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Un dialetto incastonato tra Liguria, Emilia e Toscana (parte seconda e ultima)

DiGianluigi Telara

Mag 9, 2022

Magari è meno nota la posizione opposta: quella di Graziadio Isaia Ascoli, morto nel 1907, linguista e glottologo, senatore del Regno d’Italia nella XVI legislatura, che, invece, sosteneva l’opposto e cioè che la lingua italiana avrebbe dovuto nascere progressivamente, col tempo, con la fusione in base all’uso delle lingue regionali italiche.

L’ipotesi per entrambe le impostazioni è la solita: se il latino era la lingua tramite cui si poteva discettare di Dio; se per gli islamici Allah si identifica con la stessa lingua, il Logos; se per gli ebrei l’ebraico è la lingua di contatto tra Jahvè e l’Uomo e se ancora per i greci la Koinè era la lingua perfetta, e considerando che il dialetto toscano si era distinto in quanto sembrava poter permettere capacità linguistiche superiori, allora il toscano può assurgere a lingua dotta, con potenzialità di espressione anche inimmaginabili, come il latino.

I dialetti sono “lingue” parlate in uso alla gente, generalmente, incolta e per questo detestati da chi voleva che i propri figli studiassero. I dialetti sono cioè lingue “basiche”: lingue che servono per la sopravvivenza, non per le discussioni culturali. I vecchi parlavano in dialetto fra loro, ma non volevano che i figli lo parlassero.

La tesi del Manzoni era però che sì, il toscano aveva questa potenzialità espressive più di altre forme dialettali, viste le opere letterarie di illustri scrittori e poeti che la avevano già usata nei secoli addietro.

D’altronde, ad oggi, sembra che, seppure l’italiano sia nato sotto il forte impulso del dialetto toscano, sia sempre più evidente che l’italiano si stia sviluppando come un collage di dialetti ed espressioni tipiche di tante regioni, in particolare quelle meridionali, derivate da gente del sud che si è spostata al nord (giornalisti, uomini delle forze armate, insegnanti, personale nel settore della giustizia, ospedalieri). Le aree regionali dove la cadenza è rimasta più tipica, sono i paesini delle più remote contrade in cui precedenti, o anche successivi, insediamenti possono aver, addirittura, lasciato “isole” linguistiche, memoria della storia umana. Non va sottovalutata neppure l’introduzione di sempre più numerosi anglicismi e neologismi. E ancor più che per i termini, è la cadenza che subisce modificazioni. In epoca fascista i cinegiornali venivano letti in tono “imperiale”. Anche oggi esiste una cadenza mediatica dell’italiano, dentro alla quale viviamo, e forse per questo non siamo particolarmente consapevoli del nostro modo di esprimerci. Ma non credo che dobbiamo preoccuparci per questo. La modifica di una lingua è alla base della stessa storia umana. Ed è un processo irreversibile. Immaginando di poter mettere una accanto all’altra tutte le generazioni che ci hanno preceduto, scopriremmo che riuscirebbero a comunicare solo nell’ambito di tre generazioni, dopodiché non ci sarebbe più capacità di comprensione. Con lo sviluppo dei mezzi di comunicazione e la globalizzazione questa trasformazione sta accelerando. Ma, nonostante il destino dei dialetti sia segnato, vale la pena fare uno sforzo condiviso per la loro salvaguardia e comunque per la loro memoria. Parole, modi di dire, cadenza e personaggi del passato sono un patrimonio: un localismo che arricchisce la nostra italianità. I dialetti sono come le gambe di una sedia su cui l’italiano poggia e offrono l’equilibrio perfetto che è dato dal sapere chi siamo e da dove veniamo. Per questo vanno recuperati in tutta Italia.

Noi, nella nostra piccola isola linguistica, faremo del nostro meglio per non fare dimenticare questa calata ligure-apuana con influssi estensi.

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