Circa mille anni fa, mille più mille meno, entro le mura antiche della città “Piaza su d’ drent”, fu costruito il duomo dedicato a sant’Andrea, meglio conosciuto come “’l Dom d’ Carara”. Fu un evento importante per la comunità cristiana, ma anche per tutti gli amanti dell’arte che con questa opera vedevano accresciuta l’importanza della loro città. Nonostante la bellezza architettonica e l’impiego di smisurate quantità di marmo, la facciata apparve ad alcuni critici povera di ornamenti. Fu indetta dal comune e dalla comunità una gara, per dare all’edificio religioso un’opera d’arte immortale che, secondo le regole del concorso, doveva essere assolutamente di marmo. Parteciparono artisti provenienti da tutto il mondo allora conosciuto, grandi scultori vollero dare il loro contributo per essere ricordati in eterno. Era stata istituita anche una giuria composta tutta da critici d’arte e quando tentò di iscriversi alla competizione anche uno scalpellino, un certo Vincè d’ V’zala, il presidente, che lo conosceva bene, lo rimproverò “Oh Vincè ma chi t’ t‘ cred d’es’r: un scap’zator i n’ pò compet’r co i scultori, da reta arvat’n a ca e non fart pu v’der”. Ma Vincé non volle sentire ragioni “a i ho d’rit anch a me a usar ‘l scalped p’r ‘l Dom d’l me paes”, rivendicò quindi il suo diritto a partecipare alla gara “ e alla fine fu ammesso. Ad ogni scultore fu data la possibilità di scegliersi il marmo che meglio corrispondeva all’opera che si accingeva a compiere. I blocchi furono sistemati nei luoghi più conosciuti e strategici della città; Vincè fu messo a scolpire “For d’ porta” alla Lugnola, per non dare nell’occhio.
Per tre giorni Carrara fu inondata di colpi di sciubbie e martelli , le schegge di marmo invasero le piazze e le strade allora conosciute, un vero e proprio tripudio di lavoro e di arte. Quando le opere furono consegnate, la giuria fu incerta nell’assegnare il premio, perché erano tutte belle e degne di essere premiate, ma quando si recarono alla Lugnola ad esaminare il Rosone di Vincè non ebbero più dubbi, era quella l’opera giusta per la facciata del Duomo. Ovviamente per lo scultore carrarese si aprirono le porte del Paradiso, grandi festeggiamenti e manifestazioni di affetto lo circondarono per tutta la giornata. A chi gli chiese ragione della sua arte così rispose “Ma com la fat lunga, me a son un cavator e ‘l marm al conos da ‘na vita, a so anch quand drent a i è i peli; fra tuti i blochi ho selt quel che drent i avev ‘l Roson, con ‘l scalped a i ho tirat via ‘l marm che il cupriv e ‘l zoc i è fat”.
Quando andiamo in visita alla città di Carrara e passiamo davanti all’antico Duomo di sant’Andrea, gettando uno sguardo al rosone che sta in alto sulla facciata, pensiamo anche a Vincè d’ V’zala.
