Svegliarsi a Cuba, in molte zone urbane, significa spesso aprire gli occhi con un sapore aspro in gola, il corpo appesantito dall’umidità notturna che impregna lenzuola e vestiti, e la sensazione immediata di un’aria densa che porta con sé l’odore dei rifiuti accumulati da giorni nelle strade. In diversi quartieri dell’Avana e di altre città, questa percezione non è episodica ma quotidiana: la raccolta dei rifiuti fallisce in modo ricorrente, fino a diventare in alcune aree quasi inesistente, trasformando lo spazio urbano in un ambiente in cui il rischio sanitario non è più un’eccezione ma una condizione stabile della vita.
Secondo dati riportati da autorità municipali e rilanciati da media internazionali e osservatori sanitari, nella sola Avana si generano quotidianamente migliaia di metri cubi di rifiuti solidi, con stime che superano spesso i 7.600 metri cubi al giorno. La capacità di raccolta non riesce a tenere il passo e in alcuni periodi si arriva a intercettarne circa la metà, mentre il resto rimane esposto nello spazio pubblico, vicino alle abitazioni, alle scuole e ai centri di servizio. Questa stagnazione dei rifiuti, in un contesto tropicale caratterizzato da caldo e umidità, crea le condizioni ideali per la proliferazione di roditori, mosche, zanzare e larve, con un effetto diretto sull’aumento del rischio epidemiologico.
Le organizzazioni sanitarie internazionali, tra cui l’Organizzazione Panamericana della Sanità (OPS/PAHO), hanno più volte segnalato come la combinazione tra gestione insufficiente dei rifiuti, interruzioni idriche e difficoltà del sistema sanitario possa favorire la diffusione di malattie trasmesse da vettori, in particolare arbovirosi come dengue, chikungunya e altre infezioni virali tipiche delle aree tropicali. A questo si aggiunge una crescente pressione sui servizi sanitari, già indeboliti da carenze strutturali e dalla difficoltà di approvvigionamento di farmaci essenziali.

La mancanza di medicinali è uno degli elementi più critici. Le farmacie, in molte aree del paese, presentano scaffali vuoti o forniture irregolari, mentre gli ospedali operano con una disponibilità limitata di antibiotici, anestetici e materiali di base. Questo significa che anche infezioni comuni o interventi chirurgici ordinari possono trasformarsi in eventi ad alto rischio. In alcuni casi, secondo testimonianze e reportage giornalistici, le famiglie devono procurarsi autonomamente materiali sanitari come anestetici aghi fili e guanti chirurgici attraverso canali informali per garantire l’esecuzione di procedure mediche.
La condizione degli ospedali si inserisce in un quadro più ampio di crisi infrastrutturale. La scarsità di carburante ha ridotto drasticamente la mobilità dei mezzi di emergenza e dei servizi pubblici, mentre i blackout elettrici frequenti compromettono sia la conservazione dei farmaci che il funzionamento delle strutture sanitarie. In questo contesto, il sistema tende a concentrarsi quasi esclusivamente sugli interventi urgenti, lasciando in secondo piano la gestione delle patologie croniche. I pazienti che necessitano di dialisi, terapie oncologiche o trattamenti continuativi sono tra i più esposti, perché la continuità delle cure non è sempre garantita.
Le conseguenze sociali di questa fragilità sono visibili anche nella vita quotidiana. L’aumento della povertà estrema, la dipendenza dalle rimesse familiari dall’estero e la riduzione del turismo hanno contribuito a un progressivo impoverimento del tessuto urbano. In molte aree, la popolazione anziana è particolarmente vulnerabile alla malnutrizione e alla discontinuità delle cure, mentre cresce il numero di persone senza dimora o in condizioni abitative precarie.
In questo scenario, il confronto con Gaza viene spesso evocato non per analogia politica o militare, ma per la percezione di un collasso funzionale delle infrastrutture essenziali. Gaza è una realtà devastata dalla guerra, con distruzione fisica diffusa e un sistema sanitario sotto pressione estrema. Cuba, al contrario, non è un teatro di conflitto armato, eppure in alcune sue dinamiche urbane mostra segnali di degrado sistemico che, pur con cause profondamente diverse, producono effetti visibili simili sulla vita quotidiana: accumulo di rifiuti, difficoltà di accesso alle cure, precarietà energetica e ambienti urbani che diventano progressivamente insalubri.
Questa somiglianza non riguarda la natura degli eventi che hanno generato la crisi, ma il risultato finale sulla popolazione: in entrambi i contesti, seppure con intensità e origini differenti, la vita quotidiana si svolge in un ambiente dove igiene, sanità e infrastrutture di base non riescono a garantire standard minimi costanti. A Cuba, però, il dato distintivo è proprio l’assenza di guerra, che rende la crisi ancora più legata a fattori economici, logistici e strutturali interni.
In questo equilibrio fragile, ogni elemento si amplifica: la mancata raccolta dei rifiuti alimenta la diffusione di insetti e roditori, la scarsità di farmaci aumenta la letalità delle infezioni, i blackout interrompono la continuità delle cure e la povertà limita l’accesso a soluzioni alternative. È una catena di vulnerabilità che, giorno dopo giorno, trasforma la normalità in un esercizio costante di adattamento.
