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Massa e Carrara, i soli amori di Maria Teresa Cybo Malaspina

DiVinicia Tesconi

Dic 29, 2021

Una vita in balia della ragion di stato: pochissimo amore, tantissime delusioni e una memoria imperitura legata alla diatriba annosa e quasi irrisolvibile della proprietà delle cave di marmo di Carrara, che, proprio lei, per prima, tentò di dirimere. È ingrato, se mai lo ha fatto, il bilancio della vita di Maria Teresa Francesca Cybo Malaspina, duchessa di Massa e principessa di Carrara e poi, per infelicissimo matrimonio, duchessa di Modena e Reggio. Eppure è a lei che Massa e Carrara devono moltissimo. Era la prima figlia di Alderano I Cybo Malaspina duca di Massa e di Ricciarda Gonzaga, contessa di Novellara. Maria Teresa non nacque a Massa, tuttavia, ma a Novellara nel 1725. A soli tre anni perse il padre e, in quanto erede del suo regno, divenne merce di scambio per gli accordi internazionali tra i sovrani europei volti a mantenere saldi gli equilibri che garantivano loro il potere. A poco più di dieci anni venne destinata a sposare il principe Eugenio Giovanni Francesco di Savoia-Soissons, duca di Troppau e conte di Soissons, cadetto dei Savoia che aveva il doppio dei suoi anni, ma le nozze non si celebrarono perché lo sposo morì di sifilide due settimane dopo gli accordi matrimoniali. Dal nuovo mercato di stati e parentele dinastiche uscì fuori un nuovo marito, questa volta un ragazzino di 14 anni, persino più giovane della stessa Maria Teresa. Era Ercole Rinaldo III D’Este, duca di Modena e Reggio. Il sovrano, però, era suo padre, Francesco III, che da tempo stava tramando nell’ombra per riuscire a garantire al suo stato uno sbocco sul mare. Il mare, dunque, arrivò con Maria Teresa e il suo ducato di Massa e principato di Carrara, ma se il dominio dei D’Este si rallegrò e si potenziò, Maria Teresa dovette solo rattristarsi e dolersi. Ercole III la detestava. Solo perché costretto dagli obblighi di successione le diede due figli, Maria Beatrice e Rinaldo Francesco che sopravvisse solo cinque mesi, ma poi si rifiutò persino di incontrarla dicendosi disgustato dalla sua vista, la offese in ogni modo portando a palazzo le sue amanti senza alcun ritegno, tanto che Maria Teresa scelse di vivere separata da lui, nella sede di Reggio. Unico conforto per Maria Teresa, oltre alla figlia, la sua terra, nella quale non mancava mai di tornare e della quale si occupava con intelligenza e lungimiranza. A Massa e a Carrara, Maria Teresa ritornava ogni estate: controllava i suoi possedimenti, verificava il lavoro dei suoi delegati e, soprattutto, governava, tenendo il polso degli umori, dei malesseri, dei bisogni di quelle sue terre, tutt’altro che facili da amministrare, per le cui genti lei, rimase, tuttavia, una sovrana part-time. Ma Maria Teresa non mollò mai e intervenne diretta sull’economia, sulla cultura e sulla vita sociale dei suoi stati. Le continue lamentele e cause legali relativi allo sfruttamento degli agri marmiferi, delle quali era ben tenuta al corrente, la spinsero, nel 1737, a emanare il famoso editto nel quale vennero censite le cave e i beni estimati i cui strascichi sono ancora oggi irrisolti. Sicuramente se Maria Teresa avesse immaginato le conseguenze di quell’atto, si sarebbe ben guardata dal firmarlo, perché nei suoi piani c’era solo il miglioramento dell’amministrazione e della vita dei suoi stati. Fu, infatti, promotrice del completamento della via Vandelli, che collegava Modena a Massa, volle un nuovo ospedale sempre a Massa e si adoperò presso il papa affinchè Massa e Carrara diventassero un’unica diocesi, distinta da quella di Luni e poi, realizzò il suo capolavoro: nel 1769 istituì l’Accademia di Belle Arti di Carrara, progetto a cui aveva atteso sin dal 1757, quando le era giunta la proposta da Giovanni Domenico Olivieri, scultore carrarese che, in Spagna aveva collaborato alla creazione dell’Accademia di Madrid. Inizialmente l’Accademia avrebbe dovuto formare gli studenti nelle tre arti figurative: pittura, scultura e architettura ma, alla fine, Maria Teresa scelse di eliminare la pittura, proprio per favorire lo sviluppo di arti strettamente legate al marmo, fondamento dell’industria locale. Per mantenere la sua Accademia, Maria Teresa istituì per la prima volta la tassa sui marmi. Negli ultimi anni della sua vita si ritirò nel palazzo di Reggio Emilia, lontano dal marito che nel frattempo aveva avuto un figlio dalla sua amante, mantenendo i contatti solo con la figlia Maria Beatrice, sposata a Ferdinando d’Asburgo. In quella Modena in cui era stata sempre infelice non volle tornare nemmeno da morta e quando si spense, il 25 dicembre del 1790, venne sepolta, per sua volontà, nella Basilica della Madonna della Ghiara a Reggio Emilia, in una tomba realizzata nel suo marmo di Carrara, dallo scultore carrarese Giuseppe Pisani, e sovrastata da un busto che la raffigura, realizzato dal celebre scultore carrarese Giovanni Antonio Cybei, che lei stessa aveva nominato primo direttore dell’Accademia di Belle Arti di Carrara.