Quando si colpisce l’anima, non se ne sente il rumore.
Non ci sono necessariamente lividi da mostrare, ferite visibili o segni evidenti sul corpo. A volte sono soltanto uno sguardo, un silenzio, un cambiamento negli atteggiamenti quotidiani a raccontare ciò che sta accadendo dentro.
Quanta solitudine può abitare la mente di chi vive una relazione distruttiva. Quanti pensieri che ritornano incessantemente, quante domande senza risposta, quanta fatica nel cercare di comprendere ciò che si sta vivendo.
Gli amori malati possono distruggere lentamente una persona, compromettere relazioni, famiglie, progetti e persino la capacità di immaginare il proprio futuro.
Quando parliamo di femminicidio pensiamo alla sua forma più estrema e irreversibile: una donna a cui è stata tolta la vita. Ma esistono anche forme di violenza che non uccidono il corpo e che, giorno dopo giorno, possono spegnere qualcosa dentro.
È quello che vorrei chiamare “femminicidio dell’anima”.
Sono donne che continuano a camminare, ma lo fanno claudicanti. Donne che cercano di rimettersi in piedi portando ferite che non si vedono, perché sanguinano dentro.
Angoscia, insonnia, paura, respiro che manca, senso di colpa, perdita di autostima, confusione. Il continuo interrogarsi su ciò che si è fatto o detto, fino ad arrivare, talvolta, a dubitare persino della propria percezione della realtà.
Eppure, guardando tutto questo dall’esterno, molte volte ci si domanda: come ha potuto sopportare così a lungo?
Come ha potuto accettare il dolore, le umiliazioni, le parole capaci di ferire, le continue delusioni?
Forse una delle risposte si trova proprio nella speranza.
La speranza del cambiamento. La fiducia riposta nell’altra persona, nei suoi momenti migliori, nelle sue promesse, nel ricordo di ciò che era stato. La convinzione che, con abbastanza amore, pazienza e comprensione, prima o poi qualcosa sarebbe cambiato.
E così si aspetta.
Si concede un’altra possibilità, poi un’altra ancora. Si perdona pensando che domani sarà diverso da ieri. Si continua a credere nella persona che si ama, a volte persino quando si è smesso di credere in se stesse.
Ed è allora che il tempo diventa contemporaneamente odiato e amato.
Odiato, perché ogni giorno che passa può significare un’altra ferita, un’altra delusione, un altro frammento di sé che sembra andare perduto.
Amato, perché quello stesso tempo custodisce la speranza. La possibilità che domani possa finalmente arrivare quella svolta attesa così a lungo.
Il tempo può diventare nemico e amico nello stesso istante: qualcosa da temere e, contemporaneamente, l’unica cosa alla quale affidare la speranza che tutto possa cambiare.
Finché, forse, arriva un giorno in cui si comprende una verità dolorosa: non possiamo affidare al tempo il compito di cambiare un’altra persona.
Ed è proprio allora che il tempo può assumere un significato completamente nuovo.
Non è più il tempo concesso all’altro per cambiare.
È il tempo restituito a se stesse per ricominciare.
Ricostruirsi significa riprendere possesso della propria voce, dei propri spazi, delle proprie scelte. Significa imparare nuovamente a fidarsi di ciò che si sente e ricordarsi della donna che si era prima che qualcuno iniziasse, lentamente, a convincerla di valere meno.
Perché le ferite dell’anima non fanno rumore, ma questo non significa che facciano meno male.
E forse il primo passo per curarle è proprio smettere di chiedersi “perché hai sopportato?” e cominciare a domandare “cosa ti ha fatto credere di dover restare?”.
Perché dietro quella permanenza non sempre c’è debolezza. A volte ci sono amore, paura, speranza, fiducia e il desiderio disperato di ritrovare nella persona che si ha davanti quella che, un tempo, avevamo creduto di conoscere.
E quando finalmente quella speranza viene rivolta non più verso il cambiamento dell’altro, ma verso la rinascita di se stesse, può iniziare un’altra storia.
Il femminicidio dell’anima
