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La politica migratoria della seconda amministrazione di Donald Trump ha introdotto una strategia che modifica profondamente il tradizionale meccanismo delle deportazioni dagli Stati Uniti. Quando il rimpatrio diretto nel Paese d’origine è difficile o non viene effettuato, Washington sta ricorrendo sempre più agli accordi con Paesi terzi disposti ad accogliere persone che non sono loro cittadini e che, nella maggior parte dei casi, non hanno mai vissuto in quei Paesi. È il cosiddetto sistema delle deportazioni verso Paesi terzi, una rete di intese attraverso la quale migranti provenienti da Cuba, Venezuela, Colombia e da altri Paesi possono essere trasferiti in Africa, anche quando non hanno alcun legame con il luogo nel quale vengono mandati. La strategia, sostenuta dall’amministrazione Trump come strumento per rendere più efficaci le espulsioni, ha già prodotto i primi casi che coinvolgono cittadini cubani e sta provocando forti critiche da parte di organizzazioni per i diritti umani.
Il campanello d’allarme per la comunità cubana è arrivato nelle ultime settimane con una serie di vicende che mostrano quanto rapidamente una situazione migratoria irregolare possa trasformarsi in una deportazione verso un continente lontano migliaia di chilometri dagli Stati Uniti. Il caso più emblematico è quello di Yasmany Moreno de Armas, un cubano di 31 anni che viveva e lavorava in Florida. Secondo CBS News, dopo essere stato arrestato dalle autorità dell’immigrazione nel maggio 2025 per la sua situazione migratoria, ha trascorso circa un anno sotto custodia dell’ICE prima di essere deportato nella Repubblica Centrafricana. Moreno de Armas ha raccontato di non essere stato informato della destinazione e di aver scoperto soltanto durante il viaggio che sarebbe stato portato in Africa.
Oggi Moreno de Armas si trova in una situazione completamente diversa da quella che aveva negli Stati Uniti. In una testimonianza raccolta da CBS ha spiegato che lui e gli altri deportati non possono lasciare il luogo in cui sono trattenuti perché non dispongono dei documenti necessari. Il caso è particolarmente significativo perché, secondo CBS, non risultano a suo carico precedenti penali oltre alle questioni legate alla sua posizione migratoria.
La Repubblica Centrafricana non è stata scelta perché i deportati avessero un legame con quel Paese. È esattamente il contrario: sono stati trasferiti lì perché gli Stati Uniti stanno utilizzando accordi con Paesi terzi per allontanare persone che non possono essere facilmente rimpatriate direttamente. Il risultato è che un migrante può passare dalla vita negli Stati Uniti a una condizione di estrema precarietà in un Paese che non conosce, senza avere una famiglia, una rete sociale, un lavoro o una conoscenza della lingua.
Il secondo caso che ha acceso i riflettori è quello della Liberia. Il 20 agosto è arrivato a Monrovia il primo volo previsto dall’accordo tra Washington e il governo liberiano. A bordo c’erano circa 20 deportati, provenienti soprattutto dall’America Latina, tra cui cittadini cubani e venezuelani. Il governo liberiano ha confermato che l’intesa può consentire l’arrivo di fino a 1.200 persone nell’arco di dodici mesi.
Ma la vicenda non è terminata con l’atterraggio. Alcuni dei deportati si sono rifiutati di scendere dall’aereo, sostenendo che la Liberia non fosse il loro Paese e manifestando timori per la propria sicurezza. Le informazioni iniziali diffuse da Reuters parlavano di cinque persone, tra cui tre cubani; l’Associated Press ha successivamente riferito di sei persone, quattro delle quali cubane, trasferite invece in Guinea Equatoriale.
Il dettaglio più inquietante è che il rifiuto di scendere in Liberia non avrebbe comportato il ritorno negli Stati Uniti. Le persone sono state trasferite a Malabo, in Guinea Equatoriale, un altro Paese africano che ha un accordo con l’amministrazione Trump per accogliere deportati provenienti da Paesi terzi. Secondo Reuters, nel centro nel quale sono stati trattenuti erano già presenti altri deportati e organizzazioni per i diritti umani hanno denunciato problemi relativi all’assistenza medica e all’accesso all’assistenza legale.
