foto di Silvia Meacci
Rifugio Digitale, spazio espositivo fiorentino ospitato in un ex tunnel antiaereo del 1943 — ha presentato al pubblico il sesto e penultimo appuntamento del ciclo “Il Corpo che Abito” dedicato alla fotografia contemporanea: “Body As a Living Archive” di Izabela Jurcewicz. Si tratta di una mostra che declina il senso del corpo in modo autobiografico. Tutto ruota intorno alla rielaborazione di un evento traumatico subìto dall’artista: un intervento chirurgico lungo e invasivo reso necessario da una rarissima forma di tumore. Un’esperienza che ha lasciato in Izabela una memoria indelebile. Anni dopo, in concomitanza con la malattia del padre la giovane donna si è resa conto di non aver mai elaborato la propria ferita: il solo parlarne non era stato abbastanza.

La fotografia — disciplina in cui Izabela ha conseguito un Master of Fine Arts alla Rhode Island School of Design— è dunque diventata un mezzo per reagire, prendere coscienza del suo corpo, percepito come un archivio vivente. Se in passato si era scattata autoritratti ponendosi in posizione inferiore rispetto all’obiettivo, quasi a subirne lo sguardo, Izabela ha invece cominciato a guardarsi direttamente nello specchio e si è fotografata da un altro punto di vista, avviando lentamente un processo di terapia e guarigione.

Le foto e i video in mostra sono tratti da quattro serie di lavori distinti. In ordine cronologico: “Body as a negative”, “Interrupted”, “Healing”, “Body as a living Archive”, tuttavia l’ideatrice Irene Alison e il curatore Paolo Cagnacci hanno piuttosto preferito seguire il Kairos, il tempo interno della fotografa, dell’anima, e non il Kronos, il tempo cronologico. Le opere provenienti dalle quattro fasi di consapevolezza e guarigione sono state riunite in un percorso coerente e ben intuitivo per i fruitori della mostra. I primi lavori di Izabela esploravano, anche attraverso l’arte performativa e i video, i limiti del corpo, fragile, biologico, temporaneo e mortale. Per sentirsi al sicuro Izabela si è avvicinata al mondo della natura. Addirittura ha cosparso di terra il pavimento del suo appartamento newyorkese per farne un vero giardino. Voleva esserne parte, perché in natura niente è perso. Le foto di Izabela con fiori e foglie sul corpo nudo, cicatrizzato, sono belle e anche dolci ma allo stesso tempo di forte impatto. Sfidano la morte, il ritorno alla terra, inevitabile per tutti. I dettagli, la pelle pulsante di vita, raccontano il dolore e urlano la necessità di consapevolezza.

Solo successivamente è avvenuto il processo di accettazione e la gravidanza è servita come ulteriore evento scatenante che l’ha aiutata a spostare la centralità dell’attenzione dal suo corpo a quello dei figli. L’urgenza e la forza della nuova vita in arrivo sono risultati vincenti. Come albero, quel corpo che aveva nutrito in sé la malattia è rifiorito: ha saputo radicarsi, rimanere in equilibrio, trovare forza e riprodursi. Comunque bello e denso di significato, prima della gravidanza e dopo.
Rifugio Digitale
Dal 15 ottobre al 9 novembre
