• Dom. Mar 3rd, 2024

Diari Toscani

Giornale di cultura, viaggi, enogastronomia e società

Alessandro Dondi:  ingegnere con la macchina fotografica al collo

DiSilvia Ammavuta

Mar 11, 2023

Diari Toscani incontra Alessandro Dondi. Perito Nucleare e laureato in Ingegneria Elettronica, Alessandro Dondi vive a Borgarello, un paese in provincia di Pavia e lavora a Milano. Coltiva fin da giovane la passione per la fotografia.

Alessandro Dondi, un ingegnere con la macchina al collo… 

Ho scoperto di essere un fotografo a 16 anni. Ho iniziato a scattare per divertimento con una Rolleiflex a pozzetto e a sviluppare le foto in bianco e nero. Anche quando sono entrato a lavorare nell’azienda di famiglia, la Dondi Ingegneria, parallelamente scattavo. Appena arrivò il digitale, grazie ai soldi guadagnati con il mio lavoro, potei acquistare una Panasonic. Le prime immagini avevano una risoluzione penosa, ma avevano il vantaggio di poter essere ritoccate sul computer. Più avanti ho potuto permettermi una Canon EOS50D con cui ho cominciato veramente a realizzare scatti interessanti.

Ingegnere Dondi, nella sua professione, se ho ben capito, le basi sono studi approfonditi, progettazione e, infine, realizzazione. Per fare questo è necessaria una mente schematica?

No, la mente deve essere libera, perché, nel mio mestiere, la parte più importante della progettazione è intuire. Gli schematismi arrivano nella parte successiva di sviluppo del lavoro.

E nella fotografia applica le stesse modalità? 

Nelle foto d’ambiente o da studio ci sono schemi e proporzioni da rispettare quindi, in questo caso, vi è un processo meno intuitivo, mentre è diverso nelle fotografie nella street. In quel caso è intuizione, e due volte su tre vengono fuori cose belle.

Ho potuto vedere alcune sue foto astratte, non posso limitarmi a dire “belle”, voglio andare oltre: interessanti e misteriose; ma la domanda mi sorge spontanea: la foto non è il mezzo per ritrarre la realtà?

Eh… domanda interessante. La foto cattura un momento della realtà, che non sempre è visibile a tutti, in alcuni casi, però, è realtà relativa a me stesso. Effettivamente, l’astrattismo nella fotografia è insolito. Ho avuto ispirazione dagli scatti di Giuseppe Orsini di Lodi. Esiste un mondo oltre la realtà e sono le immagini quasi bidimensionali che danno un’impressione astratta. Per me è importante il dettaglio di un insieme, perché è quel dettaglio che colpisce l’occhio, in questo sicuramente influisce la mia formazione ingegneristica. L’attenzione al dettaglio è dovuta alla capacità di osservare ed è esattamente il particolare che fa di me un fotografo.

Qual è la sua relazione con il corpo della macchina, che ruolo ha la tattilità?

Anche questa domanda è  interessante. Io amo molto toccare il prossimo, abbracciare, baciare: ho una certa tattilità con le persone e il corpo della macchina fotografica è un oggetto che tecnologicamente mi eccita. È  un capolavoro della meccanica. Imbracciare una macchina fotografica è avere in mano un oggetto che ti consente di catturare l’attimo. Noi siamo fatti di energia, energia fatta materia, siamo esseri fatti di vibrazioni e vibriamo con ciò che ci circonda. Mi viene in mente la somma poesia del momento: “L’infinito”, di Leopardi. Noi siamo parte stessa della natura e l’emozione del fotografo ispirato diventa parte della sua fotografia. Dentro ogni scatto c’è un pezzo d’anima.

Da una fotografia si possono conoscere e vedere gli stati d’animo delle persone, come si catturano le emozioni?

Aprendo mente e cuore, arrivano. Quando fotografo le emozioni resto in attesa, osservo e quando arriva l’onda giusta scatto.

E le emozioni in chi guarda, come si suscitano?

L’emozione di chi guarda è l’emozione di chi scatta, perché quell’emozione si blocca nella foto e torna in chi poi guarderà. Ciò che metti nella foto, esce.

Si può gestire l’emozione di chi viene ritratto?

Si può fare. Fondamentale è entrare in empatia con chi hai di fronte. Ci vuole un po’ di riscaldamento prima di scattare, creare una situazione di relazione, comfort. Chiacchieri, calmi o esalti il soggetto in base a ciò che vuoi o devi ottenere. Ciò che è importante è far abituare il soggetto agli scatti, la macchina fotografica “deve sparire” fino al punto che chi viene fotografato, non vede più la macchina e il soggetto non si sente più osservato ma visto. L’ego di chi viene fotografato ha un ruolo importante, mentre quello del fotografo deve sparire.

Un amico fotografo sostiene che non ci siano volti più o meno fotogenici, basta cambiare il punto di osservazione per lo scatto…

Sono d’accordo con il suo amico. A volte mi è capitato di dover fotografare persone “ispide”. In quel caso, mi sono tenuto a distanza e ho scattato con obiettivi lunghi lasciando che “venisse” alla macchina fotografica chi stavo fotografando. Poi ci sono persone che sono naturalmente più a loro agio e allora anche lo scatto ne beneficia.

Esiste una distanza “fisiologica” oltre la quale si può creare imbarazzo nelle persone…

Ognuno di noi ha delle sfere intorno al corpo, entrare in quelle sfere implica avere certi tipi di rapporto con le persone, è fondamentale creare, anche con chi non si conosce, una sorta di complicità per raggiungere lo scopo comune prefisso: uno scatto che soddisfi appieno entrambi.