Per i cubani che si trovano negli Stati Uniti e che hanno una posizione migratoria fragile, questa evoluzione dovrebbe essere presa molto seriamente. Il rischio riguarda chi è privo di status, chi ha visto respingere o revocare la propria residenza, chi possiede un ordine di deportazione o chi è coinvolto in un procedimento davanti alle autorità dell’immigrazione. Ma riguarda anche persone che, dopo problemi giudiziari o penali, ritengono di poter risolvere la propria situazione attraverso una richiesta di protezione che impedisca il ritorno a Cuba.
È proprio su questo punto che può nascere una pericolosa incomprensione. Negli Stati Uniti esistono diverse forme di protezione dall’allontanamento e non tutte equivalgono a un diritto permanente a rimanere nel Paese. Una protezione contro il ritorno verso un determinato Stato, per esempio, può impedire il rimpatrio verso quel Paese senza trasformarsi automaticamente in una residenza permanente negli Stati Uniti. CBS ha documentato il caso di un cittadino eritreo che aveva ottenuto protezione ai sensi della Convenzione contro la tortura e che, pur non potendo essere deportato in Eritrea, è stato successivamente trasferito nella Repubblica Centrafricana.
Questa distinzione è fondamentale anche per i cubani. Chiedere una protezione non significa automaticamente essere trasferiti in Africa, e nessuno dovrebbe rinunciare a una domanda di protezione quando esiste un rischio reale di persecuzione o tortura. Ma è altrettanto pericoloso presentare una domanda senza conoscere le conseguenze giuridiche della procedura e senza comprendere quale status si otterrebbe, cosa succederebbe in caso di diniego e quali possibilità avrebbe il governo statunitense di procedere verso un Paese terzo.
L’idea che una persona possa essere semplicemente trasferita in un altro Paese e lì iniziare una nuova vita nasconde una realtà molto più complessa. Essere deportati in Liberia, nella Guinea Equatoriale o nella Repubblica Centrafricana non significa diventare automaticamente residenti di quei Paesi. Le autorità liberiane hanno affermato che i deportati possono chiedere asilo oppure lasciare il Paese, ma una possibilità di chiedere protezione non equivale automaticamente a ottenere una residenza permanente, un lavoro, documenti definitivi o una vita autonoma.
È questo il limbo che preoccupa maggiormente. Una persona può trovarsi fuori dagli Stati Uniti, lontana dal proprio Paese d’origine e senza una posizione stabile nel Paese africano di destinazione. Se non dispone di denaro, lavoro, documenti e una rete familiare, la possibilità di ricominciare da zero può essere puramente teorica. E la difficoltà aumenta quando il deportato non conosce la lingua, le istituzioni, il sistema sanitario e le regole del Paese nel quale è stato trasferito.
Poi in alcuni Paesi africani la vita “vale poco”, esiste violenza, malattie per le quali un latinoamericano non è fisicamente preparati, traffico di esseri umani e mille dialetti che complicano tutto. Anche se la situazione varia enormemente da uno Stato all’altro, in linea generale è proprio così. I Paesi coinvolti da Trump sono un vero e proprio castigo per persone che non hanno nemmeno commesso reato, presentano condizioni di sicurezza estremamente difficili. Per esempio, gli Stati Uniti stessi hanno emesso per la Repubblica Centrafricana il livello massimo di allerta, citando tra i rischi disordini, criminalità, rapimenti, terrorismo, mine e problemi sanitari. Poi, lo sappiamo, passare le frontiere africane e arrivare in Europa è un pericolo.
Per un cittadino cubano che ha trascorso anni negli Stati Uniti, trovarsi improvvisamente in un ambiente completamente diverso può dunque significare molto più di un semplice trasferimento geografico. Può significare perdere il lavoro, interrompere i rapporti con la famiglia, non avere accesso immediato a un’attività lavorativa, non conoscere la lingua utilizzata dalle istituzioni e dipendere dalle autorità o dalle organizzazioni che forniscono assistenza ai deportati. Assistenza che in molti casi è minima.
