Da Napoli all’élite mondiale della cinematografia: Valentina Caniglia è la prima donna italiana a entrare nell’American Society of Cinematographers (ASC), coronamento di una carriera illuminata da talento, passione e visione poetica. Valentina Caniglia ha lavorato con HBO, Netflix, Showtime, diretto pubblicità per Nike, British Airways, Ford, firmato videoclip per The Roots, Aesop Rock, Enzo Gragnaniello. Ha curato la fotografia per Jesus Land (con Juliette Lewis), per le serie Dear… (Apple TV+) e The Captain (ESPN). Ha vinto due volte i New York Cinematography Awards e i Canadian Cinematography Awards, ed è stata nominata per la regia del suo corto The Amytal Therapy.

Valentina Caniglia interpreta la luce come un racconto. In un ambiente tradizionalmente dominato dalla figura maschile del director of photography, Valentina ha saputo affermarsi con uno stile riconoscibile, intenso, umano, intimo: non illumina semplicemente una scena, ne coglie l’essenza.
La vita porta sempre dove si deve essere e mette in collegamento le persone che si devono incontrare, i motivi di tutto questo si comprendono solo con il passare del tempo. Così è stato con Valentina Caniglia, una donna che può diventare un modello per molte donne, fonte di ispirazione e motore di vita, esempio perfetto di capacità, professionalità, tenacia e realizzazione. C’è una frase che gira spesso tra i professionisti del cinema: “Chi dirige l’inquadratura, dirige l’anima del film.” In questo, Valentina Caniglia è una direttrice d’orchestra invisibile, ma essenziale. Una poetessa della luce, capace di trasformare ogni immagine in un’emozione. E ora, quel talento ha trovato riconoscimento nell’Olimpo della cinematografia mondiale, grazie alla prestigiosa American Society of Cinematographers che l’ha accolta tra i suoi membri. Un traguardo storico. Ma anche una pagina che si aggiunge a un percorso fatto di scelte coraggiose, di set internazionali, di una costante ricerca di verità e bellezza attraverso l’immagine.
Radici partenopee, orizzonti globali, Valentina Caniglia è nata a Napoli ed ha iniziato il suo viaggio creativo tra le ombre teatrali di Londra e le luci pulsanti di New York, dove ha studiato cinematografia alla New York University. Non ha mai perso il legame con le sue radici italiane — anzi, lo ha sublimato nella cura estetica, nel senso del contrasto, nella sua capacità unica di rendere la luce non solo tecnica, ma narrazione pura.

Cosa l’ha spinta a lasciare la sua città?
Mi sono spinta da sola ad andare via perché avevo la voglia di essere su un set cinematografico e collaborare con registi. In Italia era molto difficile farlo senza avere agganci nel cinema. Ho portato con me l’energia della mia terra, lo stile unico e l’amore per quello che ho sempre voluto fare.
La sua è vocazione nata quando era giovanissima…
La scintilla per il cinema e per la luce è nata a nove anni, quando i miei genitori mi comprarono la mia prima macchina fotografica. Lì ho capito che potevo raccontare le mie emozioni attraverso le immagini, per poi proiettarle con fotogrammi proprio come un film.
C’è stato un particolare momento rivelatore?
Ho capito che volevo fare la direttrice della fotografia quando ho visto i dipinti di Artemisia Gentileschi, Caravaggio, Vermeer. Da lì ho capito che volevo dipingere con la luce. Ogni raggio di luce ha un significato. Ogni ombra è un silenzio che racconta qualcosa.
Come è stata la sua prima esperienza importante che avvenne sul set di Nightmare?
Il ricordo più bello è stato la collaborazione con il regista, Wes Craven, che mi ha dato tanta fiducia nell’essere creativa.

Da allora ha attraversato culture e mercati cinematografici diversim dall’Europa agli USA, passando per il Medio Oriente…
Io credo che cambi poco se sei tu a decifrare il modo in cui vuoi lavorare e rapportarti con troupe, attori, registi e produttori. Quando sai cosa vuoi, hai talento e sei creativa, e in più rispetti tutti con amore, tutto diventa un riflesso di te stessa. Fare cinema è come usare un linguaggio universale: tutti sono lì per la passione di farlo.
L’ingresso nell’ASC, che fu fondata a Hollywood nel 1919, rappresenta il punto più alto per un direttore della fotografia. Come ha accolto la notizia della sua ammissione?
Per me sembra ancora tutto un sogno. È un’emozione così forte che sembra tutto molto surreale. Ho lavorato veramente duro per moltissimo tempo, attraversando molti ostacoli con tantissima perseveranza. Mi sento al settimo cielo. Essere la prima donna italiana ad accedervi porta con sé una responsabilità di aprire più porte per gli altri.
Nello stesso mese lei ha ricevuto anche la notizia dell’ammissione all’Academy of Motion Picture Arts and Sciences, l’istituzione che assegna gli Oscar…
Questi sono due riconoscimenti prestigiosissimi e provo un’enorme gratitudine. L’importante per me è fare un buon lavoro come direttrice della fotografia su tutti i progetti dove ho contribuito con la mia fotografia e che sto intraprendendo, dove i percorsi con registi, produttori e attori siano pieni di creatività, innovazione, umanità e praticità.
Pensa che il suo esempio potrà influenzare i giovani appassionati di cinema?
Spero che le nuove generazioni vedano in me una speranza e che trovino il coraggio di fare ciò che vogliono. Perché se lo faccio io, lo possono fare anche loro.
C’è un consiglio che avrebbe voluto ricevere quando era agli inizi?
Avrei voluto che qualcuno mi avesse detto ‘ti aiuto io’ oppure ‘siamo un gruppo e ci aiutiamo’. Ma poi ho capito che l’aiuto più importante era quello che io davo a me stessa. Perché se la spinta non te la dai da sola, nessuno può aiutarti.
Cosa direbbe a una ragazza italiana che sogna il cinema ma non si sente ‘abbastanza’?
Le direi di non mollare mai, come ho fatto io.
Il suo lavoro la porta ovunque, ma “casa” per lei ha un significato preciso…
Casa sono le persone che ami e che ti amano, non i luoghi, edifici o mattoni. Non sono i luoghi a fare le persone, ma le persone a fare i luoghi.

Lei ha un rituale personale…
Sì, manifesto la positività e la gratitudine tutte le mattine.
La sua sfida più grande?
Aver intrapreso una carriera senza connessioni e senza conoscere nessuno nel cinema, televisione o pubblicità.
Qual è il momento di cui va più fiera?
La fine di ogni progetto cinematografico, televisivo o pubblicitario, perché sono tutti traguardi raggiunti con grande impegno e amore.
La storia di Valentina Caniglia è quella di chi lavora nell’ombra per creare luce. Una luce che guida, ispira, apre strade e che lascia il segno, non solo nei fotogrammi.
