foto di Silvia Meacci
Sarà ricordata negli anni a venire la monografica su Beato Angelico, frutto di quattro anni di lavoro e collaborazione tra la Fondazione Strozzi, la Direzione regionale Musei nazionali Toscana del Ministero della Cultura e il Museo di San Marco. Tre i curatori: il massimo specialista del primo Rinascimento, Carl Brandon Strehlke insieme a Stefano Casciu e Angelo Tartuferi. Due le sedi per questa esposizione che si protrarrà fino al 25 gennaio 2026: Palazzo Strozzi e San Marco. In quest’ultimo complesso, vero tempio di Beato Angelico, i visitatori potranno ammirare, oltre alla chiesa, le celle e i meravigliosi affreschi, anche la sezione con i suoi esordi e, nella biblioteca, la parte dedicata alla cultura umanistica. A Palazzo Strozzi il pubblico troverà riunito in un solo luogo tutto ciò che il tempo ha disperso. Ecco il grande merito di questa mostra: grazie agli imponenti studi sulla ricomposizione e agli importanti restauri effettuati, l’intera produzione di Beato Angelico — disegni, miniature, affreschi, sculture — è stata ricomposta. Le opere, un tempo smembrate e disperse, hanno ritrovato la loro unità. Si sono recuperati pezzi da musei come il Louvre, il Metropolitan Museum of Art di New York, l’Alte Pinakothek di Monaco e i Musei Vaticani, oltre a collezioni private e realtà meno note.

Ad esempio, le diciassette parti della Pala di San Marco, commissionata da Cosimo dei Medici, sono giunte per l’occasione da nove prestatori. La Pala della compagnia di San Francesco in Santa Croce, conosciuta come Trittico francescano e scelta a simbolo della mostra, è proprio emblematica per capire come tali iniziative portino alla valorizzazione dell’arte e non a un “cannibalismo” — termine polemicamente utilizzato per descrivere l’esportazione temporanea di opere sacre, soprattutto quando avviene senza troppa sensibilità, tanto da essere percepito come una sorta di “saccheggio” culturale. Il trittico, considerato eccessivamente rovinato, con due laterali giacenti nei depositi in pessime condizioni, è rinato dopo un restauro a laser effettuato dall’Opificio delle Pietre Dure. Una mostra unica e irripetibile per entrare nel mondo colorato e luminoso di Giovanni da Fiesole, al secolo Guido di Pietro — già dopo la sua morte chiamato il Beato Angelico, ma beatificato solo nel 1982. Morì nel 1455 all’età di circa sessanta anni a Roma. In due periodi distinti, vi lavorò per committenti prestigiosi, ma principalmente per Papa Niccolò V, che gli affidò la decorazione della Cappella Niccolina in Vaticano.

Se ripercorriamo la sua vita a ritroso, lo vediamo soggiornare a Orvieto e a Perugia, e da giovane, agli inizi degli anni trenta del quindicesimo secolo, abitare a lungo nel convento di San Domenico ( Fiesole ) dove prese i voti. I suoi lavori più famosi sono tuttavia nel Convento di San Marco a Firenze. L’ arte fu per lui mezzo per diffondere la religione cattolica. Ricco di talento, si dice che non ritornasse mai sui suoi passi dopo aver compiuto un’opera. Così scrisse Vasari cento anni dopo la sua morte: “Avea per costume non ritoccare né raccorciare mai alcuna sua dipintura, ma lasciarle sempre in quel modo che erano venute la prima volta, per credere che così fusse la volontà di Dio”.

Maestro in miniatura, seppe fondere l’estetica gotica a una nuova impronta rinascimentale. Benché si affidasse nel dipingere alla volontà divina, la sua concezione geometrica dello spazio mostra una decisa razionalità nel dipingere. Già esperto dell’elemento prospettico, fu tra i primi a trasformare la tradizionale pala d’altare, passando da una struttura frammentata a una composizione più unificata, riunendo in una cornice tutti i personaggi che invece prima erano raffigurati in pannelli separati. Introdusse elementi architettonici per creare ambienti realistici e luminosi. Con un’abile capacità narrativa, usava i colori — l’oro, i rossi, l’azzurro — con fini compositivi, quasi a guidare l’occhio dell’osservatore da un personaggio all’altro o come nel caso dei pannelli dell’Armadio degli Argenti — una porta-ex voto della Basilica della Santissima Annunziata — a rendere riconoscibile ogni personaggio, vestito nella stessa tinta e ritratto nei vari riquadri. Questa mostra ci permette di immergerci nel mondo di Beato Angelico e sperderci in un’aura mistica. È l’inizio di uno sguardo nuovo.
