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Giornale di cultura, viaggi, enogastronomia e società

Un dialetto incastonato tra Liguria, Emilia e Toscana (parte prima)

DiGian Luigi Telara

Mag 2, 2022

Il dialetto è una lingua basica. Si tratta di una lingua vera e propria che, tuttavia rischia seriamente di essere dispersa e diventare, quindi, una lingua morta. Tutti i dialetti, infatti, sono destinati a venire, pian piano, emarginati dalla lingua madre e a essere dimenticati. Man mano che le generazioni più anziane scompaiono, portano via con loro un pezzo della loro e, di conseguenza della nostra, storia, lasciando un grande vuoto anche culturale. Il dialetto “carrarese”, inteso nella totalità delle sue varianti quali l’avenzino e altri localismi, ha una ricchezza di espressioni fonetiche che spaziano oltre le possibilità grafiche dell’italiano e di altri dialetti. La mancanza di corrispondenza tra grafemi e fonemi conduce alla perdita del patrimonio linguistico dialettale. Ma se noi riuscissimo a creare delle basi grafiche omogenee, la lingua potrebbe non morire più. Siamo ancora in tempo. L’idea che ho sviluppato, e che penso possa essere condivisa, è quella di un manoscritto che non solo permetterà la lettura del dialetto con i suoni giusti ma che favorirà anche il recupero della cadenza. Tra gli obiettivi c’è quello di creare un alfabeto “carrarese” per fare in modo che i suoni della zona siano identificati e salvaguardati e perché possano essere usati come i mattoni in comune alle varie sottosezioni dialettali del territorio.

La mia passione per il dialetto carrarese nacque quando ero molto giovane e mi portò, già allora, a intervistare le persone anziane usando un registratore. Ricordo che, all’epoca, sentivo parlare il dialetto correntemente per la strada, nei negozi, al bar, ovunque. Oggi, rientrato a Carrara dopo circa trent’anni di quasi assoluta assenza, sento solo gente che parla in italiano, al massimo con una cadenza anche assai netta, ma sempre e solo una cadenza. Il dialetto è rimasto solo per gli anziani poco scolarizzati. Le nuove generazioni non conoscono affatto il dialetto locale e, forse, si dovrebbe valutare la possibilità di inserirlo come piccola sezione nell’insegnamento scolastico. Ma per capire le dinamiche all’origine del dialetto carrarese è necessario partire da quelle che regolano la formazione generale della lingua italiana.

L’Italiano doveva nascere come frutto di un unico dialetto o da un agglomerato di dialetti loco-regionali elaborati in modo colto da dei sapienti? Questa era la domanda che cominciavano a porsi già ai tempi di Dante, epoca in cui cominciava ad essere evidente che il latino si era spezzato una moltitudine di “lingue” locali (dialetti). Nel “De Vulgari Eloquentia”, Dante tratta l’argomento con precisione, anche se l’opera non è stata completata. Nell’opera, scritta in latino tra il 1303 e il 1305, Dante identifica quelli che chiama “volgari municipali”, cioè i dialetti, in tre gruppi fondamentali in base alla diffusione e all’estensione del territorio in cui erano usati: il toscano, il siciliano, che derivava da una lingua romanza legata alla dominazione normanna dell’isola e il bolognese. La questione era se far emergere uno di questi “dialetti”. La parola dialetto deriva dal greco διάλεκτος, diálektos, ovvero “lingua”, termine che condivide l’etimologia con la parola “dialogo”, scambio verbale tra le persone. La questione sollevata già ai tempi di Dante era quella di far emergere uno dei tre macrodialetti da usare anche per le opere letterarie o di costruire a tavolino l’italiano letterario per mano di saggi, letterati e dotti, in una forma di idealità che aveva già contraddistinto lo stile koinè dei greci ellenistici. Il quesito, quindi, era: i dialetti sono da considerare espressioni linguistiche che designano varietà linguistiche minoritarie che interessano tutta l’area delle lingue neolatine in un continuum dialettale fatto da vernacoli limitrofi, oppure sono lingue vere e proprie cioè lingue regionali, che si differenziano dalla lingua cosiddetta “tetto”, ovvero la lingua dominante?

Tutti ricordiamo la celebre frase di Manzoni dei “panni sciacquati in Arno”. Manzoni riteneva che, tra i vari vernacoli, il toscano avesse in passato già dato ampia prova delle espressioni linguistiche per l’opera dei tanti scrittori e poeti che si erano espressi con questa “lingua”.