C’è una ferrovia che continua a correre nella notte italiana, e corre tra i lampioni
spenti, tra le stazioni addormentate, tra le case che al mattino accendono il caffè e
fingono che il dolore sia una notizia vecchia. Sui binari di Brandizzo il tempo non è passato. È rimasto fermo come sangue rappreso sull’acciaio. Sono trascorsi quasi
tre anni dalla strage ferroviaria che uccise cinque operai al lavoro. Cinque uomini
cancellati nella notte mentre riparavano una linea ferroviaria. Tra loro c’era Kevin
Laganà, il più giovane. Aveva ventidue anni. Un’età che dovrebbe sapere ancora di
futuro e invece è diventata un nome inciso sulle lapidi della cronaca italiana. Suo
fratello Antonino oggi parla con la voce rotta di chi non chiede vendetta, ma almeno un giorno in tribunale. Infatti, chiede una data e un’aula. Uno sguardo negli occhi di chi, secondo i familiari, ha mandato quei lavoratori verso la morte.
«Per i colpevoli nessuna condanna, per noi l’ergastolo è iniziato quella notte».
L’ergastolo dei vivi è questo: svegliarsi ogni mattina aspettando una mail che non
arriva mai. L’udienza preliminare rinviata dentro il ventre lento della giustizia italiana. La sensazione che lo stato sappia commemorare meglio di quanto sappia
proteggere. E allora la tragedia di Brandizzo smette di essere soltanto un incidente
sul lavoro, ma diventa il ritratto feroce di un paese dove la morte operaia spesso
evapora lentamente nel silenzio istituzionale. Prima i titoli enormi sui giornali, poi le corone di fiori, poi le promesse dei politici davanti alle telecamere e, infine, come tante altre volte la passerella si conclude con il nulla. La giustizia italiana è lenta per tutti, ma per chi ha perso qualcuno il tempo non è una statistica, è una stanza vuota, una tavola con un posto in meno, una madre che conserva una voce nel telefono, un padre che continua a guardare la porta. Chi leggendo la cronaca ha visto anche l’uomo morire, petalo della rosa caduto, uno dei tanti che non ha ricevuto giustizia in pieno, è come chiedere chi ha visto il tramonto spezzarsi sulle ali di un gabbiano e che un fratello, un familiare dica: «Io». Ma nessuno l’ha saputo. Chi ha visto le lacrime di una madre, di un padre, di una moglie, di un figlio e la famiglia risponda: «Io». Ma non l’ha udito nessuno.
Nelle parole di Antonino Laganà non c’è solo rabbia. C’è la stanchezza di chi si
sente tradito da uno Stato che parla di sicurezza sul lavoro solo davanti ai morti
freschi. «Gli operai continuano a morire e i politici non ne parlano più», dice. È la
frase più terribile perché è vera. In Italia il lavoro continua troppo spesso a somigliare a una lotteria crudele: cantieri, fabbriche, ferrovie. Luoghi dove il salario e il rischio sembrano ancora viaggiare insieme. E quando arriva la morte, la giustizia resta indietro, come un treno fermo in una stazione dimenticata. Le istituzioni parlano di procedure, di tempi tecnici, di iter complessi, ma il dolore umano non conosce burocrazia. Per chi resta, ogni rinvio è una seconda condanna.
E io che ho letto allora di quella morte
e leggo ora questa intervista da poetessa, scrivo:
Ascoltami morte
non sognarti di andartene.
Voglio vederti come testimone
distesa a terra,
seduta sull’abisso ma
ascoltami e ascolta:
non ti voglio silenziosa.
Se bussi sui vetri rotti
e porti verità
io ti porto un fiore.
Se con la giustizia
suoni alla porta
ti offro una bella poltrona.
Hai giocato con la vita
sull’uscio di essa,
le tue dita gelate ma
ascoltami morte:
riporta indietro
la verità,
poi puoi andartene.
Perché Brandizzo non è soltanto una tragedia ferroviaria, è la domanda che continua
a battere contro i muri del Paese: quanto deve durare il dolore prima che la giustizia
trovi il coraggio di arrivare?
