Ci sono famiglie che, dopo aver perso un figlio, un marito, un padre o un fratello sul lavoro, si trovano davanti a un dolore che nessuna parola riesce davvero a descrivere. Eppure alcune di queste famiglie, proprio dentro quella sofferenza, trovano la forza di costruire qualcosa che va oltre il lutto come associazioni, campagne di sensibilizzazione, incontri nelle scuole, iniziative sportive, libri, testimonianze pubbliche. Non perché il dolore sia passato, ma perché hanno deciso di trasformarlo in un impegno capace di parlare agli altri. È una forma particolare di elaborazione del lutto, che non significa dimenticare o accettare, ma canalizzare la rabbia, darle una direzione, trasformare l’impotenza in una possibilità di intervento. La perdita rimane, spesso resta una ferita quotidiana, ma l’impegno civile può diventare un modo per continuare a vivere senza permettere che la morte del proprio caro venga archiviata come una semplice statistica.
In Italia esistono diverse esperienze nate proprio da tragedie familiari. Una delle più longeve è l‘Associazione nazionale Ruggero Toffolutti per la sicurezza dei luoghi di lavoro, nata nel 1998, pochi mesi dopo la morte di Ruggero Toffolutti, giovane operaio dell’indotto della Magona di Piombino, ucciso da un ingranaggio. L’associazione si è posta fin dall’inizio l’obiettivo di tutelare la vita e la salute dei lavoratori e di sensibilizzare l’opinione pubblica. Nel tempo ha sviluppato incontri pubblici, conferenze nelle scuole, pubblicazioni, iniziative culturali, manifestazioni sportive e momenti di denuncia e informazione. È significativo che tra le attività di queste realtà ci siano proprio le scuole. La funzione pedagogica della memoria è infatti uno degli aspetti più importanti di questo impegno. Raccontare a ragazze e ragazzi la storia di una persona morta lavorando significa rendere concreto ciò che altrimenti rischia di rimanere astratto: il rischio, la prevenzione, la formazione, il diritto a lavorare in sicurezza. E poi quando a parlare davanti agli studenti è un familiare, il messaggio assume una forza diversa. Non si tratta più soltanto di una norma da imparare o di un dispositivo di protezione da indossare, si parla di una vita che è stata spezzata e di una famiglia che da quel giorno non è più la stessa. La testimonianza diventa così uno strumento educativo potentissimo.
È lo stesso principio che ha portato alla nascita della Carta di Lorenzo, dedicata a Lorenzo Parelli, lo studente di 18 anni morto il 21 gennaio 2022 durante l’ultimo giorno di un percorso di alternanza scuola-lavoro in un’azienda di Lauzacco, in provincia di Udine. La sua morte ha provocato una profonda riflessione sul rapporto tra scuola, formazione e sicurezza. Nel 2023 la famiglia di Lorenzo e la Regione Friuli Venezia Giulia hanno promosso la Carta insieme a scuole, imprese, sindacati e altre istituzioni. Il documento è concepito come un manifesto per diffondere una cultura della sicurezza nei contesti scolastici e formativi e per creare una rete condivisa tra mondo dell’istruzione, imprese, istituzioni e rappresentanze dei lavoratori. La filosofia della Carta è quella della prevenzione prima dell’incidente: la sicurezza deve essere costruita prima che il giovane entri in azienda, attraverso formazione, consapevolezza dei rischi, organizzazione e responsabilità condivise. È un passaggio fondamentale, perché significa smettere di considerare la sicurezza soltanto come qualcosa da affrontare dopo una tragedia. La storia di Lorenzo dimostra inoltre come la memoria possa trasformarsi in uno strumento istituzionale. La famiglia non si è limitata a ricordare il proprio figlio, ma ha contribuito a costruire un documento che potesse parlare a migliaia di altri studenti.
Nel 2024 anche Confindustria ha sottoscritto la Carta di Lorenzo, rafforzandone la dimensione nazionale e l’impegno delle imprese sul tema della sicurezza nella formazione e nei percorsi scuola-lavoro. A Udine, poi, è nata la Friuli DOC Run – Memorial Lorenzo Parelli, una manifestazione podistica che porta la memoria del ragazzo nelle strade della città. Nel 2026 si è svolta la seconda edizione, con gare per bambini, una Family Run di tre chilometri, una prova di 5,5 chilometri e una gara di 10 chilometri per gli atleti élite. L’iniziativa ha coinvolto famiglie, giovani, atleti, persone con disabilità e istituzioni, con il patrocinio e la collaborazione, tra gli altri, di Regione Friuli Venezia Giulia, Comune di Udine, Inail, Anmil, Coni, Cip e Università di Udine. Questa costituisce una trasformazione importante, perché il nome di un ragazzo morto sul lavoro viene portato sulle maglie dei partecipanti, nelle piazze, lungo le strade, tra i bambini e gli atleti. La corsa diventa memoria in movimento. È proprio questo il valore di iniziative apparentemente molto diverse tra loro. Una corsa, una lezione a scuola, una conferenza, un libro, una mostra, una testimonianza possono diventare strumenti dello stesso percorso: mantenere vivo il nome della vittima e utilizzare quella storia per educare chi è ancora in tempo a proteggersi.
