Probabilmente non è un materiale conosciuto come il marmo di Carrara, ma la Volpinite, un alabastro gessoso, che prende il nome dal comune bergamasco di Costa Volpino, è stata usata nel tempo per creare autentiche opere d’arte che hanno attraversato i secoli. Di colorazione grigio-azzurrognola, venata, la Volpinite ha un basso grado di durezza ed è quindi facile da lavorare e lucidare, con risultati di trasparenza alabastrina, che ne esaltano la bellezza delle venature. Assorbe, tuttavia, l’umidità che nel tempo la trasforma in gesso, compromettendone la stabilità ed è quindi maggiormente indicata per opere interne, sebbene il suo utilizzo, anche in opere all’aperto, sia ben documentato nei protiri dei Leoni Bianchi e dei Leoni Rossi di Santa Maria Maggiore di Bergamo (Giovanni da Campione, 1360 e 1367), nel rosone e nelle finestre inferiori della attigua cappella Colleoni, gioiello dell’architettura rinascimentale lombarda (1478). Caratteristiche che sapeva bene Giovanni Antonio Carra, capostipite di un’importante famiglia di scultori a Brescia e nei territori attigui dalla seconda metà del Cinquecento al Seicento, che utilizzò la volpinite per realizzare i due magnifici angeli, posti attualmente ai lati dell’altare della Madonna di San Luca, popolarmente nota come la Madonna delle Brine, in Santa Maria del Carmine di Brescia. Due angeli che sono purtroppo privi delle ali. Un mistero storico-artistico che nei secoli ha alimentato storie e leggende non sempre attendibili. Almeno tre le ipotesi da prendere comunque più come favole che come realtà storiche. La prima è che questi angeli furono realizzati così di fatto, senza ali, perchè destinati all’altare di San Michele Arcangelo, dove si trova la pala d’altare raffigurante ”L’Arcangelo Michele che scaccia gli angeli ribelli” realizzata da Palma il Giovane. Gli angeli scacciati dal Paradiso persero le ali, anche se le due statue di Carra non sembrano esprime il dolore e la sofferenza degli angeli caduti. Dopo il restauro dell’altare di San Luca da parte di Giovanni Maria Morlaiter (1699- 1781) che lo realizzò tra il 1735 e il 1737, gli angeli senza ali furono li spostati e posizionati per lasciare il posto alle statue dei Santi Faustino e Giovita, patroni della città, a lato del primo altare nella navata di sinistra. Ancor più inverosimile la storia del garzone di bottega dei Carra, Tognu Tàmbur, cosiddetto per la scarsa intelligenza, che prima di portare le statue degli angeli alla chiesa pensò bene di lavarle e lucidarle creando il distacco forzato delle due ali in volpinite, delicate e leggiadre. Infine terza ipotesi è che le statue poste su mensole ai lati del complesso marmoreo, nella realtà non ci stavano. Così un volonteroso sacrestano volontario pensò di staccare le poderose ma ingombranti ali per meglio posizionare le statue, portando le ali poi nella sacrestia dove sparirono per sempre. Storie, certo, che alimentano in qualche modo il mito della Volpinite.
La Volpinite e le Ali degli Angeli
