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“Sopra le righe” di Francesco Mangiacapra

DiFrancesco Mangiacapra

Giu 19, 2022

Andare sopra le righe è una locuzione, per lo più recepita in senso negativo, sia che si tratti di uscire dalle righe formattate del quaderno in cui si impara a scrivere, sia che si tratti di superare i limiti imposti, in genere, dalle visioni comuni. Ma come tutte le forme di libertà, con la sua inevitabile componente di ribellione, è la chiave che permette ai cervelli pensanti di fare riflessioni. Che non vuol dire, necessariamente, accettare le opinioni che escono dai paletti dell’illusoria condivisione popolare, ma diventare consapevoli della possibilità di contemplare i fatti e le persone, dal maggior numero di punti di vista possibile. Ciò che è scritto, o detto, sopra le righe attira l’attenzione, accende le reazioni, stimola il ragionamento. Ed è questo il senso della nuova rubrica di costume e società che parte oggi su Diari Toscani, tenuta da un personaggio che non ha mai avuto paura di andare sopra le righe: avvocato, scrittore, escort, imprenditore. Soprattutto profondo conoscitore dell’animo umano: Francesco Mangiacapra.

Vittima di odio transgender o della depressione?

Il caso è la drammatica morte per suicidio dell’insegnante transgender Cloe Bianco, avvenuta il 15 giugno, che ha sollevato cori di indignazione nella comunità LGBT e accuse violente dal mondo della politica che ne porta avanti le battaglie per i diritti. Tra le condanne più decise c’è sicuramente quella che la senatrice Monica Cirinnà ha affidato al suo profilo facebook, nella quale sostiene che Cloe Bianco sia morta di odio, ancora impunito non inquadrato dalla legge come reato. Su questo, la riflessione Sopra le righe di Francesco Mangiacapra.

La questione della morte di Cloe Bianco è stata prontamente ripresa dalla senatrice Cirinnà, sempre in prima linea sulle questioni care alla comunità LGBT, tanto da far dimenticare di cosa altro si sia mai occupata nei suoi mandati politici. La senatrice ha voluto richiamare l’urgenza di “una buona legge contro l’omolesbobitransfobia”, dimostrando che ancora le sfugge che il morfema “omo” include tutte le persone omosessuali tout court, e che, quindi, non ci sarebbe bisogno di aggiungere anche il prefisso “lesbo”.

Rincarando la dose, la signora Cirinnà, afferma che tutti coloro che fino a oggi hanno ostacolato la promulgazione della suddetta legge sarebbero responsabili della “decisione” di Cloe Bianco, “morta di odio” e non già di suicidio.

Fa certamente riflettere l’utilizzo studiato di un linguaggio edulcorato, che confonde i termini della questione, spacciando un suicidio, evidentemente dovuto a delle debolezze patologiche, per una libera e pacifica “decisione”. Questa sostituzione terminologica poco onesta apre pericolosamente la strada all’idea che il suicidio possa rappresentare una libera scelta e non già il frutto di un malessere intrinseco che andrebbe piuttosto indagato e risolto. Soprattutto, il gioco di parole della Cirinnà sposta ingiustamente la responsabilità di questo gesto affibbiandola, in maniera forzata, alla collettività o, peggio ancora, a qualche rappresentante del popolo, che non ha votato questa legge per motivi ben più complessi della presunta libertà di odiare. Lo spettro del bullismo, la minaccia del suicidio, diventano, pertanto, il visto per la santificazione. E poco importa che si gridi ai titoli sensazionalisti, senza neppure indagare e capire quali problemi siano sottesi a chi lamenta di subire discriminazioni e quanti di questi deficit non derivino piuttosto da una provocazione voluta, da una fiacchezza intrinseca o da una cattiva o mancata educazione familiare. Per ogni complesso di inferiorità di qualcuno si pretende di coniare una nuova e diversa fobia collettiva, un’accusa di intolleranza a discapito di una maggioranza. Ciò dovrebbe essere evidente a chiunque se, appunto, non fossimo ormai sprofondati in un clima di anestetizzazione permanente del senso critico individuale, a tutto vantaggio di un conformismo dilagante.

È ormai diventato ininfluente se ci si suicida perché vittime delle proprie debolezze, più che delle vessazioni altrui. L’importante è trovare il capro espiatorio, delegare alla società e alla scuola tutte le responsabilità, anche quelle che, invece, dovrebbero dipendere dall’educazione familiare e dall’equilibrio personale.