Chi guida abitualmente in autostrada conosce bene quella sensazione di cesura netta che si prova all’imbocco di una lunga galleria. Un attimo prima sei immerso nella luce del sole, con il paesaggio aperto che scorre ai lati; l’attimo dopo vieni inghiottito dal buio artificiale, dal rimbombo dell’acustica amplificata e dal ritmo cadenzato delle luci al soffitto. L’ingresso in galleria richiede un adattamento immediato. L’istinto primario di chi non è abituato è la rigidità o la tentazione di frenare bruscamente per l’improvviso cambio di visibilità. Eppure, la prima regola della sicurezza autostradale insegna l’esatto contrario: accendere i fari, togliere gli occhiali da sole, mantenere la velocità di crociera e fidarsi della striscia d’asfalto e delle segnaletiche luminose fino all’uscita.
I momenti “galleria” della nostra vita
Nella vita di ognuno di noi esistono veri e propri “tratti in galleria”. Sono quei periodi di transizione, di incertezza o di cambiamento dove i riferimenti soliti vengono meno. Un progetto che si blocca, una fase di riassestamento personale, un lutto, una scelta impegnativa o un periodo in cui la chiarezza del futuro sembra momentaneamente azzerata. L’errore più comune che commettiamo in questi frangenti è pretendere di vedere il panorama con la stessa nitidezza di quando eravamo in pieno sole. Ci agitiamo perché le pareti si sono strette, ci sentiamo oppressi dal “rumore di fondo” delle nostre preoccupazioni e rischiamo di sbandare perché continuiamo a guardare indietro, rimpiangendo la luce che abbiamo appena lasciato.Ma la galleria non è un’interruzione della strada: è la strada stessa. È semplicemente il modo più diretto che l’ingegneria (o la vita) ha trovato per traforare la montagna o la collina ed evitarti (si spera in modo sostenibile) un faticoso e rischioso valico in quota.
Adattare la percezione al buio
Per attraversare un momento buio senza smarrire la rotta servono piccoli gesti di presenza e consapevolezza:
Accendere i fari interiori: Significa fare chiarezza su ciò che è essenziale. Quando la visuale generale si riduce, non serve guardare troppo lontano; basta illuminare i prossimi venti metri, concentrandosi sui compiti e sulle decisioni della giornata.
Togliere gli occhiali da sole (liberare lo sguardo): Spesso continuiamo ad affrontare i momenti di crisi con gli stessi filtri, pregiudizi o aspettative che avevamo nei momenti di tranquillità. Attraversare il buio richiede di spogliarsi delle sovrastrutture e guardare la realtà per quella che è, senza ingigantire i pericoli ma senza negarli.
Mantenere l’andatura senza fermarsi: La galleria è il posto peggiore in cui fermarsi. L’ansia ci suggerisce di paralizzarci nell’attesa che passi, ma la fiducia si costruisce proprio continuando a muovere i piedi, un chilometro alla volta, con la certezza che la struttura è progettata per portarti dall’altra parte.
La luce in fondo al tunnel come fatto fisico
C’è un dettaglio che spesso dimentichiamo quando siamo immersi nel buio di una galleria: la luce all’uscita non è una promessa astratta, è una certezza topografica. La montagna o la collina ha un inizio e una fine. Mentre continuiamo a guidare con le mani salde sul volante e lo sguardo fisso sulla corsia, a un certo punto il grigio dell’asfalto comincia a schiarirsi, le pareti si allargano e la luce naturale torna a inondare l’abitacolo, spesso mostrandoci un paesaggio del tutto nuovo rispetto a quello che avevamo lasciato prima di entrare. Gli attraversamenti non ci restituiscono mai esattamente dove ci avevano preso: ci consegnano a un altro versante del viaggio, con la consapevolezza di aver imparato a guidare anche quando la luce non era perfetta.
