foto di Daniele Ussi
Dalla gavetta in una cucina di sushi in Giappone alla costruzione della propria identità professionale: la storia di Megumi è quella di una donna che ha imparato a credere nel proprio sogno senza dimenticare le persone che hanno reso possibile il suo cammino. Ci sono persone che incontriamo quando la loro storia è già scritta, quando il successo è arrivato e guardare indietro sembra quasi semplice. E poi ci sono persone che abbiamo avuto la fortuna di conoscere quando quella storia doveva ancora essere costruita.
Per me Megumi appartiene alla seconda categoria.
Ricordo ancora quando ci siamo conosciute. Eravamo due giovani donne, entrambe con bambine piccole, e stavamo cercando di capire quale sarebbe stato il nostro posto nel mondo. C’erano le responsabilità quotidiane, la famiglia, i figli, ma anche quella parte di noi che continuava a chiedersi cosa avremmo voluto diventare.
Non avevamo ancora tutte le risposte.
Oggi, guardando Megumi, penso proprio a quella giovane donna e alla strada che ha percorso da allora. Una strada che non è stata costruita attraverso scorciatoie o successi improvvisi, ma attraverso lavoro, gavetta, rinunce, famiglia e una determinazione silenziosa.

La sua storia comincia in Giappone, in una cucina di sushi, in un periodo in cui vedere una donna dietro il bancone non era affatto scontato. Megumi osservava il maestro e cercava, come racconta lei stessa, di “rubare con gli occhi”: un movimento, una tecnica, un gesto alla volta.
Poi sono arrivati il lavoro, la maternità, i sacrifici. Le recite delle figlie alle quali non sempre ha potuto assistere. I dubbi. La necessità di conciliare due parti della propria identità che troppo spesso vengono raccontate come incompatibili: essere madre e continuare ad avere un sogno personale.
Ma nella storia di Megumi non c’è soltanto il racconto di una donna che ce l’ha fatta da sola. Ed è forse questo uno degli aspetti più belli delle sue parole. Lei stessa rifiuta questa narrazione e riconosce quanto siano stati importanti suo marito, sua suocera e le sue figlie, Akemi e Yumi.

La sua è una storia di indipendenza, ma anche di gratitudine.
Ed è una storia nella quale il successo non coincide con l’essere arrivati, perché Megumi, ancora oggi, continua a ripetersi che c’è qualcosa da imparare.
Questa è la sua storia, raccontata attraverso le sue parole.

Megumi, prima di essere una chef affermata sei stata una donna, una madre e una sognatrice. Quando hai capito che la cucina non sarebbe stata soltanto una passione, ma la tua strada?
Il mio lungo viaggio nel mondo della cucina è iniziato in una cucina di sushi in Giappone. All’epoca non era ancora un’epoca in cui fosse normale vedere una donna dietro il bancone a preparare il sushi. Io lavoravo in cucina, occupandomi ogni giorno della preparazione degli ingredienti e di tutto ciò che veniva prima del servizio. Osservavo attentamente il maestro e cercavo di imparare guardando il suo lavoro, cercando di “rubare con gli occhi” ogni tecnica e ogni piccolo gesto.
È stato un lungo periodo di gavetta, fatto di lavoro duro, pazienza e tanta umiltà. Non era certo la parte più visibile o affascinante del mestiere. Ma oggi, guardando indietro, penso che è proprio grazie a quegli anni trascorsi in cucina, a quella gavetta e a tutto ciò che ho imparato allora, che oggi sono la persona e la chef che sono. Il mio percorso non è iniziato con un grande successo. È stato costruito giorno dopo giorno, imparando una cosa alla volta e continuando a fare un passo dopo l’altro.

