E’ sempre lui, è sempre il re. Michel Platini ha riempito e divertito l’Auditorium Santa Chiara di Trento nella prima serata del Festival dello sport della Gazzetta dello Sport che si tiene a Trento dal 9 al 12 ottobre. Un folla inverosimile e inverosimilmente giovane è accorsa per “Le roi” a confermare che sul trono, anche dopo quarant’anni, c’è sempre e solo lui.

La pancetta, i capelli grigi, non tolgono nulla al suo carisma: la simpatia, una punta di irriverenza, l’immensa autenticità di chi non ha mai mistificato nulla, sono ancora le stesse. E’ sempre lui e per i cuori bianconeri – tantissimi – che hanno riempito l’Auditorum è stato quasi un balsamo e un viaggio nel tempo. Michel, nella gustosa intervista condotta da Fabio Licari, ha spaziato su tutto, ha suscitato ricordi e risate, ha dato spunti importanti di riflessione.

A cominciare dalla celeberrima foto di lui sdraiato di fianco, in campo, dopo che l’arbitro tedesco Volker Roth gli aveva annullato uno dei suoi gol più belli per un fuorigioco ininfluente di Brio, nella partita Argentinos Juniors -Juventus giocata a Tokio nel 1985, quando, alla domanda di Licari: “Perchè non sei corso a urlare all’arbitro?”, Michel ha risposto: “Ma perchè? Cosa dovevo fare, ammazzarlo? Il calcio è così. Ci sono ingiustizie e è meglio sorriderci sopra” e poi: “Ho incontrato Roth vent’anni dopo quando ero presidente della Fifa e lui responsabile degli arbitri. ci siamo salutati ma non abbiamo mai parlato di quel gol. Quando è scaduto il suo contratto, ovviamente, non l’ho rinnovato”.

Sulla stessa linea la risposta sull’uso del Var: “Io lo eliminerei. Sta snaturando il calcio. Per fare un compromesso diciamo che lo terrei solo per i guardalinee, cioè per verificare fuorigioco e palla in rete, ma tutto il resto dovrebbe essere lasciato al giudizio dell’arbitro che conosce le regole del calcio”. E poi battute esilaranti come: “La cosa che mi piace di meno dell’Italia? I giornalisti”, ” Brera disse che facevo il francese in Italia e l’italiano in Francia: è vero, sono ancora così”, “No, Boniperti non mi ha mai messo alle strette per firmare un contratto. Io non andavo nel suo ufficio, avevo già parlato con l’Avvocato”. E battute emozionanti come: “Se ho dato più io alla Juve o la Juve a me? Ha dato più la Juve a me”, “Non voglio fare il presidente della Juve: non si può vivere due volte la stessa storia d’amore. Vorrei un ruolo che mi permetta di migliorare tutto il calcio, non solo quello di una squadra”, ” Delle mie tre storie nel calcio, quella da calciatore, quella da allenatore e quella da presidente della Fifa, la migliore resta quella in cui avevo il pallone tra i piedi”. Fino alla considerazione amara, fortissima sulla scelta di chiudere col calcio giocato a soli 32 anni: “Avevo alcuni problemi fisici e facevo meno gol. Poi c’era stato l’Heysel che mi aveva segnato profondamente. Il gol in quella partita, lo avevo segnato io. Tutto questo mi ha spinto a chiudere la mia carriera a quell’età”.

Un’ora di ricordi con il sorriso e l’intelligenza di un uomo che non ha mai usato filtri: suo padre, di origine italiana ma nato in Francia, l’avvocato Agnelli, Boniperti, Blatter e Infantino definiti “Joker”, Boniek (che ha mandato un videomessaggio) compagno d’attacco alla Juve, Trapattoni, Zico, Maradona e quella sua Juve di campioni: “Giocavo con sei campioni del mondo: non è una cosa comune ” e il ricordo amaro della sconfitta ai rigori contro la Germania nella semifinale del Mundial dell’82: “Ho provato di tutto in quelle due ore, dalla gioia, alla rabbia, alla disperazione. Un ricordo che fa ancora male” chiuso con la solita allegra ironia: “Vabbè vi abbiamo fatto un favore! Così avete vinto il mondiale!”. Ancor prima dello scadere della canonica ora della durata dell’evento, una marea umana si è riversata ai piedi del palco per un autografo. Una marea di bambini, ragazzini, giovani. Pochissimi boomer. Pochissimi di quelli che quello che ha raccontato Michel lo hanno vissuto, lo hanno visto e lo ricordano indelebilmente. Segno che qualcosa, forse, è stato insegnato bene.
