L’Osservatorio indipendente di Alas Tensas ha documentato 57 femminicidi a Cuba entro il 5 ottobre 2026, oltre a 27 tentati femminicidi. In Italia, secondo i dati del Viminale, nei primi nove mesi dell’anno sono stati registrati 15 femminicidi. Due Paesi diversi per condizioni economiche, istituzioni e strumenti di monitoraggio, ma accomunati dalla necessità di prevenire la violenza contro le donne.
Cuba, 17 ottobre 2026, Cinquantasette donne uccise in meno di dieci mesi. È il bilancio dei femminicidi documentati a Cuba dall’Osservatorio di genere di Alas Tensas (OGAT), che al 5 ottobre 2026 ha registrato anche 27 tentati femminicidi e due omicidi di uomini avvenuti in contesti di violenza femminicida. Un quadro che riporta al centro dell’attenzione la violenza contro le donne in un Paese attraversato da una profonda crisi economica ed energetica.
Il dato è stato aggiornato dopo l’uccisione di Nilda Díaz Santana, 58 anni, morta il 2 ottobre a Cárdenas, nella provincia di Matanzas. Secondo le informazioni raccolte dall’osservatorio, la donna sarebbe intervenuta per proteggere la figlia dall’aggressione armata dell’ex compagno di quest’ultima. La figlia è rimasta ferita e anche altri familiari sono stati coinvolti nell’attacco. Il presunto aggressore è stato fermato dalla polizia.
La vicenda mostra come la violenza di genere possa colpire non soltanto la donna presa direttamente di mira, ma anche i familiari che cercano di difenderla. Secondo OGAT, nei casi analizzati tra gennaio e agosto 2026, 26 delle 49 donne uccise avevano figli minorenni a carico; almeno 40 minori sono rimasti direttamente coinvolti nelle conseguenze di quelle morti.
Il numero delle vittime si inserisce in una realtà segnata dalla scarsità di combustibile, dai blackout, dalla povertà e dal deterioramento delle condizioni di vita. La crisi energetica limita gli spostamenti, complica le comunicazioni e può rendere più difficile raggiungere ospedali, forze dell’ordine e servizi di assistenza. In alcune aree le interruzioni elettriche sono prolungate, mentre la disponibilità di energia varia sensibilmente da una località all’altra. Le circa 20 ore di elettricità giornaliere riferite in alcune situazioni non descrivono necessariamente le condizioni dell’intera isola.
In questo contesto, anche la possibilità di chiedere aiuto può diventare più fragile. Una donna che vive con un partner violento potrebbe non avere risorse economiche sufficienti per andarsene, trovare un alloggio alternativo o garantire la sicurezza dei figli. La scarsità di trasporti e servizi può aggravare ulteriormente l’isolamento, soprattutto nelle zone rurali.
La povertà, tuttavia, non produce automaticamente violenza e i blackout non possono essere considerati una causa diretta dei femminicidi. Sono condizioni che possono aumentare la vulnerabilità e ostacolare la prevenzione, mentre la responsabilità degli omicidi rimane degli aggressori. Anche il consumo eccessivo di alcol può aggravare alcuni episodi, ma non spiega da solo la violenza maschile né costituisce un elemento presente in tutti i casi.
L’osservatorio ha documentato anche aggressioni avvenute durante le interruzioni elettriche. Tra queste figura il caso di Yusinay Capetillo Martínez, 41 anni, aggredita mortalmente nella propria abitazione durante un blackout il 19 settembre 2026, all’Avana. Il caso rende concreto il problema della sicurezza quando vengono meno alcuni servizi essenziali, senza dimostrare che l’interruzione elettrica sia stata di per sé la causa del delitto.
A queste difficoltà si aggiunge la carenza di dati pubblici completi e continuativi sulla violenza di genere. L’assenza di informazioni ufficiali facilmente accessibili rende più difficile conoscere la dimensione reale del fenomeno, valutare l’efficacia degli interventi e individuare tempestivamente le situazioni di rischio.
L’Osservatorio di genere di Alas Tensas è nato nel giugno 2019, come iniziativa della rivista indipendente Alas Tensas, fondata nel 2016. Il suo compito è registrare, verificare e denunciare la violenza contro donne e ragazze, con particolare attenzione ai femminicidi e ai casi di scomparsa o aggressione che rischiano di rimanere senza risposta istituzionale.
Il monitoraggio viene condotto attraverso una rete di osservatrici presenti a Cuba, fonti comunitarie, mezzi d’informazione e collaborazioni con altre piattaforme indipendenti, fra cui Yo Sí Te Creo en Cuba. La verifica dei singoli casi richiede la raccolta di testimonianze e informazioni disponibili, in condizioni che possono rendere difficile l’accesso ai documenti giudiziari, di polizia e medico-legali.
Il lavoro dell’osservatorio si svolge inoltre in un ambiente difficile per l’attivismo indipendente. Secondo OGAT, la mancanza di statistiche pubbliche trasparenti e le pressioni sul lavoro delle organizzazioni civiche ostacolano la documentazione e la denuncia della violenza contro le donne.
La serie storica elaborata dagli osservatori indipendenti registra 16 femminicidi nel 2019, 33 nel 2020, 36 nel 2021, 36 nel 2022, 90 nel 2023, 56 nel 2024 e 48 nel 2025: complessivamente 315 casi verificati nel periodo 2019-2025. Le cifre possono essere aggiornate in seguito a nuove verifiche o riclassificazioni; non devono quindi essere interpretate come una misura esaustiva di tutti i femminicidi avvenuti nel Paese.
