Parliamo…di come parliamo, e anche di come, ormai, sempre peggio, scriviamo. Su Diari Toscani, da amanti delle bellezza della lingua italiana non potevamo non occuparci anche delle infinite – e non sempre positive – evoluzioni della linua più bella del mondo. Quindi partiamo con una nuova rubrica: Parole e pensieri, nella quale viaggeremo nei meandri della lingua, scritta e parlata, per indagare i cambiamenti della società. Perchè tutto parte dalla parola e senza le parole non si può pensare. Ad aprire la rubrica Parole e pensieri sarà Florida Nicolai, ambientalista e studiosa del linguaggio con un suo saggio sull’inclusività linguistica.
Parte prima
Tra filosofia del linguaggio, resistenze istituzionali e proposte identitarie. Un’analisi del conflitto che sta ridefinendo il modo in cui parliamo e pensiamo.
Prologo: La “e” rovesciata che divide l’Italia
Il dibattito sul cosiddetto “linguaggio inclusivo” è esploso dalle aule universitarie e dai social network per invadere il discorso pubblico, dividendo linguisti, intellettuali e cittadini. Al centro della polemica c’è un simbolo minuscolo, ma potentissimo: lo schwa [ə], una “e” rovesciata presa in prestito dall’alfabeto fonetico internazionale. L’obiettivo dei suoi promotori è nobile: rendere la lingua italiana più inclusiva, superando la tradizionale opposizione binaria maschile/femminile per accogliere anche le persone non binarie. Esempi concreti iniziano a comparire in documenti ufficiali, come alcuni verbali di commissioni universitarie, dove si legge “ciascun componentə” o “l3 altr3 commissar3”. Dall’altra parte, una levata di scudi. Un appello su Change.org, promosso dal linguista Massimo Arcangeli e sottoscritto da nomi illustri come il presidente onorario della Crusca Claudio Marazzini, Luca Serianni, Alessandro Barbero e Massimo Cacciari, ha raccolto migliaia di firme per dire “basta” a questo esperimento linguistico. La critica principale è che si tratti di un’imposizione artificiale, una forzatura ideologica calata dall’alto che stravolge le regole naturali dell’italiano.
Michela Murgia, tra le sostenitrici, difendeva lo schwa paragonandolo a un “vaccino” necessario in un sistema linguistico sessista. Per i critici, tuttavia, è proprio questo “inciampo” il problema: oltre a essere esteticamente brutto e impronunciabile, rischia di creare barriere per le persone con dislessia e di cancellare, paradossalmente, i femminili faticosamente conquistati in nome di un neutro indefinito.
Introduzione: Il linguaggio come campo di battaglia
Il dibattito sul linguaggio inclusivo in Italia ha superato i confini accademici per diventare un tema caldo di discussione pubblica. Non si tratta più solo di un dibattito linguistico, ma di uno scontro tra visioni del mondo: da un lato chi vede la lingua come un organismo vivente da rispettare, dall’altro chi la considera uno strumento da plasmare per finalità politiche e sociali. Al centro, proposte come l’uso dello schwa [ə] e del “femminile sovraesteso”.
1. Il fondamento teorico: Wittgenstein e la natura sociale del linguaggio
Il filosofo Ludwig Wittgenstein, con la sua teoria dei “giochi linguistici”, fornisce la cornice teorica: il significato delle parole non è fisso, ma emerge dal loro uso in specifici contesti sociali (“Il significato di una parola è il suo uso nel linguaggio”). Questo approccio relativista contesta l’idea di un linguaggio come pura rappresentazione oggettiva, aprendo la porta alla possibilità di un suo cambiamento guidato da esigenze sociali. Tuttavia, tale cambiamento, per essere efficace, deve radicarsi nella pratica condivisa dei parlanti, non essere imposto dall’alto.
2. Il caso italiano: schwa, asterisco e la reazione delle istituzioni
In Italia, le proposte più discusse sono:
-lo Schwa [ə]: suono vocalico neutro estraneo al sistema fonetico italiano. Promosso come soluzione per includere le identità non binarie, è criticato per la sua impronunciabilità, la scarsa accessibilità (problemi con gli screen reader) e la percezione di artificialità.
-l’Asterisco (*): Un simbolo grafico più universale, ma non pronunciabile, che crea una frattura tra scritto e parlato.