Fotografia: scrivere con la luce. Lei scrive attraverso le immagini?

Ogni scatto è scrivere un piccolo pezzo di storia, per quanto piccolo possa essere, una serie di fotografie diventano un racconto, che però io non sempre vedo. Sono gli altri che lo vedono, perché riescono ad andare oltre, per esempio: con il nostro amico comune Claudio Roghi stiamo lavorando anche su questo, lui è un critico d’arte e interpreta ciò che io catturo con l’obiettivo.

Torniamo indietro di qualche anno: prossimi alle vacanze andavamo in un negozio di fotografia, acquistavamo i rullini e, felici, partivamo. Al ritorno dalle vacanze andavamo di nuovo nel solito negozio con i rullini e, con una piccola cedola in mano, aspettavamo di andare a ritirare le foto scattate in vacanza. Ogni busta aperta era una sorpresa anche se, spesso e volentieri, di quel pacchetto di immagini, quelle che ci piacevano erano una piccola percentuale, ma era comunque un’emozione. Oggi, cellulare alla mano, c’è l’immediatezza, tutti facciamo foto, tante, e tante ne cancelliamo perché non ci piacciono. Tutto e subito a costo zero. Possiamo dire che si è persa la componente “romantica” legata all’attesa? 

No, si è solamente semplificato il lavoro: la foto nasce da un attimo in cui tu vedi qualcosa, quindi posso dire che quella componente, che lei chiama romantica, ci sia ancora. E se vogliamo parlare di cellulari… be’ ho vinto la medaglia di Bronzo alla 38 esima edizione del Premio Firenze, con uno scatto che ho fatto con il mio Smartphone mentre ero in macchina, un’immagine colta sul momento: con le spazzole dell’autolavaggio che si muovevano sul parabrezza.

C’è un luogo o un soggetto che vorrebbe fotografare e ad oggi non le è stato possibile?

Sì c’è, è un attore che adoro e che ha un’energia pazzesca: Willem Dafoe. Ho avuto la fortuna di conoscerlo personalmente alla proiezione del film PADRE nel quale sua moglie, Giada Colagrande, era regista. Certi attori emanano un’energia soprannaturale, hanno un’aura magica.

La fotografia permette di fermare l’attimo, cogliere un istante, insomma: fermare il tempo. Alessandro Dondi che relazione ha con esso?

Ho avuto intuizioni particolarissime, anche a seguito di studi fatti nella mia professione di ingegnere, e sono arrivato a capire che ognuno ha il proprio tempo. C’è una sfera temporale che non attraversiamo tutti nello stesso modo. È una dimensione nostra, legata all’emotività del momento. Sono fermamente convinto che il “non” debba essere tolto dal nostro pensiero. Non riuscirò ad arrivare in tempo diventerà: riuscirò ad esserci in tempo. Il tempo è relativo ad ognuno di noi. Quell’attimo lo provochi, non lo vivi. La verità è che noi siamo piccoli Creatori, anche se spesso ne siamo inconsapevoli. Noi creiamo il nostro tempo e la nostra vita, e voglio andare oltre: la libertà arriva attraverso l’arte, quando hai capito ciò ti rendi conto che non hai limiti. Le faccio un esempio: durante la pandemia c’è stato un grande cambiamento nella nostra vita, sotto certi aspetti anche una rivalutazione della propria vita, chi ha saputo cogliere quel momento difficile, e ne ha fatto tesoro, ha dato vita a creazioni meravigliose; mai, come in quel periodo di grandi restrizioni, c’era stato un così grande fermento creativo, l’arte quindi è libertà.

Quanto la post-produzione è importante per ottenere il risultato da lei voluto?

È importante. Catturo l’attimo, dopodiché dò risalto con gli strumenti di post-produzione per arrivare ad ottenere ciò che avevo pensato. Non modifico le foto, le esalto.

Nel corso della nostra chiacchierata mi ha citato più nomi di fotografi, alcuni dei quali di grande fama, che relazione ha con essi? C’è un confronto? E se sì, è costruttivo?

Come le accennavo prima, ho avuto amici fotografi che mi hanno insegnato le tecniche della fotografia come Michele Rossi, che reputo un Maestro, oppure Tommaso Miredi della scuola Bauer, giusto per citarne due, che mi hanno formato alla sensibilità digitale, al rapporto aureo. Per quanto riguarda il confrontarsi è importantissimo, puoi cogliere nuovi punti di vista. Quando vado a vedere altri fotografi, o artisti, io assorbo, trovo ispirazione.  È sempre interessante vedere il lavoro di altri. Ho avuto modo di conoscere alcuni fotografi che “fotografavano” l’erotismo, e ho avuto la conferma di quanto pensavo: la nostra inibizione nei confronti dell’eros è dovuta all’educazione ricevuta e da immagini e parole che ci arrivano attraverso i media, e questo ci pone dei grossi limiti.

Progetti futuri?

Il 10 marzo 2023 sarò presente a Pistoia alla mostra EVERYDAY ICONS presso la Galleria Artistikamente. Il 24 marzo 2023 a Milano con Laura Altobelli in occasione della sua mostra personale “Viaggio nell’Astrattismo”, che si terrà presso la Galleria CAEL, in cui saranno presenti alcune mie foto dell’Artista.20 aprile 2023 presentazione dei frigoriferi FABART una serie limitata dei frigoriferi iconici Fab 28 della SMEG personalizzati con immagini create da me insieme all’artista Laura Altobelli. Presso la Sede SMEG in Via della Moscova a Milano. E poi ci sono novità in arrivo per l’autunno prossimo.