Il Giappone è una parte profonda della tua identità. Quali insegnamenti ricevuti dalla tua famiglia e dalla cultura giapponese ti hanno accompagnata nella costruzione della tua carriera?
La mia famiglia mi ha insegnato fin da piccola una cosa molto importante: imparare a essere indipendente e a non dipendere dagli altri. Mi hanno insegnato a fare da sola le piccole cose, ad assumermi le mie responsabilità e a diventare una persona capace di camminare con le proprie gambe. Mi hanno insegnato anche a essere riconoscente. Anche per le cose più piccole, bisogna saper dire grazie.
E soprattutto mi hanno insegnato a rispettare ogni persona allo stesso modo, senza giudicarla in base alla sua posizione, alla sua età o alle sue condizioni.
Nel mondo della cucina si lavora ogni giorno con tante persone diverse. Per questo, oltre alla tecnica, credo che il rispetto, la gratitudine e la capacità di assumersi le proprie responsabilità siano valori fondamentali. Sono valori che la mia famiglia mi ha trasmesso e che ancora oggi fanno parte di me, sia come persona sia come professionista.
Dietro ogni successo ci sono momenti che nessuno vede. Qual è stato il sacrificio più grande che hai dovuto affrontare per arrivare dove sei oggi?
La cosa più dolorosa è stata non poter essere presente alle recite, alle presentazioni scolastiche e agli eventi importanti delle mie figlie. Quando scegli di dedicarti con tutte le tue forze al lavoro, a volte devi rinunciare a momenti importanti della vita familiare. Per me, come madre, non poter essere accanto alle mie figlie in quei momenti è stato molto difficile. Sul lavoro puoi continuare ad andare avanti, puoi recuperare un’occasione, puoi imparare e migliorare. Ma la crescita delle proprie figlie e quei momenti della loro vita non tornano indietro.
Per questo, se penso al prezzo che ho pagato lungo il mio percorso, quello è sicuramente il sacrificio che mi ha fatto più male.
Essere madre e, allo stesso tempo, costruire una carriera importante significa spesso dividere il cuore tra famiglia e lavoro. Hai mai avuto paura di non riuscire a conciliare le due cose?
Sì, e credo che sarebbe poco sincero dire il contrario. Ma devo anche riconoscere che non sarei arrivata fin qui da sola.La mia famiglia mi ha sostenuta completamente e, grazie a questo sostegno, ho potuto continuare a lavorare e a inseguire il mio percorso. Sono particolarmente grata a mia suocera e a mio marito. Mi hanno sostenuta e hanno fatto tutto il possibile affinché io potessi concentrarmi sul mio lavoro. Quando sei impegnata a lottare per qualcosa, a volte pensi che tutto dipenda soltanto dalla tua forza. Ma guardando indietro, mi rendo conto che dietro di me c’era una famiglia che mi sosteneva. Il mio percorso non è stato soltanto il risultato dei miei sacrifici. È stato anche possibile grazie alle persone che hanno camminato accanto a me.
Nella tua storia c’è una parola che sembra avere un peso particolare: resilienza. Qual è stata la caduta più difficile da superare e qual è stata la forza che ti ha permesso di rialzarti?
Credo che il mio percorso come chef sia stato, in sé, una lunga serie di sfide.
Per una donna, soprattutto all’inizio del mio percorso nel mondo della cucina, trovare il proprio posto e dimostrare il proprio valore non è stato sempre facile.
Ma ho imparato a non concentrarmi sulle ragioni per cui qualcosa non fosse possibile. Ho imparato a chiedermi semplicemente: “Che cosa posso fare oggi?”
È quello che facevo anche quando lavoravo nella cucina del ristorante di sushi.
Non venivo riconosciuta immediatamente. Dovevo imparare, osservare, lavorare e dimostrare giorno dopo giorno quello che ero capace di fare. Guardavo il maestro, osservavo ogni movimento, imparavo e trasformavo poco alla volta ciò che vedevo in una mia competenza. Quella esperienza mi ha insegnato che la resilienza non significa essere invincibili. Per me significa tornare in cucina il giorno dopo, anche quando è stato difficile, e cercare di essere un po’ migliore di ieri. È questo che ho continuato a fare nel corso degli anni.
Oggi, guardando la strada percorsa, che cosa vedi quando pensi alla Megumi di tanti anni fa? Vorresti dirle qualcosa?
Se potessi incontrare la Megumi di tanti anni fa, prima di tutto le direi: “Hai fatto bene a non mollare.” Ma le direi anche: “Non è ancora finita.” Perché, sinceramente, non sento ancora di aver raggiunto un vero traguardo. Quando guardo indietro, naturalmente vedo tutto quello che ho vissuto. Vedo la cucina di sushi in Giappone, gli anni di gavetta, le tante ore trascorse a preparare, osservare e imparare. Vedo le difficoltà, i sacrifici, la maternità e anche il sostegno della mia famiglia. Ma non penso di essere arrivata alla fine del mio percorso. Voglio continuare a crescere, come chef e come persona. Per questo alla Megumi di allora direi: “Hai fatto tanta strada. Sii orgogliosa di quello che hai costruito, ma continua a imparare, perché c’è ancora tanta strada davanti a te.”





