foto di Silvia Meacci
Possente, forte, esteticamente bello, l’orcio, o coppo o ziro (ma anche, se piccolo: orcello, orcino, orciòlo), aveva in passato funzioni soprattutto pratiche. Per essere definito orcio, doveva e deve possedere determinate caratteristiche: la base sporgente fungeva da presa, la fascia centrale ampia e spessa, serviva a rotolarlo, una volta sdraiato a terra, i manici erano per assicurare le funi durante i trasporti e la bocca ampia per contenere.

Esibirne uno di manifattura imprunetina nel proprio giardino è un segno distintivo. I luoghi acquistano in bellezza e si fanno portatori di una tradizione lunga secoli. Quali sono le condizioni che hanno favorito la produzione del cotto di Impruneta e la sua estesa fama? La presenza sul territorio di numerose cave di argilla di alta qualità e la ricchezza di legname, per l’alimentazione dei forni, ha fatto sì che, fin dal Medioevo, vi si creassero laterizi e orci. Un documento dell’anno 1308 riporta la frase “artis mezzinariorum et urceorum plebatus Sancte Marie Impinete”, dimostrando l’esistenza di una corporazione di mezzinai e orciai imprunetini.

Mezzine (brocche di mezzo litro da acqua o vino) e orci, dunque. Prodotti resistenti ma leggeri. Stoviglie e recipienti per le spezierie e i monasteri, mattonelle e laterizi (ricordiamo i circa quattro milioni di mattoni per la realizzazione della cupola del Duomo di Firenze), fino all’attuale e fortunata produzione di terracotte per giardino realizzate a calco, oppure a colombino. “Lavoro tondo”, quest’ultimo, fatto interamente a mano. Nei giorni 22, 23 e 24 maggio, in occasione di “Fornaci in festa” 2026, è stato possibile visitare le fornaci di Impruneta che comunque sono disponibili durante tutto l’anno ad accogliere in visite e laboratori chiunque voglia conoscere di più l’argilla.

Durante l’evento, inserito nel programma nazionale di Buongiorno Ceramica e promosso dal Comune di Impruneta insieme alle associazioni del territorio, si sono alternati artisti e degustazioni di vini e prodotti locali. Un vero successo di pubblico, un abbraccio della popolazione al mondo della terracotta. Coinvolte sei delle sette fornaci imprunetine a marchio C.A.T. – Ceramica Artistica Tradizionale: Fornace Sergio Ricceri, Fornace Poggi Ugo Terrecotte, Fornace Masini, Fornace Carbone, Fornace Pesci Giorgio e Figli, Fornace M.I.T.A.L. dei F.lli Mariani, insieme alla storica Fornace Agresti, non attiva nella produzione, ma sede di spettacoli e iniziative culturali. Qui è stato possibile assistere a un interessante spettacolo teatrale all’interno dell’impianto originario in pietra e mattoni con due antichi forni a legna. La Fornace Masini ne conserva addirittura due risalenti a fine Settecento. Con una capacità di 80 metri cubi, erano alimentati a legna e venivano accesi per eseguire due o tre infornate all’anno. Occasioni di lavoro in cui erano dispiegate immani forze ed energia, ma anche occasioni di condivisione, alla stregua di una vendemmia. Oggigiorno i forni vanno a gas e hanno una capacità di 15 metri cubi.

Le caratteristiche uniche della terracotta imprunetina, come la resistenza al gelo, la capacità isolante e la totale inerzia, permettono anche la realizzazione di anfore da vino. La Fornace Carbone, rinomata per arredi e prodotti di design, si è specializzata altresì in anfore di varia grandezza: contenitori maestosi e panciuti, da uno a duemila litri. Ogni orcio racconta una storia fatta di acqua, fuoco, terra e aria, oltre alla dedizione e al lavoro dell’uomo.
