In ogni automobile c’è una proporzione strutturale che non è mai casuale: lo specchietto retrovisore è piccolo, mentre il parabrezza davanti a noi è immenso. Guardare nello specchietto è un gesto fondamentale per la sicurezza: ci permette di sapere da dove veniamo, di controllare i veicoli che ci seguono e di misurare visivamente quanta strada abbiamo coperto da quando siamo partiti. Ma se un guidatore si ostinasse a tenere gli occhi fissi solo su quel piccolo rettangolo di vetro riflettente, andrebbe inevitabilmente a schiantarsi contro il primo ostacolo che si presenta di fronte. Quando si è attraversata l’ombra della cura o di una metamorfosi personale profonda, la tentazione di fissare lo specchietto retrovisore è fortissima. Inconsciamente ci si volta continuamente indietro a guardare “come si era prima”, oppure si rimane ipnotizzati dal ricordo dei momenti più bui vissuti durante la sosta ai box. Rimanere incastrati con lo sguardo all’indietro rischia di trasformare la nostra identità in una memoria perenne del dolore, facendoci dimenticare che la vita vera, con tutte le sue opportunità, sta accadendo adesso, proprio al di là del nostro parabrezza.
Il tranello del “come ero prima”
Uno dei rischi più grandi del periodo del rientro è il confronto costante con il passato. Si tende a misurare la propria giornata presente sulla base degli standard di forza, velocità ed efficienza che avevamo prima della diagnosi o della crisi. Questo confronto è ingannevole: il passato rievocato nello specchietto sembra spesso ideale, privo di crepe, mentre il presente ci appare faticoso e pieno di cautele. Fare memoria della propria strada serve a riconoscere il valore delle ferite superate e la straordinaria forza impiegata per rimettersi in marcia. Ma quel riflesso nello specchietto deve servire a darci slancio e consapevolezza, non a paralizzarci nel rimpianto di ciò che non c’è più. Non siamo più le stesse persone che sono salite in macchina all’inizio del viaggio, e pretendere di tornare esattamente identici al passato significa negare la ricchezza e la maturità conquistate durante l’attraversamento dell’ombra.
Il giusto utilizzo della memoria
Guardare nello specchietto retrovisore con gratitudine e senza nostalgia cambia completamente la prospettiva della guida. Quando la mente corre ai giorni del pit-stop o ai semafori rossi più lunghi, quel ricordo non deve rievocare la paura, ma deve ricordarci la nostra capacità di tenuta. Deve dirci: «Guarda da dove sei partito, guarda quale salita ripida hai già superato». In questo senso, il passato diventa un alleato della marcia verso il futuro. Lo si osserva per un istante rapido prima di una manovra o di un cambio di corsia, per rassicurarsi sulla propria stabilità, e poi si torna immediatamente a guardare avanti. È un equilibrio sottile tra la custodia della propria storia e il coraggio dell’avvenire.
Lo sguardo verso il parabrezza
Arrivati a questa seconda tappa di settembre, capiamo che la vera guarigione non consiste nel cancellare la strada già percorsa, ma nell’assegnarle il giusto spazio visivo all’interno del nostro abitacolo.Il parabrezza resta ampio, pulito, spalancato sul panorama di ciò che dobbiamo ancora vivere. Il volante è saldo tra le mani, la musica suona nell’abitacolo e il viaggio continua. Riconosciamo il valore di ogni singolo chilometro rimasto alle nostre spalle, ma scegliamo di orientare tutta la nostra attenzione verso la strada che si srotola davanti a noi, pronti ad accogliere ogni nuova curva con la fiducia di chi sa da dove viene, ma sa soprattutto dove desidera andare.
Buon viaggio, per chi volesse contattarmi può farlo a gabrielefabbri1993@gmail.com
