitanti e con  la costruzione di un magnifico castello, che il mare rendeva particolarmente scenografico. Ma la mancanza di alture e di difese naturali cominciò a presentare il conto: l’isola, florida per agricoltura e allevamento e accessibile  a chiunque, divenne presto meta di  assalti dei predoni turchi. Il controllo di Pianosa alla fine del ‘300 passò a Piombino, ma gli assalti e le distruzioni non terminarono e iniziò la triste alternanza tra popolamento e abbandono che dura ancora oggi. La distruzione finale avvenne nel 1548: Pianosa, ormai parte della signoria fiorentina di Cosimo de’Medici, rasa al suolo dall’ennesimo attacco dell’armata di Federico Barbarossa, venne, per volontà del sovrano, abbandonata e non più ricostruita. Così rimase fino all’inizio dell’800, utilizzata solo come base per le rotte dei pirati. L’intuizione sulle possibilità di Pianosa  come luogo di detenzione venne a Napoleone Bonaparte, che aveva avuto modo di studiare bene l’arcipelago toscano durante l’esilio all’isola d’Elba. In effetti, a Pianosa, nel 1802, il governo francese aveva insediato un presidio e costruito delle fortificazioni, che tuttavia erano state, puntualmente, distrutte da un attacco di predoni. Napoleone raccolse l’eredità romana che valorizzava l’isolamento di Pianosa e la sviluppò, dandole la connotazione carceraria: Pianosa sarebbe diventata una caserma e un luogo di detenzione inattaccabile. Era il 1814: Napoleone ordinò di colonizzare  l’isola e vi fece costruire il bellissimo forte che la presidia: il Forte Teglia. Poi partì per l’ultimo tentativo di riprendersi il potere, che non ebbe il risultato da lui sperato. Il progetto militare di Pianosa sfumò con il suo autore, ma l’attenzione sull’isola era stata riaccesa. Passata sotto il dominio del granduca di Toscana, Pianosa cominciò ad essere coltivata e usata per l’allevamento dagli abitanti dell’isola d’Elba che, però, la popolavano in maniera saltuaria. Questo non impedì la costruzione sull’isola di gran parte degli edifici ancora esistenti, presidi militari e sanitari e abitazioni che venivano prese in affitto. Tra il 1835 e il 1858, Pianosa fu teatro di un primo esperimento sociale ad opera di una società di capitalisti che ne ottenne il controllo come impresa: un microcosmo quasi totalmente autonomo dotato di chiesa, cimitero,  fattoria e case per le famiglie che la popolavano. Ma non funzionò e allo scadere del contratto dell’impresa Pianosa, il granducato di Toscana, ormai alla vigilia della sua annessione al regno d’Italia, decise di trasformare Pianosa in una colonia penale agricola. Un po’ l’idea di Napoleone, un po’ il progetto dell’impresa Pianosa: un piccolo mondo perfetto, popolato, però, in prevalenza da detenuti.

Il Regno d’Italia condivise e incentivò il progetto del granduca e Pianosa divenne la destinazione di coloro che potevano scontare la pena lavorando nei campi. Tra questi, per quattro anni anche Sandro Pertini, condannato per la sua opposizione al fascismo, che proprio da Pianosa scrisse la lettera capolavoro di coerenza, con la quale si dissociava dalla richiesta di scarcerazione fatta da sua madre a un regime che lui disconosceva. La colonia penale agricola funzionò e per quasi tutto il ‘900 Pianosa fu popolata, se pur, in gran parte dalle famiglie dei secondini, e vitale, con una scuola, un campo da calcio, una sala da ballo, feste popolari e gare ciclistiche. La comunità prosperava grazie alla produzione locale: c’erano campi coltivati a grano, frutteti, orti, un grande forno, un enorme pollaio che forniva carne e uova in abbondanza, un allevamento di maiali, un allevamento di mucche, di pecore e capre, connesso con un caseificio che produceva ottimo latte e pregiato formaggio. C’erano due pozzi d’acqua dolce e anche un impianto per la produzione di energia elettrica.

Ma il destino insito nel  nome e nella conformazione di Pianosa, però, era ancora in agguato. A metà degli anni ’70, l’isola venne scelta come sede ideale per la costruzione di un carcere di massima sicurezza. L’idea venne al generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, nel momento in cui si dovevano tirare le fila del terrorismo degli anni di piombo e dare una svolta concreta alla lotta alla mafia. Il carcere destinato al 41 bis venne costruito nel cuore dell’isola, un po’ come una ferita mortale, nella sezione chiamata Agrippa – e come altro? –  e gli ospiti illustri, con qualche eccezione come Madre Teresa di Calcutta che visitò Pianosa nel 1986 proprio per incontrare i detenuti, gli agenti carcerari e le loro famiglie residenti sull’isola, cominciarono ad essere i nomi più oscuri e inquietanti del peggiore passato italiano: dai capi storici delle Brigate Rosse, Renato Curcio, Mario Moretti, Giovanni Senzani a quelli dei più violenti clan mafiosi, Michele Greco, Pippo Calò e Giuseppe Madonia, gli assassini del giudice Paolo Borsellino, a Leoluca Bagarella, Nitto Santapaola fino al capo dei capi, Toto Riina, senza escludere feroci delinquenti come Renato Vallanzasca. Celle affacciate sul corridoio interno e solo un’ora al giorno per passeggiare in uno stretto cortile chiuso al soffitto con una grata. Il carcere duro, misura repressiva estrema adottata dallo stato italiano, segnò l’inizio del declino di Pianosa: la colonia penale agricola, pian piano, lasciò il posto a un imponente servizio di polizia giudiziara che garantiva la difesa dei “potentissimi” reclusi, il circolo virtuoso che aveva retto Pianosa per oltre un secolo si spezzò e si infranse, come del resto la stessa misura del carcere di massima sicurezza, contro cui, peraltro, si mosse anche Amnesty International. Nel 1998 l’ultima cella di Agrippa venne chiusa, ma ciò che era rimasto intorno erano macerie di un esperimento perfetto destinate a diventare zombie architettonici che si specchiano nelle acque più belle del Mar Tirreno.

Oggi Pianosa ha solo due residenti. Il carcere, quello della colonia penale agricola ha una quindicina di detenuti, alcuni dei quali mandano avanti, egregiamente, l’unico bar ristorante dell’isola destinato ai turisti: i nuovi, istantanei colonizzatori dell’isola. Tutto è in funzione di questi: a Pianosa si può fare trekking, immersioni subacque, canoa, passeggiate guidate in bicicletta o semplicemente bagni in acqua trasparente e piena di pesci come un acquario. Ricercata più per il piccolo tratto di spiaggia di sabbia bianca e di acqua turchese, che non per il lungo e denso passato storico, che pur ha lasciato segni così unici ed evidenti, Pianosa sorprende chi sbarca dopo la lunga traversata – due ore e quarantacinque minuti da Piombino – e lo investe con la sua storia, con i suoi edifici di epoche passate tra il lussuoso e il fatiscente, con quell’aria tersa di mare che rieccheggia insieme palpiti bambini e urla di orchi. Tenerezza e paura, nostalgia e dolore, ricordi da salvare e incubi da dimenticare. Il tutto riflesso in un mare che non è mai stato così bello. Non c’è nulla di piatto a Pianosa, tranne l’orizzonte.