Si è chiusa a Firenze la mostra Donne internate a Maggiano – L’arrivo di Mario Tobino e Le libere donne (1943-1952) –Sei storie di donne e uno sguardo d’artista dedicata alle donne del manicomio di Maggiano, la cui storia Mario Tobino ha immortalato nel celeberrimo “Le libere donne di Magliano”. Pubblicato settanta anni fa il testo rappresenta una pagina fondamentale nella storia della psichiatria in Italia. Del resto cosa ci dice quella sorta di ossimoro, scolpito nel titolo, che palesa la contraddizione profonda nella vita di molte internate? Se seguiamo il persorso espositivo e leggiamo il bel catalogo curato da Alessandra Celi e da Luciana Vietina capiamo il perché: non si è libere in un manicomio, luogo del sorvegliare e del punire, per dirla con Foucault, spazio del disciplinamento, nascondiglio di “ scandali”, ma talvolta si è ancora libere nei sogni, nelle speranze, libere nell’anima. La ricerca d’archivio ha portato le autrici a selezionare alcune biografie di donne internate e a raccontarle. Il progetto non voleva essere soltanto una ricostruzione storiografica, ma anche un’occasione per sperimentare una didattica diversa: ecco il coinvolgimento di due Istituti scolastici, il Liceo Artistico Felice Palma di Massa e il liceo delle scienze umane Galileo Chini di Camaiore che hanno prodotto rispettivamente: una serie di ritratti immaginari delle donne di Maggiano e alcuni podcast che hanno ridato voce, e volto, alle Internate.

Con la tappa espositiva presso Palazzo Bastogi, sede del Consiglio Regionale, la mostra, da subito pensata come itinerante per raggiungere un pubblico vasto, ha comunicato ancora una volta la ricchezza delle sue sfaccettature come dei suoi spunti didattici ed educativi: straordinari gli interventi delle studentesse che hanno parlato per l’occasione del senso della propria esperienza formativa nel lavoro pittorico sui volti e nella costruzione dei podcast. Le autrici hanno raccontato lo svolgimento dello studio affrontando questioni che spaziano dalla storia di genere a quella della psichiatria fino a toccare i temi relativi alle problematiche metodologiche della storiografia e dell’uso delle fonti. Hanno raccontato dell’idea scaturita da un luogo così denso di suggestioni e di presenze quale è oggi l’ex ospedale psichiatrico che si erge su una piccola collina vicino Lucca, di come la spinta sia nata dalla comune passione per la storia delle donne e anche dall’intreccio di un fatto storico drammatico come la guerra mondiale con la vita all’interno del Manicomio. Poi si è trattato di coniugare la ricerca storica con la didattica. Una sfida non facile quella di portare i documenti in classe e avvicinarli al sentire di ragazzi e ragazze di oggi, riuscita anche per la scelta di farlo attraverso le storie, la cui potenza li ha attratti da subito, anche per vicinanza di alcune problematiche, come la fragilità di alcuni momenti della vita, e perché, in definitiva, si tratta di vite comuni di giovani donne, alcune loro coetanee.

Una mostra che tutti dovrebbero vedere e sulla quale tutti dovrebbero meditare scoprendo quanto quel tema sia ancora attuale. L’auspicio è che vi possano essere altre occasioni per poter apprezzare nuovamente il percorso espositivo immergendosi nell’atmosfera di quegli anni e nell’animo delle protagoniste.
