Quando ero piccola vivevo a Cuba. Le sere erano lunghe e calde, e dalla finestra della mia stanza vedevo il cielo riempirsi di stelle. Prima di addormentarmi, mia nonna si sedeva accanto a me e mi raccontava di un luogo che esisteva molto prima di noi, un luogo che apparteneva agli antenati e ai sogni. Lo chiamava Tlaltícpac. Mia nonna diceva che Tlaltícpac era un luogo circondato di stelle, dove esiste tutto ciò che un giorno smetterà di esistere. Mi spiegava che la vita, laggiù, era breve e preziosa come un sospiro degli dèi, come il battito di ciglia di un’aquila, come la prima foglia che cade in autunno. E io immagina Tlaltícpac come un luogo dove tutto nasce e tutto svanisce e niente va davvero perduto, perché ogni cosa si trasforma in qualcos’altro.
Nella mia immaginazione di bambina, Tlaltícpac era immenso. Mia nonna lo descriveva come un vecchio specchio vestito di montagne, incastonato tra pietre e vulcani, accarezzato dalle nuvole. Diceva che il tempo non scorreva come lo intendiamo noi, ma girava in cerchio seguendo i suoi quattro venti e i suoi quattro punti cardinali. Ogni fine era un inizio e ogni inizio custodiva già la propria fine.
Mi raccontava che Tlaltícpac era sorvegliato da forze antiche, dal sole che muore ogni sera e dalla pioggia che cade dal cielo, dalla stella del mattino e dalla signora della notte. Poi io immaginavo una porta custodita da un colibrì e da una farfalla bianca. Chiudendo gli occhi riuscivo a vedere queste creature leggere che conoscevano i sentieri invisibili tra i mondi, e i segreti del fuoco che arde nel cuore della terra e nel petto degli uomini.
Quando parlava, sembrava che lei stessa avesse camminato in quei luoghi. Diceva che in Tlaltícpac si potevano ancora ascoltare le voci degli antenati, i sussurri delle guerre lontane, le passioni segrete degli esseri umani, con mille canti che vivevano nascosti tra le pianure e i fiori, sospesi nell’aria in attesa di qualcuno disposto ad ascoltarli.
Tlaltícpac per me è sempre stato un luogo di spine e oceani, di deserti e foreste. Lei mi diceva che quel luogo era madre e padre di tutte le cose viventi: dei campi di mais mossi dal vento, degli alberi antichi, delle conchiglie portate dal mare e dei frutti del cacao. Ogni pietra, ogni pianta e ogni animale custodivano una storia. Ma il racconto che più mi affascinava era un altro.
«Ricorda», mi diceva mia nonna abbassando la voce, «gli esseri umani nascono senza faccia.»
Io la guardavo stupita.
«Non parlo della faccia che vedi nello specchio. Quella è soltanto carne. La vera faccia è quella che devi costruire.»
Secondo gli antichi, spiegava, noi veniamo al mondo ancora immersi nel sogno. Non sappiamo chi siamo e non conosciamo il nostro posto nel grande cerchio delle cose. Per questo nasciamo senza volto. La vita serve a costruirne uno. Poi continuava. Ogni scelta lascia un segno e ogni dolore scava una linea, così come ogni amore illumina lo sguardo. La parola mantenuta, il coraggio, la memoria degli antenati e il rispetto per la terra diventano i tratti della nostra vera faccia. E solo chi riesce a costruirla può uscire dal mondo dei sogni.
Per anni ho creduto che fossero soltanto favole raccontate nelle notti della mia infanzia cubana. Eppure, ancora oggi, quando guardo il cielo pieno di stelle, penso a Tlaltícpac. Penso a quel vecchio specchio vestito di montagne dove tutto si trasforma e nulla scompare davvero.
Tlalticpac tra le stelle: ricordi di Cuba
