foto di Marco Bergamini
A Santiago di Compostela basta fermarsi in una piazza per vedere quante forme può avere la speranza. C’è chi arriva dopo giorni di cammino e chi cerca ogni giorno il modo di ripartire. Chi si raccoglie davanti alla cattedrale e chi alza la voce per chiedere una vita più giusta. Camminando, lo sguardo passa continuamente dagli uni agli altri.

Un anziano pellegrino sorride. Ha una barba grigia, un copricapo colorato e le mani occupate nel suo lavoro. Scolpisce, crea, per continuare a viaggiare: ciò che realizza gli permette di sostenersi lungo la strada. Quando lo fotografo tiene un pennello sottile e una conchiglia azzurra: un simbolo indiscusso del peregrinare. Il suo sorriso è aperto, spontaneo. Non conosco tutte le tappe della sua storia, ma quel gesto racconta qualcosa di concreto: per lui, il viaggio, passa anche attraverso la sapienza delle mani, attraverso un lavoro che rende possibile il passo successivo.

Poco lontano, un altro pellegrino è in ginocchio sulle pietre della piazza. Lo zaino è a terra, il capo chino. Piange alla fine del cammino, mentre intorno la città continua a muoversi. Non conosco quali pensieri accompagnino quelle lacrime, forse la fatica, forse il sollievo o un ricordo, forse tutte assieme. Sarebbe facile attribuirgli una storia, ma preferisco fermarmi a ciò che vedo: un uomo è arrivato e prima di rialzarsi, si concede il tempo di sentire quello che quell’arrivo significa per la sua anima.
Di fronte alla cattedrale, una pellegrina siede con le spalle rivolte alla piazza o forse al mondo, guarda la facciata, le torri, le figure scolpite nella pietra. La sua presenza minuta e provata dal pellegrinaggio dà misura alla grandezza della cattedrale, dà il senso del viaggio. Lei rimane seduta. In quella sosta riconosco la sacralità di Santiago: la possibilità di raccogliersi anche in mezzo agli altri, senza bisogno di spiegare nulla.
Ma basta voltarsi perché la piazza mostri un’altra realtà.

Una bandiera palestinese sovrasta le tende della protesta. La mobilitazione contro quello che i manifestanti denunciano, il genocidio in Palestina porta nel cuore della città una richiesta di pace e libertà. Accanto, i cartelli parlano di affitti, sfratti, case e caro vita. Sono parole che riportano alle difficoltà quotidiane, alla necessità di avere un tetto e di poter affrontare il domani.
Davanti alla cattedrale si cerca conforto nella fede; tra le tende si chiede ascolto alla società. Il contrasto è forte. Alla solennità della pietra si affianca la precarietà dei teli, alla durata dei secoli, l’urgenza di arrivare alla fine del mese. Eppure queste presenze condividono lo stesso spazio. La città accoglie tanto una preghiera sussurrata, quanto una richiesta urlata ad alta voce. A Santiago non ci sono solo parole e vociare, anche la musica riecheggia in questi due mondi. Lungo un muro, alcuni musicisti suonano melodie sacre. Una chitarra, un flauto, poche persone sedute a terra, il passato e il presente che si intrecciano in una danza: la semplicità della scena invita a rallentare. Le note accompagnano il passaggio dei pellegrini e portano il raccoglimento fuori dalla chiesa, lungo la strada.

Tra le tende, invece, le fisarmoniche accompagnano il canto, la danza fa muovere i primi passi, le anime si uniscono sotto le note, persone unite nell’armonia provenienti da mondi distanti. Per un momento la protesta prende la forma di una festa condivisa, le preoccupazioni rimangono scritte sui cartelli, ma c’è spazio anche nello stare insieme, per riconoscersi, per trovare forza nella vicinanza degli altri.
È questa la Santiago che porto con me: il pellegrino inginocchiato e chi manifesta in piedi, la donna assorta davanti alla cattedrale e le persone che ballano chiedendo una casa. La religione e la quotidianità si incontrano sulle stesse pietre. Fotografarle significa lasciare spazio a entrambe, senza perdere di vista le persone.
Il viaggio prosegue verso Muxía. Davanti all’oceano, la chiesa sembra appartenere a un tempo diverso. Le sue mura si alzano accanto agli scogli, mentre il tramonto cambia il colore del cielo e dell’acqua. Dopo le voci di Santiago, questo luogo appare sospeso, quasi fuori dal tempo e dallo spazio.

Due anime siedono vicine, rivolte verso il mare. Non serve riempire quella pausa di parole. Restano lì, a guardare la luce che scende, a recuperare energie nella semplice presenza l’una dell’altra. Il paesaggio concede loro una tregua.
Infine, Finisterre. Il faro solitario, l’orizzonte aperto, il fragore del mare. Ripenso alle mani dell’anziano, alle lacrime del pellegrino, ai canti e alle richieste della piazza. Qui quelle immagini possono sedimentare. Le onde coprono ogni altra voce e lasciano spazio ai pensieri. Davanti all’oceano, per una volta, non occorre andare oltre. Basta fermarsi e ascoltare.
