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Diari Toscani

Giornale di cultura, viaggi, enogastronomia e società

Goccia a goccia

DiGianni Ammavuta

Lug 31, 2023

OLTRE|FRONTIERA

Destinazione: Bilad Sayt, OMAN

Coordinate: 23°11’33’’N | 57°23’47’’E

Distanza da Firenze: km 6.391

 

 

Individuare dall’alto il villaggio di Bilad Sayt, nell’Oman settentrionale, è relativamente facile. Questo paese, grande come la Germania, adagiato sulla parte sudorientale della penisola arabica, è caratterizzato da un solo colore, nelle sue innumerevoli gradazioni: si tratta del beige, il colore del deserto. Di conseguenza, un punto verde in mezzo a tutto quel beige rappresenta una discontinuità che facilmente attira l’attenzione. Il cielo, nella fattispecie un lancio col paracadute, è uno dei due modi per raggiungere questo remoto villaggio montano. L’altro modo è l’utilizzo di un potente 4×4. Lasciando la prima opzione agli emulatori di Tom Cruise in Mission Impossibile, il trasferimento da Mascat, la capitale del paese, al Bilad Sayt a bordo di un fuoristrada, è l’unica scelta sensata. Ma perché dovrebbe valer la pena imbarcarsi in un viaggio così complesso? Cosa c’è di tanto importante a Bilad Sayt? È semplice: qui si trova l’acqua, la più preziosa e rare delle risorse. In questo insediamento vecchio di duemilacinquecento anni, si può ammirare come l’ingegno umano e una cultura della condivisione e del rispetto per la natura, abbiano permesso alla popolazione di andare oltre la mera sopravvivenza in un territorio tanto ostile. In Oman, come in altre regioni simili del mondo, non piove praticamente mai, e il paese non ha fiumi, anche se è interamente affacciato sul mare. La poca acqua a disposizione nell’entroterra viene dalle oasi. Quella accanto alla quale sorge Bilad Sayt, è un tipo particolare di oasi e si trova sui Monti Hajar. L’acqua, qui, sgorga sì dalle rocce, ma non come nella tipica sorgente montana che occupa il nostro immaginario collettivo; non c’è una cavità da cui l’acqua, tra festanti zampilli, in un panorama pastorale, trova la via per uscire dalle profondità della montagna, fresca e dissetante, pronta per essere imbottigliata. Come delle spugne, le rocce di queste alture sassose immagazzinano l’acqua per rilasciarla lentamente, come un rubinetto che perde. Ma questo è stato, ed è tutt’ora, più che sufficiente. Per sfruttare a pieno la presenza di questa benedizione della terra, gli antichi abitanti, e le generazioni successive, hanno costruito muri di protezione e canali per governare il flusso dell’acqua, e condurlo dalle strette gole da cui sgorga – lento ma incessante – fino al villaggio, senza che ne vada sprecata neanche una goccia. Oggi Bilad Sayt è una gemma verde in mezzo al monocromatismo degli alti speroni rocciosi desertici che la circondano. I suoi arditi terrazzamenti ospitano rigogliosi campi dove si coltivano grano, pomodori, cavoli; ma ci sono anche gli alberi da frutto come il banano, le palme da cocco e da datteri, i fichi e limoni. Il sistema che rende possibile tutto questo, è un felice connubio tra ingegneria idraulica e regole condivise. È un sistema unico al mondo, ma la sua sopravvivenza è in pericolo.

Il villaggio è percorso da canali che distribuiscono l’acqua che arriva dalle montagne. Il loro nome in arabo è “falaj”. Ma nei canali l’acqua non scorre sempre. Se si percorre un falaj, camminando su uno dei suoi stretti bordi, in direzione contraria alla pendenza, si arriva fuori dal villaggio, dove si trovano dei grandi serbatoi che raccolgono l’acqua proveniente dai canali che partono dalle gole delle montagne. Quando il livello dell’acqua è sufficientemente alto, i serbatoi vengono aperti e i canali che percorrono Bilad Sayt si riempiono d’acqua per irrigare le coltivazioni. Questo succede per un massimo di cinque ore ogni nove giorni, attualmente, ed è sufficiente a soddisfare sia le esigenze agricole che quelle civili. Il concetto di spreco, da queste parti, è semplicemente sconosciuto. Persino il vapore acqueo è ottimizzato. È molto comune vedere campi in cui sotto le palme crescono gli alberi da frutto bassi, e sotto di essi un folto manto erboso per il pascolo delle capre. Questo riduce la dispersione del vapore acqueo, che viene intercettato dalla pianta che si erge al di sopra di quella che lo produce più in basso. Gli scienziati dell’ambiente chiamano questa tecnica “agroforestazione”, pensando di aver trovato una soluzione geniale al problema della dispersione del vapore acqueo di origine agricola; peccato, però, che in Oman la si applichi con successo, perlomeno, da qualche centinaio di anni!