Il 2023 rappresenta un anno particolarmente grave nella serie. La variazione dei conteggi negli anni successivi, però, non basta a dimostrare che la violenza sia diminuita o aumentata nella stessa misura: la capacità di documentare i casi, il possibile ritardo delle segnalazioni e l’assenza di un registro ufficiale completo incidono sulla lettura dei dati.
Oltre ai 57 femminicidi verificati nel 2026, OGAT ha riferito di stare esaminando altri 11 possibili femminicidi e 11 tentati femminicidi segnalati nello stesso anno. Sono casi ancora da verificare e non vanno sommati ai 57 come se fossero già accertati.
Il confronto con l’Italia offre un punto di riferimento, ma richiede attenzione alle differenze fra le fonti e i criteri di classificazione. Secondo i dati del Ministero dell’Interno riportati dall’ANSA il 13 ottobre 2026, fra il 1° gennaio e il 30 settembre in Italia si sono verificati 230 omicidi volontari, di cui 67 con vittime donne. Nello stesso periodo sono stati registrati 15 femminicidi, tutti attribuiti a partner o ex partner.
Nel medesimo intervallo del 2025 gli omicidi volontari erano stati 238, con 77 vittime donne. I dati del 2026 indicano quindi una diminuzione degli omicidi complessivi e delle donne uccise, pur senza esaurire il problema della violenza di genere.
Per il 2025, il Ministero dell’Interno aveva registrato in Italia 97 femminicidi, rispetto ai 118 del 2024. Si tratta di dati istituzionali che seguono le classificazioni adottate dalle autorità italiane. Dal primo trimestre 2026, il monitoraggio ministeriale comprende anche i dati relativi alla specifica fattispecie penale di femminicidio prevista dall’articolo 577-bis del Codice penale.
La situazione italiana è diversa da quella cubana anche per la disponibilità di dati ufficiali, le modalità di registrazione e l’accesso ai servizi pubblici. Ciò non significa che in Italia la violenza contro le donne sia marginale: le statistiche sugli omicidi rappresentano soltanto la punta estrema di un fenomeno più ampio, che comprende maltrattamenti, violenza psicologica ed economica, stalking e violenza sessuale.
L’indagine ISTAT pubblicata nel 2025 ha stimato che circa 6,4 milioni di donne in Italia, pari al 31,9% delle donne fra 16 e 75 anni considerate nell’indagine, abbiano subito almeno una violenza fisica o sessuale a partire dai 16 anni. Tra le donne che hanno o hanno avuto un partner, il 12,6% ha riferito violenze fisiche o sessuali nell’ambito della coppia. Questi dati riguardano esperienze di violenza nell’arco della vita e non sono direttamente confrontabili con il numero annuale dei femminicidi.
Il confronto numerico mostra una differenza evidente: 57 femminicidi verificati a Cuba entro il 5 ottobre 2026 e 15 registrati in Italia nei primi nove mesi dello stesso anno. Non sarebbe però corretto interpretare questi numeri come un confronto diretto del rischio individuale di essere uccise.
I due conteggi derivano infatti da sistemi diversi. A Cuba, OGAT è un osservatorio indipendente che ricostruisce i casi in un contesto di scarsità di statistiche ufficiali complete. In Italia, i dati citati provengono dal monitoraggio istituzionale del Ministero dell’Interno e seguono criteri giuridici e amministrativi specifici. Anche le date di riferimento non coincidono esattamente.
Per un confronto rigoroso occorrerebbe considerare la popolazione femminile di ciascun Paese, calcolare tassi per 100.000 donne, uniformare il periodo di osservazione e verificare che le definizioni di femminicidio siano comparabili. Sarebbe inoltre necessario conoscere quanto ciascun sistema riesca a individuare e classificare i casi.
Le differenze sociali ed economiche restano importanti. A Cuba, la crisi energetica, la scarsità di combustibile, la povertà e la fragilità dei servizi possono rendere più difficile sottrarsi a una relazione violenta e ottenere protezione. In Italia esistono strumenti istituzionali di rilevazione e protezione, ma la presenza di servizi non elimina automaticamente i rischi né impedisce tutti gli omicidi.
In entrambi i Paesi, la prevenzione richiede interventi tempestivi davanti alle minacce, protezione concreta per le donne che denunciano o cercano di lasciare un partner violento, sostegno economico e abitativo, servizi accessibili e attenzione ai minori coinvolti. Richiede anche dati affidabili, perché senza informazioni complete è difficile misurare il problema e valutare le risposte delle istituzioni.
Dietro ogni statistica c’è una persona, una famiglia e spesso una rete di figli e parenti che subiscono le conseguenze della violenza. Il caso di Nilda Díaz Santana lo ricorda con particolare durezza: una madre intervenuta per proteggere la figlia è stata uccisa durante l’aggressione.
I 57 casi documentati da OGAT non rappresentano necessariamente il bilancio completo dei femminicidi avvenuti a Cuba nel 2026. Rappresentano, invece, un dato verificato da una rete indipendente che continua a raccogliere informazioni in condizioni difficili. In Italia, i numeri ufficiali raccontano una realtà diversa, ma non meno meritevole di prevenzione e attenzione. Il confronto fra i due Paesi non serve a stabilire una graduatoria: serve a comprendere come contesti differenti possano ostacolare la protezione delle donne e perché la lotta alla violenza di genere debba restare una responsabilità pubblica e sociale.