La situazione dei sei migranti trasferiti dalla Liberia alla Guinea Equatoriale rappresenta, sotto questo profilo, un precedente particolarmente importante. Hanno rifiutato di scendere dall’aereo perché non consideravano la Liberia il proprio Paese e temevano per la propria sicurezza. La risposta non è stata il ritorno negli Stati Uniti, ma un ulteriore trasferimento verso un altro Paese africano.
Per un cubano che si trova davanti a un procedimento di deportazione, questo significa che la domanda non è più soltanto “mi rimanderanno a Cuba?”. La domanda potrebbe diventare “dove mi manderanno se non possono o non vogliono rimandarmi a Cuba?”. È una differenza enorme, perché una persona che conosce il proprio Paese, la lingua, la cultura, la società e possiede una rete familiare può affrontare un ritorno in condizioni completamente diverse rispetto a chi viene trasferito in un continente nel quale non ha alcun legame.
Questo non significa che un cubano debba scegliere automaticamente il ritorno a Cuba per evitare l’Africa, soprattutto se esiste un rischio concreto di persecuzione o di gravi violazioni dei suoi diritti. Né è corretto suggerire che chi ha avuto un problema giudiziario a Cuba debba necessariamente rientrare per scontare una pena. La responsabilità penale e il diritto alla protezione internazionale sono questioni differenti. Un precedente giudiziario può avere conseguenze sull’immigrazione, ma non cancella automaticamente il diritto di una persona a far valutare un eventuale rischio di persecuzione o tortura.
Proprio per questo, chi ha avuto problemi con la legge a Cuba e oggi si trova negli Stati Uniti dovrebbe evitare decisioni prese soltanto sulla base della paura. Se una persona ha commesso un reato, deve conoscere le possibili conseguenze legali del ritorno e della propria situazione migratoria; se invece sostiene di rischiare persecuzioni, deve poter presentare la propria posizione attraverso le procedure previste dalla legge. La questione non può essere risolta con un generico “meglio tornare a Cuba” o con l’altrettanto semplicistico “chiedere protezione ti salverà”.
Il punto centrale è che la nuova politica di deportazione rende molto più importante conoscere in anticipo il proprio status. Un cubano senza documenti, con una residenza revocata o negata, con un ordine di deportazione o con una procedura migratoria complessa non dovrebbe presumere che l’unica destinazione possibile sia Cuba. Gli accordi stipulati dall’amministrazione Trump hanno creato una rete di Paesi terzi e la Liberia è soltanto l’ultimo esempio, al quale si unirà tra poco anche Ruanda.
La strategia di Washington è ormai chiara: rendere possibile l’espulsione anche quando il rimpatrio diretto è difficile, trasferendo i migranti verso Paesi disposti ad accoglierli. Le organizzazioni per i diritti umani contestano il modello perché, a loro avviso, può esporre persone vulnerabili a detenzione, condizioni inadeguate e ulteriori trasferimenti senza sufficienti garanzie.
Per i cubani, il caso di Yasmany Moreno de Armas è il volto umano di questa trasformazione. Un uomo che viveva e lavorava in Florida si è ritrovato in Africa senza sapere in anticipo quale sarebbe stata la sua destinazione. I sei deportati trasferiti dalla Liberia alla Guinea Equatoriale mostrano invece che anche il rifiuto di accettare la destinazione iniziale può condurre a un’altra destinazione, non necessariamente al ritorno negli Stati Uniti.
La lezione per chi oggi si trova negli Stati Uniti in una situazione migratoria vulnerabile è quindi soprattutto una questione di informazione. Prima di presentare una domanda di protezione, prima di rinunciarvi, prima di accettare un accordo o di affrontare un procedimento di deportazione, è necessario sapere esattamente quali sono i propri diritti e quali conseguenze può produrre ogni scelta. Una persona che si trova in questa situazione dovrebbe rivolgersi a un professionista qualificato in diritto dell’immigrazione e non affidarsi a informazioni circolate sui social network o al passaparola. Infatti, la nuova politica di Trump ha cambiato una delle certezze che per decenni hanno accompagnato il dibattito sull’immigrazione negli Stati Uniti: essere deportati non significa più necessariamente tornare nel Paese di cui si possiede la cittadinanza. Per alcuni cubani, la destinazione potrebbe essere un Paese africano nel quale non hanno mai messo piede.