Se furono le esigenze legate all’espansione delle città che spinsero i Romani, geniali precursori dell’idraulica, a trovare soluzioni ingegneristiche all’avanguardia per il trasporto dell’acqua in posti anche lontanissimi da dove sgorgava, per gli abitanti che s’insediarono fra queste montagne, oltre alla distanza, c’era il problema della scarsità. Il sistema dei falaj era perfetto, ma l’acqua comunque era poca, e se un contadino irrigava a monte senza pensare a quello che stava a valle, questo poteva creare conflitti. Quindi i contadini di Bilad Sayt, cinquecento anni fa, dovettero affrontare uno dei temi fondamentali delle attuali scienze economiche: vale a dire il problema della distribuzione delle risorse in un contesto di scarsità delle medesime. La soluzione fu brillante, tanto che funziona ancora oggi: Bilad Sayt, come altre comunità che si basano sul meccanismo dei falaj, ha il suo wakil, il suo custode dell’acqua. Egli stabilisce le aperture dei serbatoi, le quote di acqua spettanti ad ognuno, dirime eventuali conflitti o rivendicazioni e – ecco svelato il segreto del successo di questo sistema – tutti lo accettano. Ogni goccia che si stacca dalle rocce e finisce, attraverso l’antico sistema dei falaj, in un campo di Bilad Sayt, è depositaria di un intero corpo di norme e consuetudini sociali, che le consentono di contribuire al sostentamento della comunità, di non venire sprecata, e di non essere motivo di violenze, al contrario di quanto accade tutt’ora, in presenza di un bene scarso e di uno o più gruppi di persone che ne rivendicano lo sfruttamento esclusivo.

Nonostante il sistema dei falaj sia tutt’ora presente – se ne contano più di tremila – e di fondamentale importanza per molte comunità delle oasi, la modernità avanza e minaccia questo sistema di condivisione, che fondamentalmente si basa sull’accordo. La capitale conta milioni di abitanti e le abitazioni hanno tutte luce e acqua corrente, prodotta dai quattro futuristici stabilimenti di desalinizzazione presenti nel paese. Le regioni interne vengono raggiunte regolarmente da autobotti che riforniscono i villaggi più sperduti. E questo è un bene, naturalmente. Meno buono è il fatto che, accanto agli indubbi vantaggi portati dal rapido sviluppo economico dell’Oman, inizino a manifestarsi alcuni allarmanti e stridenti segnali di sperequazione e di aggiramento delle regole, come se, improvvisamente, l’acqua fosse diventato un bene inesauribile, sul quale, addirittura, si possa speculare. E così, ignorando impunemente una serie di regole statali a tutela di questo patrimonio comune, le pompe a motore di pochi contadini che se le possono permettere, sottraggono l’acqua ai villaggi che invece continuano a condividerla secondo le antiche tradizioni. Oppure si concede ad un investitore cinese di costruire un hotel di lusso con piscina – di quelle in cui l’acqua straborda di continuo – proprio sulla collina che sovrasta Bilad Sayt, come fosse una sorta di affronto alla centenaria storia di perizia e di senso civico nella gestione dell’acqua da parte del villaggio. La questione dell’acqua è una delle poche che ancora non è oggetto di un alcun trattato internazionale. Si parla giustamente di crisi climatica, di biodiversità, ma non dell’acqua. Forse perché si pensa che, almeno quella, sia una risorsa inesauribile. Ma l’unica cosa che sembra inesauribile, è la follia di chi ha il potere di prendere decisioni. Gli abitanti di Bilad Sayt, nel frattempo, guardano sconsolati i camion che percorrono senza sosta la collina. L’albergo prende lentamente forma, e l’ombra sinistra dell’abbandono e della cancellazione di secoli di storia, si allunga sul villaggio e il suo meraviglioso reticolo di falaj.

Fonte: Internazionale(Italia), Die Zeit (Germania), Wikipedia