L’Accademia della Crusca si è espressa con estrema prudenza. Linguisti, tra gli altri, come Claudio Marazzini, Paolo D’Achille e Vittorio Coletti ne hanno evidenziato l’artificiosità, la scarsa praticabilità e la distanza dall’evoluzione spontanea della lingua, suggerendo invece alternative già esistenti come l’uso di perifrasi, parole collettive (“persona”) o il raddoppio sistematico (“cittadine e cittadini”).
3. La svolta del “Femminile Sovraesteso” e la risposta della Crusca
Un nuovo capitolo si è aperto con la decisione dell’Università di Trento di adottare il “femminile sovraesteso” nel suo regolamento (es. “la rettrice” per riferirsi anche a un uomo).
3.1 La Reazione dell’Accademia della Crusca: un’analisi istituzionale del “Femminile Sovraesteso”.
L’Accademia della Crusca, nella figura del Presidente Onorario Claudio Marazzini, è intervenuta con un’analisi approfondita e pacata sulla scelta dell’Università di Trento, offrendo una critica istituzionale che va oltre la polemica per addentrarsi in argomentazioni tecniche, logiche e giuridiche.
– La Distinzione tra Atto Politico e Sistema Linguistico: La Crusca opera una cruciale distinzione. L’uso del femminile sovraesteso in un atto dimostrativo e polemico (come un discorso provocatorio) è comprensibile come gesto politico, ma richiede una spiegazione metalinguistica per essere compreso, ammettendo così il proprio fallimento come strumento comunicativo autonomo. La sua adozione in un testo normativo come un regolamento, invece, è inaccettabile, poiché tali testi devono essere chiari, denotativi, impersonali e conformi allo standard, privi di ambiguità che possano generare contenzioso.
– Le Argomentazioni Tecnico-Logiche: L’intervento smonta pezzo per pezzo l’impianto del Regolamento:
(a) Illogicità Costitutiva: La premessa del regolamento (“I termini femminili si riferiscono a tutte le persone”) è falsa. Includerebbe anche parole come “convocazione” o “delibera”, che nulla hanno a che fare con le persone, rendendo l’affermazione illogica e grammaticalmente insostenibile.
(b) Incoerenza Grammaticale: Creerebbe caos sistematico negli accordi di genere con oggetti e animali, producendo discrasie insolubili (es.: “gli zaini e le borse abbandonate saranno soggette a perquisizione”).
(c) Eccesso di Potere: Avanza un’argomentazione giuridica: un’università, o qualsiasi ente pubblico, non ha l’autorità per “cambiare per decreto le regole della lingua italiana”. È un atto di “eccesso di potere” che invade una competenza che non le appartiene.
– La proposta costruttiva e le alternative esistenti: A differenza di una semplice condanna, la Crusca indica una via praticabile. Ricorda che esistono “decine e decine di manuali e guide per il linguaggio inclusivo” che offrono soluzioni rispettose (come il raddoppio sistematico “cittadine e cittadini”) senza “manomettere le funzionalità della lingua”, invitando a non disperdere questo lavoro in nome di una provocazione estrema e controproducente.
– Il richiamo alla scienza linguistica. Riportando integralmente l’articolo della linguista Serenella Baggio (docente dell’Ateneo di Trento contraria alla scelta), la Crusca rafforza la sua posizione con ulteriori argomenti:
(a) Principio di Economia. Il maschile sovraesteso (o “non marcato”) è un meccanismo di efficienza che la lingua ha grammaticalizzato per semplificare la comunicazione, non uno strumento di oppressione.
(b) Genere Grammaticale ≠ Sesso Biologico. Ribadisce che confondere i due piani è un errore categoriale. La lingua assegna il genere in base a regole proprie, non per esprimere giudizi di valore.
(c) Monito Storico. Cita il fallimento delle manipolazioni linguistiche fasciste (come il veto sul “Lei”) come esempio dei danni causati da ingerenze ideologiche forzate sulla struttura della lingua.
In conclusione, l’intervento della Crusca rappresenta la voce dell’istituzione che difende l’integrità del sistema linguistico come bene comune. Non nega l’esigenza di inclusività, ma contesta fermamente i metodi destabilizzanti e autoreferenziali, reindirizzando il dibattito verso soluzioni praticabili, condivise e rispettose della natura profonda della lingua.
continua…