Anche altre famiglie hanno seguito strade analoghe. Nel 2026, a Lucca, Lucia Sarconio ha promosso l’associazione Super Papà Luca, nata nel ricordo del marito Luca Giannecchini, operaio morto mentre lavorava in uno scavo stradale. L’associazione è stata pensata per sostenere le famiglie delle vittime e contemporaneamente promuovere la sicurezza sul lavoro.
Se ci pensate, sono percorsi diversi, ma tutti sembrano partire dalla stessa necessità: non permettere che la persona amata venga ridotta al giorno della sua morte. Perché una morte sul lavoro produce due tragedie, la prima è quella che riguarda chi muore, la seconda, lunga e silenziosa, riguarda chi resta. Restano madri che non possono più abbracciare i figli; padri che devono imparare a vivere con una stanza vuota; compagni e compagne che devono ricostruire una quotidianità improvvisamente privata della persona con cui avevano immaginato il futuro; fratelli e sorelle che conservano fotografie, messaggi, ricordi.
E rimane la rabbia. Una rabbia che non deve essere giudicata, perché spesso è una delle prime reazioni davanti a una perdita così assurda. Rabbia contro ciò che è accaduto, contro le eventuali responsabilità, contro le condizioni che hanno permesso l’incidente, contro una cultura che ancora troppo spesso considera normale correre rischi per rispettare tempi e obiettivi produttivi. Quella rabbia, però, può distruggere oppure può diventare energia Le famiglie che fondano associazioni, parlano nelle scuole, seguono i processi, partecipano a manifestazioni e organizzano iniziative scelgono di incanalarla. Non significa che siano meno disperate, ma significa che cercano un modo per restare in piedi.
E forse è proprio questa la dimensione più profonda dell’impegno dei familiari delle vittime: non trasformare il dolore in una retorica della forza, ma utilizzare ciò che resta della propria forza per impedire che altri attraversino lo stesso inferno. Questa, cari lettori, è una pedagogia della memoria. Il messaggio non è soltanto «Ricordate mio figlio». È: «Imparate da ciò che è successo a mio figlio». È un passaggio enorme, siete d’accordo?
Perché il nome della vittima diventa una domanda rivolta a chi ascolta: sai riconoscere un pericolo? Conosci i tuoi diritti? Hai ricevuto una formazione adeguata? Sai che puoi fermarti davanti a una situazione pericolosa? Chi organizza il lavoro si assume davvero la responsabilità della sicurezza? La memoria, in questo modo, non guarda soltanto al passato, guarda al futuro.
È anche il senso dell’iniziativa che ho scelto di promuovere il 4 settembre a Forlì, nell’ambito della Festa provinciale della CGIL, durante l’evento «Il lavoro non si appalta». Alle ore 17, in via Castel Latino 51, presenterò Crimini della sicurezza, un libro nel quale il racconto e la poesia diventano strumenti per dare un volto alle vittime degli infortuni sul lavoro e per interrogarsi sulla responsabilità collettiva della prevenzione. La storia di Rayan Lassoued è una delle storie presenti nel libro. Rayan aveva 21 anni ed è morto dopo un gravissimo incidente sul lavoro a Ravenna. La sua famiglia ha letto il racconto dedicato al ragazzo: la madre e la sorella hanno conosciuto quelle pagine e ne hanno avallato la storia. Il suo nome, dunque, non rimane soltanto dentro una cronaca o dentro una statistica, ma entra in una narrazione che vuole restituire alla persona la sua identità. A Forlì saranno presenti i familiari e gli amici di Ryan Lassoued. Ci sarà anche Monica Michelin, madre di Mattia Battistetti, morto a 23 anni sul lavoro, che leggerà un frammento del racconto dedicato a suo figlio. La presenza di Monica assume un significato particolare. Due madri, due figli giovani, due tragedie che non possono essere cancellate. E, contemporaneamente, due storie che possono incontrarsi attraverso la parola e diventare una richiesta collettiva di maggiore consapevolezza. Nella stessa giornata interverrà Maurizio Landini per parlare di lavoro.
La presentazione di crimini della sicurezza nasce quindi con l’idea che la cultura della sicurezza debba essere anche cultura della memoria. Non basta sapere quanti sono i morti, bisogna conoscere chi erano.
