seconda e ultima parte
Il Messico degli anni Quaranta vive uno dei periodi più splendidi della propria storia artistica. È l’epoca d’oro del cinema messicano. Le sale cinematografiche attirano milioni di spettatori, le radio diffondono musica giorno e notte e le grandi orchestre riempiono teatri e locali. Per Bartolomé quel mondo rappresenta un universo completamente nuovo. È proprio durante il soggiorno messicano che qualcuno gli suggerisce una scelta destinata a cambiare la sua immagine per sempre.
«Il tuo nome è troppo lungo per i manifesti.» Bartolomé Maximiliano Moré Gutiérrez è difficile da ricordare e ancora più difficile da stampare sui cartelloni. Nasce così il nome d’arte Benny Moré, ispirato, secondo diverse testimonianze, al celebre clarinettista jazz Benny Goodman. È un nome breve, sonoro e facile da ricordare. Da quel momento Bartolomé lascia il posto a Benny e con quel nuovo nome sembra nascere anche un artista nuovo.
In Messico entra in contatto con alcuni dei musicisti più importanti del continente. Tra questi c’è Dámaso Pérez Prado, il compositore cubano destinato a rivoluzionare il mambo modernizzandolo e a farlo conoscere in tutto il mondo. Lavorare accanto a lui significa confrontarsi ogni giorno con musicisti straordinari, arrangiatori raffinati e orchestre di altissimo livello. Benny assorbe ogni esperienza come una spugna. Registra numerosi brani con l’orchestra di Rafael de Paz e conquista rapidamente il pubblico grazie a una qualità che nessuno può insegnare: il carisma. Quando sale sul palco non interpreta semplicemente una canzone, la vive, sorride, improvvisa, dialoga con l’orchestra, trasforma ogni esibizione in uno spettacolo irripetibile. Il suo modo di cantare è diverso da tutto ciò che il pubblico ha ascoltato fino a quel momento. La sua voce passa con naturalezza dalla dolcezza di un bolero alla forza travolgente di un son cubano, fino all’energia irresistibile del mambo. È impossibile restare fermi quando canta. La sua popolarità cresce rapidamente e il cinema si accorge di lui. Benny partecipa a diversi film dell’età d’oro del cinema messicano, condividendo il set con grandi stelle come Ninón Sevilla. Il pubblico non vede soltanto un cantante: vede un artista completo, capace di riempire lo schermo con la stessa intensità con cui riempie un teatro.
Il successo non però, cambia la sua essenza. Dentro di lui continua a vivere il ragazzo di Santa Isabel de las Lajas, quello che aveva costruito una chitarra con un pezzo di legno e qualche filo di ferro, quello che aveva lucidato scarpe per aiutare la propria famiglia. Ed è proprio in quegli anni che emerge l’aspetto più sorprendente del suo talento.
Benny Moré non ha mai frequentato un conservatorio, non ha studiato armonia, non sa leggere una partitura, non conosce il nome delle note scritto sul pentagramma. Eppure possiede qualcosa che nessuna scuola può insegnare, la musica esiste già nella sua mente. Ogni arrangiamento nasce completo, come se un’orchestra invisibile suonasse soltanto per lui. Quando lavora con i musicisti professionisti non consegna spartiti. Si mette davanti a ciascuno di loro e canta personalmente la parte destinata a ogni strumento. Imita il suono delle trombe, dei sassofoni, dei tromboni, del contrabbasso e delle percussioni con una precisione incredibile. Se qualcosa non lo convince, interrompe l’esecuzione e ripete la melodia fino a ottenere esattamente il suono che aveva immaginato. Poi sorride e dice una frase destinata a diventare famosa: «Suonalo come lo sento io nella testa. Alle note puoi dare il nome che vuoi.»
I musicisti più preparati rimanevano senza parole. Davanti a loro c’era un uomo che ignora le regole della teoria musicale, ma conosceva profondamente il linguaggio dell’anima. Ed è proprio quell’anima che, di lì a poco, avrebbe fatto ritorno nella sua amata Cuba per scrivere le pagine più belle della sua straordinaria leggenda. Quando Benny Moré rientra a Cuba, non è più il giovane che aveva lasciato Santa Isabel de las Lajas con una valigia piena di speranze. L’esperienza vissuta in Messico lo ha trasformato in un artista maturo, sicuro di sé e consapevole del proprio straordinario talento. Ma, soprattutto, gli ha fatto comprendere che il luogo dove desidera scrivere la pagina più importante della sua carriera è la sua isola.
