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La passione che diventa professione: il fumettista Giorgio Sommacal

DiSilvia Ammavuta

Lug 27, 2022

Non sono un’amante del fumetto. Non lo sono mai stata nemmeno da bambina: ho un bisogno sfrenato di restare agganciata alla realtà, ma parlare con Giorgio Sommacal mi ha fatto ravvedere. Forse è la passione con cui parla del suo mestiere, l’anima che mette nei suoi personaggi, che mi hanno trascinato nel mondo della fantasia, tanto da farmi sentire Alice nel Paese delle Meraviglie. Me li nomina tutti quei personaggi, ai quali ha dato o dà vita, uno per uno, come se parlasse dei suoi figli. Lupo Alberto, Cattivik, Zia Agatha, Sam Colam, Dylan Dog, il cane Rufus, Zagor, Adam Wild. È inarrestabile nel raccontare le storie e i viaggi, che ha fatto con ciascuno di essi, al punto che rischio di perdere il filo. E, allora, partiamo dall’inizio, da Giorgio bambino: “Ho iniziato a guardare le immagini, prima di imparare a leggere. La prima matita, che ho tenuto in mano, era per disegnare. Disegno da sempre”. Da quel momento non si è fermato mai: disegnava manifesti per l’oratorio, in fabbrica le vignette per i giornali del sindacato. Ogni occasione era buona per dare vita a personaggi di fantasia. Dopo il diploma all’istituto tecnico di arti grafiche, il primo impiego è in un’azienda in cui stampano cataloghi rotocalco come Quattroruote, ma si licenzia. L’impiego successivo è in una piccola litografia di amici, mentre l’impulso di disegnare non si arresta. Nel 1986 partecipa a un concorso di fumetti ad Alassio, con una striscia umoristica “The nuclear family”. Vince il primo premio e lo riceve direttamente dalle mani di Silver, colui che ha dato i natali a Lupo Alberto. È l’inizio di una collaborazione: scrive e ne disegna di notte una storia. Silver l’approva, è il 1989. Nel 1991 si licenzia dalla litografia: da quel momento, la sua passione si trasforma in professione. Parla, sorride, mi guarda. “Hai notato che non dico mai ‘piuttosto che’ ?”. Rido, e lo esorto a non usare il termine “empatia” che mi risulta antipatico, ma, al momento giusto, dopo avergli chiesto quanto sia importante avere un buon feeling con i “colleghi di matita”, risponde prontamente: “Nelle produzioni artistiche puoi essere un grande disegnatore, ma quel qualcosa, che chiamo anima, esce quando esprimi te stesso e lavori in completa sintonia. Se non c’è la situazione empatica, il risultato non sarà così soddisfacente”. Questa volta è lui a ridere. È proprio quel sorriso pieno, a farmi scattare la voglia di chiedergli come si disegnerebbe se fosse un fumetto: “Fatto! In una serie di cartoni animati sul tema della Costituzione, in cui c’è un insegnante che parla ai ragazzi: botta di narcisismo e mi sono disegnato”.

Alle sue spalle un manifesto: “Bestiacce! Le incredibili avventure di Sam Colam e Pico Pane”. Segue il mio sguardo e mi dà delucidazioni. Sam Colam è l’assistente del grande scienziato Pico Pane, al secolo Pino Pace, scrittore di libri per ragazzi. Sam Colam altri non è che lui, Giorgio Sommacal. Mi soffermo a leggere la descrizione di questo personaggio. Questa volta, sono io a usare quel termine che tanto poco mi piace: entro in empatia con Sam, anzi, è così empatico che se Giorgio avesse la bontà di trasformarmi in un fumetto, mi lancerei in quelle avventure dal gusto esotico senza pensarci due volte. Un’avventura in quell’Africa nera, della quale ha subìto il fascino, dopo un viaggio, e che tuttora subisce, per poter vedere da vicino una zanzarana, un rinocerocchio, un torangotango, un pesce fossile vivo e, visto che avrei il biglietto per viaggiare nel fantastico, non mi perderei l’opportunità di fare un giro nell’era dello Spergiurassico, in cui lo vorrei come guida per conoscere i Picosauri.

Resto ancorata al mondo fantastico della fauna e gli chiedo se altri animali hanno preso vita dalla sua matita: “Sì, con le vignette di satira politica ‘Strisce bavose’, insieme al pilastro di Lercio.it, Augusto Rasori. Protagonisti: una lumaca maschio e una lumaca femmina. Pubblicate anche su M de’ L’Unità“.

Dopo che ho visto la sua versione in fumetto, non mi resta che chiedergli come si veda nella realtà: “Un vecchio gentiluomo di campagna piemontese. Ci tengo alle mie origini piemontesi! Ho bisogno di avere le montagne vicine. Fanno parte di me”.

© Foto e disegni per gentile concessione di Giorgio Sommacal