Ci sono date che, dopo una morte, smettono di appartenere al calendario e diventano ferite. Il compleanno di un figlio è una di queste.Per un genitore dovrebbe essere il giorno in cui si ricorda la nascita, si preparano una torta, un regalo, una telefonata. È il giorno che accompagna la crescita: i primi anni, la maggiore età, il lavoro, gli amori, i progetti. È una data che, anno dopo anno, dovrebbe raccontare una vita che continua. Invece, tutto cambia quando quel figlio muore giovane e la stessa data si trasforma in qualcosa di radicalmente diverso, non più soltanto il ricordo della nascita, ma la misura di tutto ciò che avrebbe dovuto ancora accadere.
La ricerca sul lutto dei genitori mostra quanto siano importanti proprio le ricorrenze. Questo non significa che esista un calendario universale del dolore, significa piuttosto che il tempo non procede soltanto in avanti. Infatti, per chi perde un figlio, alcune date riportano improvvisamente alla relazione con quella persona, alla sua età, ai suoi progetti e a ciò che non potrà più essere.
La psicologia del lutto parla, a questo proposito, di continuing bonds, i legami continuativi con la persona morta. Il rapporto con il defunto può continuare attraverso ricordi, oggetti, rituali, pensieri, gesti e forme simboliche di presenza e questi legami possono essere contemporaneamente fonte di conforto e di sofferenza. Ed è forse in questa contraddizione che si comprende cosa può significare, per un padre o una madre, arrivare al compleanno del figlio che non c’è più. Simbolicamente rappresenta il giorno in cui avrebbe dovuto avere un anno in più.
Settembre è un mese di compleanni mancati e c’è una data che rende tutto questo particolarmente evidente: 23 settembre. È il compleanno di Mattia Battistetti, nato a Montebelluna il 23 settembre 1997 e morto a 23 anni, il 29 aprile 2021, in un cantiere edile. A ricordarlo è stata la madre, Monica Michielin, che ha raccontato pubblicamente la vita del figlio, i suoi interessi, il lavoro e i suoi progetti. Mattia amava stare all’aria aperta, la moto, l’auto, il calcio. Aveva rinunciato a un posto da capostazione perché non voleva un lavoro d’ufficio. Lavorava come ponteggista e dedicava parte del suo tempo anche al volontariato nella Croce Bianca di Montebelluna. La madre lo ha descritto come un ragazzo solare, altruista, pieno di progetti e con una particolare attenzione verso gli altri. La sua morte ha lasciato alla famiglia non soltanto il 29 aprile come data impossibile da dimenticare, ma anche tutte quelle giornate che, se Mattia fosse vissuto, avrebbero avuto un significato diverso. Infatti, tra queste c’è il 23 settembre, e proprio il 23 settembre 2026, nel giorno del suo compleanno, a Quinto di Treviso si terrà la seconda edizione de La Repubblica delle vittime del dovere, con un momento dedicato alla memoria di Mattia e la partecipazione della madre Monica Michielin.
La morte di un figlio giovane ha una caratteristica particolare: interrompe una storia che, agli occhi dei genitori, sembrava ancora largamente da scrivere.
Non c’è soltanto ciò che è stato perduto.
C’è ciò che non sarà mai vissuto.
Un figlio che avrebbe potuto cambiare lavoro, innamorarsi, sposarsi, avere figli… tornare a casa per Natale, litigare con i genitori e poi fare pace. Avrebbe potuto costruire una casa, fare un viaggio. Nel caso di ragazzi e giovani lavoratori morti nei cantieri, nelle fabbriche, sulle strade o nei campi, questa dimensione è ancora più evidente perché la morte arriva mentre la vita adulta è appena cominciata. È quello che emerge dalle storie di molte vittime.
Kevin Laganà, 22 anni, la vittima più giovane della strage di Brandizzo, aveva cominciato a lavorare appena maggiorenne. Era descritto dai familiari come un ragazzo solare, con grande voglia di vivere e molto legato alla famiglia. Morì nella notte tra il 30 e il 31 agosto 2023, insieme a Michael Zanera, 34 anni, Giuseppe Sorvillo, 43, Giuseppe Aversa, 49, e Saverio Giuseppe Lombardo, 52.
La storia di Kevin porta con sé anche una di quelle immagini che rendono concreto ciò che significa perdere un figlio giovane: poco prima della tragedia aveva scritto al padre sui social parole di affetto. Il giorno dopo, quel padre non aveva più un figlio da aspettare a casa.
Raffaele Vergara aveva appena 20 anni. Morì il 19 luglio 2023 a Frattamaggiore, incastrato in un macchinario per la macina delle spezie. Giocava a calcio nella Virtus Afragola e pochi giorni prima aveva rinnovato il contratto con la società. La cronaca raccontò così, insieme alla morte, anche il futuro che quel ragazzo aveva davanti.
Davide Gennaro, 22 anni, morì nel settembre 2020 in un’azienda agricola di famiglia a Cavallermaggiore, dopo essere caduto in un silos durante un’ispezione. Il fratello Francesco Gennaro, 25 anni, entrò nel silos nel tentativo di intervenire e rimase anch’egli gravemente coinvolto.
Mariano Laino, 27 anni, morì il 13 settembre 2021 mentre lavorava in un cantiere sull’autostrada A1, travolto insieme al mezzo di servizio da un camion. Era originario della Calabria e viveva nel Piacentino.
Mirko Serpelloni, 27 anni, morì l’11 settembre 2023 dopo essere precipitato alcuni giorni prima da un tetto a Manerbio. Nel tempo libero coltivava le sue passioni per il disegno e la musica, pubblicando le proprie illustrazioni e produzioni musicali con il nome di Mirko Sick.
E poi Matteo Tasca, 35 anni, morto il 27 settembre 2023 dopo un malore mentre lavorava sul tetto di un’abitazione a Tavernola Bergamasca. Era artigiano, padre di famiglia e consigliere comunale di Bottanuco.
Queste storie non sono identiche e non raccontano le stesse circostanze, non lo sono le responsabilità accertate nei singoli casi, ma tutte raccontano la stessa frattura: la morte interrompe una persona proprio mentre la sua vita avrebbe dovuto continuare.
Esiste molta ricerca sul continuing bonds che mostra che molti genitori continuano a mantenere una relazione simbolica con il figlio: attraverso fotografie, le ricorrenze, che possono riattivare intensamente il dolore proprio perché riattivano il legame. Il compleanno non è soltanto una data sul calendario; è un punto nel tempo che si ferma. In altre parole: ricordare non è necessariamente il contrario del tentativo di andare avanti. Per molti genitori, ricordare è uno dei modi attraverso cui si continua a essere madre o padre di quel figlio.