L’Avana lo accoglie come un figlio che torna a casa. La sua voce comincia a risuonare nelle principali emittenti radiofoniche, nei teatri e nei locali più prestigiosi della capitale. Ogni nuova incisione conquista il pubblico. In quegli anni incontra il compositore Ernesto Duarte Brito, che gli propone un brano destinato a diventare immortale: “Cómo fue?”. La melodia sembra scritta appositamente per la sua voce. Quando Benny la interpreta, ogni parola acquista un’intensità unica. Ancora oggi quella canzone è considerata uno dei boleri più emozionanti della musica latinoamericana e continua a essere interpretata da artisti di tutto il mondo.
La sua popolarità cresce senza sosta. Le persone iniziano a seguirlo ovunque si esibisca. I teatri si riempiono, le radio trasmettono continuamente le sue canzoni e il suo nome diventa sinonimo di eleganza, ritmo e autenticità. Poi accade un episodio destinato a entrare nella leggenda. Una sera Benny sta con alcuni amici quando, vedendo passare una donna di straordinaria bellezza, esclama spontaneamente: «Guarda che donna… che barbara!» Uno degli amici sorride e gli risponde: «Lei sarà anche bella, Benny… ma il barbaro sei tu quando canti.» Quella frase colpisce tutti.
Poco tempo dopo il celebre presentatore radiofonico Ibrahim Urbino decide di renderla ufficiale. Davanti ai microfoni della radio lo presenta con un appellativo che da quel momento lo accompagnerà per sempre: “¡El Bárbaro del Ritmo!” È un nome perfetto, perché Benny non segue il ritmo, lo domina.
Nel momento più alto della sua carriera realizza il sogno che custodiva fin da ragazzo: fondare una propria orchestra. Nasce così la leggendaria Banda Gigante, composta da oltre quaranta musicisti, considerata una delle formazioni più straordinarie della storia della musica cubana. Chi ebbe la fortuna di assistere a uno dei suoi concerti racconta uno spettacolo difficilmente descrivibile. Benny non dirigeva come un direttore d’orchestra tradizionale ma impugnava un semplice bastone di canna e lasciava che fosse il suo corpo a parlare. Un movimento delle spalle indicava l’ingresso degli ottoni, un passo in avanti faceva esplodere le percussioni, un gesto della mano fermava improvvisamente tutta l’orchestra. Ogni musicista seguiva il minimo movimento del suo corpo come se fosse parte di un linguaggio segreto. Era una direzione fatta di istinto, ascolto e sensibilità. Non esistevano due concerti identici, perché esibizione era un dialogo continuo tra Benny e i suoi musicisti.
Da quella straordinaria stagione nascono brani che ancora oggi rappresentano il patrimonio della musica cubana: “Hoy como ayer”, “Te quedarás”, “Bonito y sabroso”, “Santa Isabel de las Lajas” e molte altre composizioni che hanno attraversato il tempo senza perdere la loro forza. Ma il successo ha anche un prezzo. Le tournée, le notti interminabili, gli spettacoli, la pressione del lavoro e gli eccessi iniziano lentamente a logorare il suo fisico. Benny vive con la stessa intensità con cui canta. Consuma ogni energia sul palcoscenico e, fuori dalla scena, conduce una vita frenetica che finirà per presentargli il conto. Negli ultimi anni la salute peggiora rapidamente. Nonostante i medici gli consiglino di rallentare, lui continua a esibirsi. Per Benny il pubblico non è mai stato un obbligo, ma una famiglia. Cantare era il suo modo di respirare.
Il 19 febbraio 1963, a soli quarantatré anni, il cuore del Bárbaro del Ritmo smette di battere. La notizia attraversa Cuba come un improvviso silenzio. Quando se ne va un artista come Benny Moré, non muore soltanto un uomo, si spegne una voce che aveva saputo raccontare l’anima di un popolo. Eppure, le leggende hanno una caratteristica che le distingue da tutte le altre storie, non finiscono mai.
La sua vita ci ricorda che il talento autentico non sempre nasce nei luoghi più prestigiosi. A volte germoglia in una casa di legno battuta dal vento, in una strada polverosa, tra il profumo dei manghi maturi e il canto di un venditore ambulante. Ci insegna che l’arte non ha bisogno di un diploma appeso al muro per essere grande. Non ha bisogno di conoscere il nome di ogni nota se è capace di parlare direttamente al cuore delle persone. Forse è proprio questo il lascito più prezioso di Benny Moré. Le sue canzoni non appartengono soltanto a Cuba ma appartengono a chiunque abbia sognato un futuro migliore partendo da una vita semplice.
