Se non avete letto il libro “Il signore delle mosche”, di William Golding, vi siete persi qualcosa: a grandi linee la storia racconta di un gruppo di ragazzi che, naufragati su un’isola, ricreano un modello di società che degenera offrendo il peggio del peggio della società moderna. L’autore ha inventato una storia, immaginando uno scenario totalmente negativo, ma, come si suol dire, la realtà delle volte è più stupefacente della fantasia. Nel giugno del 1965 sei ragazzi con un’età compresa tra i 15 e i 17 anni, per saltare una giornata di scuola, decisero di appropriarsi di una barca nella penisola di Hihifo nel regno di Tonga, per passare una giornata al mare. Lunga circa sette metri, l’imbarcazione aparteneva ad un pescatore di nome Taniela Uhila. Con solo alcune noci di cocco, un sacchetto di banane e un fornelletto a gas, totalmente privi di qualsiasi strumento di navigazione, i ragazzi decisero di dirigersi verso le isole Fiji o verso la Nuova Zelanda, in un viaggio che, nella loro mente, doveva durare davvero poco. Si addormentarono e si risvegliarono nel bel mezzo di una tempesta oceanica che spezzò l’albero maestro della loro imbarcazione e li lasciò alla deriva per ben otto giorni. Si nutrirono di quel poco che avevano portato con loro, si dissetarono inizialmente con l’acqua piovana raccolta nei gusci delle noci di cocco fino a quando la barca non andò a sfasciarsi sulla barriera corallina e a nuoto riuscirono a raggiungere l’isola di Ata: deserta, decisamente inospitale e maledetta dai pescatori.
All’inizio si nutrirono solo del sangue degli uccelli marini che riuscirono a catturare e dell’acqua che raccoglievano dalle cavità della roccia, ma molto presto, si organizzarono in modo tale da potersi sostenere l’un l’altro. Organizzarono, per prima cosa, le modalità di lavoro: si misero a coppie per evitare litigi e garantire efficienza: quando una coppia cucinava, l’altra andava in cerca di cibo e acqua, mentre la terza si occupava di gestire il piccolo accampamento. Riuscirono ad accendere un fuoco e a mantenerlo costantemente vivo per tutta la durata della loro permanenza sulla isola. Al termine di un’ispezione del terreno, scoprirono che in cima al vulcano spento di cui era formata l’isola, i precedenti abitanti che erano stati sfollati dal governo di Tonga, avevano piantato degli alberi di banane, papaia ed altre piante selvatiche. In più erano sopravvissuti alcuni polli che erano quasi tornati allo stato selvatico. Se cibo, acqua e fuoco erano assicurati, pensarono anche a impegnare il tempo libero, costruendosi una piccola palestra con pesi di pietra e, addirittura, una rudimentale chitarra con materiali di recupero ed un campo da badminton. Al contrario dei ragazzi del “Signore delle mosche”, avevano ricostruito un modello virtuoso all’interno del quale ognuno si prendeva cura dell’altro. Quando uno di loro si ruppe una gamba, gli altri gli steccarono la gamba e lo curarono fino a quando non riacquistò la completa salute. L’11 settembre del 1966, il capitano di un peschereccio che si stava preparando a pescare delle aragoste, notò sull’isola tracce di insediamenti umani e subito dopo, sei persone seminude che gli correvano incontro: erano i sei ragazzi che 15 mesi prima erano spariti da casa e che ormai tutti davano per morti, tanto che addirittura, era stata celebrata una cerimonia funebre in loro onore.
Avvisata la, polizia locale i ragazzi furono riportati a casa tra lo stupore e la gioia di tutta la comunità. Unica nota stonata, il pescatore a cui avevano rubato l’imbarcazione chiese il risarcimento del danno subito. Ci pensò il comandante che li aveva salvati a rifondere il danno e ad assumere più tardi alcuni dei sopravvissuti nella sua piccola impresa ittica, suggellando un’amicizia che durò per anni.
Di questa storia venne a conoscenza uno storico olandese, Rutger Bergman, dalla quale ne trasse un libro intitolato Umankind.
Leggete “il signore degli anelli” dunque e poi passate a quello sui quei sei ragazzi per capire come per qualsiasi storia, ci sono sempre più finali, sta solo a noi scegliere quale realizzare.
