foto di Pietro Marchini
Ci troviamo nell’abitato di Mulina, comune di Stazzema, dopo aver superato Seravezza, Ruosina, Ponte Stazzemese e Cardoso, piccolo paese di case concentrate lungo la strada che conduce a Stazzema, è bagnato dalle acque del torrente omonimo. E’ suddiviso in tre borgate: “Carbonaia”, nome derivato dalle fonderie che utilizzavano carbone di faggio, dove si sviluppò nei secoli XV e XVI una grande lavorazione del ferro, i suoi abitanti acquisirono una tal esperienza che furono chiamati a prestare la loro opera nel territorio del Lazio; “Culerchio” un tempo famoso per la produzione di farina di castagne, è il centro dove sorge la chiesa di San Rocco con distaccato il campanile costruito agli inizi del ‘900. In questa chiesa, si trova l’altare in marmi policromi che fu della chiesa di San Vito, nel borgo di Capanne a Montignoso. Di questo edificio religioso si ha menzione nel 1605 quando il cappellano di Stazzema vi celebrava la messa una volta la settimana. Il terzo è chiamato “Calcaferro”, per le vecchie miniere di ferro situate sopra il paese. A questo punto seguiamo la strada che costeggia il campanile fino al tunnel di roccia che ci inoltra nell’area archeo-mineraria di Calcaferro. Dobbiamo percorrere un facile sentiero ad anello lungo circa tre chilometri ed osservare, in una natura abbandonata, grotte, cascate, il canale della Radice e il fosso della Mulina, attrezzi in ferro nascosti nella vegetazione che un tempo servivano per estrarre i minerali dalla miniera. Oltre che il ferro erano estratti altri minerali: la barite, minerale di bario e la pirite, una lega naturale composta da zolfo e ferro, fu anche sede di polverifici per la produzione di polvere da sparo.

Il ponte della Zingola
Quasi certamente le miniere erano già sfruttate in epoche più antiche nei secoli XV-XVII. In questa località, il 22 giugno 1885, avvenne una esplosione in una fabbrica di polvere e micce detonanti, persero la vita nove giovani lavoratori. Con alterne vicende l’estrazione prosegue fino agli anni 70 del novecento per poi fermarsi definitivamente. Visitare le Molinette significa provare emozioni che non si cancelleranno nel tempo. Regna il silenzio nella minuta valle della Radice; è così profondo da suscitare grandi commozioni. Dal fiume par giungere l’eco di voci lontane di taglialegna, carbonari, minatori, tremori di tramogge e di pale di mulini, di fischi dei carrelli delle teleferiche che sorvolavano un tempo l’aria rugginosa del posto. Per la donna di queste severe e anguste vallate animate dall’acqua i polverifici e le miniere significarono un’opportunità di impiego, seppure duro, pericoloso e sacrificale, per incrementare l’economia famigliare e per non restare rassegnate a sferruzzare sulle soglie delle case, attendendo all’imbrunire il rincasare dal lavoro dei mariti e dei figli. Per la donna, quindi, la possibilità di staccarsi dallo stereotipo che la voleva relegata alle faccende domestiche e al governar le bestie, la possibilità di essere meno condizionata e subordinata all’uomo nell’economia famigliare. Furono anche opportunità di occupazione alternativa al marmo.
Durante la facile escursione tenere presente che è severamente vietato entrare all’interno dei vecchi edifici pericolanti e delle gallerie minerarie per rischio crolli.
