Una nuova rubrica su Diari Toscani è sempre un nuovo viaggio in uno dei tantissimi mondi in cui abitiamo e di cui troppo spesso neanche ci accorgiamo. Gabriele Fabbri arriva sulle nostre pagine per raccontarci storie di sofferenze e ripartenze, di difficoltà superate o da superate, di sorrisi persi e ritrovati, di uno spiraglio dal quale la stessa realtà che conosciamo si arricchisce di sfumature fondamentali e diverse.Gli altri siamo noi, cantava Umberto Tozzi agli inizi degli anni ’90 ricordandoci che “tanto, prima o poi” i dolori e le gioie toccano a tutti e allora è dal bellissimo verso di quella canzone che parte il nuovo viaggio di Diari Toscani alla ricerca dell’infinita bellezza di ogni vita da condividere con gli altri.
Esistono suoni a cui non prestiamo alcuna attenzione finché non diventano un privilegio riconquistato. Il clic metallico di una cintura di sicurezza che si aggancia, il sommesso rombo di un motore che prende vita, il ritmo regolare di una freccia a un incrocio. Per molti sono gesti automatici, rumori bianchi della quotidianità. Per chi ha attraversato il deserto della malattia e della dipendenza fisica, sono invece i rintocchi di una ritrovata libertà.
Recentemente, dopo mesi trascorsi affidando ogni mio spostamento alla cura e alla disponibilità degli altri, sono tornato alla guida. In quell’istante, mentre le mani stringevano di nuovo il cerchio del volante, ho capito che non stavo solo riprendendo possesso di un mezzo meccanico: stavo riabitando la mia identità. Tornare a decidere la propria direzione, letteralmente e metaforicamente, è l’istante esatto in cui la “fragilità” smette di essere l’unica definizione di se stessi e torna a essere una delle tante, preziose sfaccettature dell’esistere.
La prospettiva del limite
Spesso la nostra società osserva la disabilità o la malattia fisica o mentale come un vicolo cieco, un’interruzione fastidiosa del percorso dedito alla produzione. Tuttavia, è proprio da quel punto di osservazione forzato che si impara a guardare il mondo con una nitidezza diversa. Quando il corpo o la mente ti costringono a rallentare, il paesaggio cambia. La vulnerabilità, se non viene nascosta per pudore, ma accolta come dato di fatto, diventa una risorsa cognitiva: ci insegna a misurare il tempo, non più sulla velocità del successo, ma sulla qualità profonda del tragitto. in questo spazio che inizio oggi a condividere con voi, la narrazione del vissuto personale vuole intrecciarsi con l’analisi dell’attualità. Parlare di salute fisica e mentale, di disabilità o di nuove sfide dell’inclusione non significa compilare un elenco di mancanze o indugiare nel pietismo. Significa, al contrario, illuminare le soluzioni necessarie per rendere il mondo un posto capace di ospitare ogni passo, anche quello più incerto o faticoso.
L’inclusione come scelta culturale
Il ritorno all’autonomia pone però una domanda urgente: quanto è pronta la nostra società ad accogliere chi torna da un “altrove” fatto di attese e fragilità? L’inclusione non può restare un concetto astratto o una norma da rispettare per dovere. Deve diventare un’attitudine culturale diffusa. Ripartire significa fare i conti con un sistema che spesso corre troppo veloce per chi ha dovuto imparare di nuovo a camminare, o a guidare. Eppure, una società che si modella sui bisogni dei più fragili è, per definizione, una società migliore per tutti. Un marciapiede senza barriere o un processo aziendale più empatico non aiutano solo chi è in difficoltà, ma rendono la vita più fluida per l’intera comunità.
Un invito al viaggio
Questa rubrica vuole essere un invito a non temere le pause forzate che la vita ci impone. Ogni riconquista, anche la più piccola, è un atto di riappropriazione della propria storia. Grazie a Diari Toscani, mi piacerebbe esplorare insieme a voi quei territori di confine dove il dolore si trasforma in consapevolezza e il limite diventa, paradossalmente, un nuovo orizzonte di senso. Siamo tutti, in fondo, esseri in divenire, costantemente alla ricerca di quella strada che, tra una curva e l’altra, ci faccia sentire di nuovo padroni del nostro viaggio. E a volte, per accorgersene, basta il semplice rumore di un motore che riparte.
Per chi vuole condividere la sua storia può scrivermi a gabrielefabbri1993@gmail.com