E se davanti a te ci fosse oggi una giovane ragazza che sogna di diventare chef, ma pensa di non avere abbastanza talento, coraggio o possibilità, quale sarebbe la frase che vorresti lasciarle?
Le direi di non aspettare di sentirsi pronta. Se pensa di non avere abbastanza talento, coraggio o opportunità, le direi semplicemente: inizia. Fai il primo passo.
Io stessa non sono partita da una situazione privilegiata. In un’epoca in cui non era normale vedere una donna preparare sushi dietro il bancone, ho iniziato lavorando in cucina, occupandomi della preparazione e imparando una cosa alla volta. Quando hai un grande sogno, non puoi pretendere di fare subito grandi cose. Per questo credo che sia importante dare valore alle piccole cose. Fare bene il lavoro che hai davanti. Osservare chi ha più esperienza di te. Imparare. Accettare gli errori. E il giorno dopo ricominciare. Non credo che per diventare chef basti avere talento. Bisogna continuare, continuare a imparare e, soprattutto, imparare a credere in se stessi. Con il tempo, tutto questo diventa la tua forza.
E c’è un’altra cosa che vorrei dire. Inseguire un sogno non significa necessariamente dover combattere da soli. Io sono arrivata fin qui anche grazie alla mia famiglia, a mio marito e a mia suocera, che mi hanno sostenuta nei momenti più importanti. Per questo penso che non si debba mai dimenticare la gratitudine. Non dobbiamo pensare di aver raggiunto qualcosa soltanto grazie alle nostre forze. Dobbiamo riconoscere e valorizzare le persone che ci sono state accanto. Per me, questo è fondamentale. E infine, ci sono tre persone alle quali voglio dire un grazie speciale. Mio marito è stato il mio più grande sostenitore.
Ha creduto in me fin dall’inizio. Non è una persona che ha bisogno di tante parole. Ma, proprio con poche parole, nei momenti in cui ne avevo bisogno, ha continuato a incoraggiarmi e a credere in me. Quando ero stanca, quando avevo dei dubbi o quando attraversavo momenti difficili, lui era lì. Spesso non servivano grandi discorsi. Mi bastava sapere che lui credeva in me. Guardando indietro, mi rendo conto che non sarei arrivata fin qui soltanto con le mie forze. Dietro il mio percorso ci sono stati il sostegno della mia famiglia, l’amore delle mie figlie e, soprattutto, la presenza di un uomo che ha creduto in me fin dal principio.
E voglio dire grazie anche alle mie due figlie, Akemi e Yumi. So che, durante gli anni in cui ho inseguito il mio sogno, ci sono stati momenti in cui la mia assenza vi ha fatto sentire la mancanza della vostra mamma. Come madre, è una cosa che porterò sempre nel cuore. Eppure, nonostante questo, non mi avete mai rimproverata. Avete continuato a credere in me e avete camminato insieme a me, passo dopo passo, fino a oggi. Per questo voglio dirvelo con tutto il cuore:
Akemi, Yumi, grazie. Arigatō. Grazie per avermi aspettata, per avermi capita, per aver creduto in me e per essere state al mio fianco anche quando non potevo esserci quanto avrei voluto. Il vostro amore e la vostra comprensione hanno avuto un valore immenso nel mio percorso. A mio marito e alle mie figlie voglio dire grazie. Grazie per avermi sostenuta, per aver creduto in me e per non aver mai smesso di incoraggiarmi. È una gratitudine che le parole difficilmente possono esprimere. E oggi, invece di pensare di essere arrivata, voglio continuare a crescere. Voglio continuare a imparare, a migliorarmi e a diventare una chef e una persona di cui la mia famiglia possa essere orgogliosa. E spero che un giorno, guardandoci indietro, io, mio marito, Akemi e Yumi potremo dire insieme:
“Ne è valsa la pena.”.
Forse è proprio questa ultima frase a riportarmi alla Megumi che ho conosciuto tanti anni fa. Allora eravamo semplicemente due giovani madri con delle bambine piccole e una strada ancora tutta da trovare. Non potevamo sapere dove ci avrebbero portato le nostre scelte, quante volte avremmo dovuto cambiare direzione o quanta forza sarebbe servita per non dimenticare, tra le responsabilità quotidiane, anche noi stesse. Oggi guardare Megumi significa vedere cosa può accadere quando una donna comincia, poco alla volta, a dare spazio al proprio sogno. Non c’è bisogno di romanticizzare i sacrifici: alcuni fanno male e Megumi lo racconta con grande sincerità. Ma la sua storia ricorda anche che essere madri non cancella ciò che siamo, ciò che sappiamo fare o quello che possiamo ancora diventare.
Forse è questo che mi emoziona maggiormente nel raccontarla oggi.
Perché dietro la chef che vediamo c’è ancora quella giovane donna che ho conosciuto allora. Solo che oggi ha alle spalle anni di lavoro, errori, conquiste, rinunce, persone che hanno creduto in lei e soprattutto il coraggio di aver continuato a credere anche in se stessa.
E la cosa più bella è che Megumi non considera questa storia conclusa.
Sta ancora camminando.
