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Diari Toscani

Giornale di cultura, viaggi, enogastronomia e società

La Massaia, un’ artigiana sulle Alpi Apuane     

DiPietro Marchini

Apr 7, 2023

Si dice oggi, con molta inesattezza, che era ero la regina della casa. Se è così, lo ero anche dell’orto e del pollaio. Ma un tempo non venivo considerata tale, in quanto ero la prima ad alzarmi al mattino, per preparare le colazioni ed ero l’ultima a coricarmi  di sera, dopo aver rimboccato le coperte a tutta la famiglia. Si è mai vista una regina che si mette il vestito migliore soltanto qualche volta, la domenica mattina per andare a messa o per partecipare alla festa del paese, oppure in occasione del matrimonio di un figlio? Vorrei che si riconoscesse alle massaie un alto valore aggiunto, per le loro competenze in gran parte delle attività proprie di ogni realtà legata alla campagna o alla vita dei borghi sparsi per la montagna.  Posso dire, parafrasando un detto degli antichi cavatori, che noi massaie lavoravamo “da stelle a stelle”. Non eravamo regine, eravamo semplicemente donne che il matrimonio, la famiglia, le convinzioni religiose, avevano relegato all’interno di una economia domestica, alla quale non potevamo nemmeno ribellarci, anche se lo avessimo desiderato. La società rurale aveva messo sulle nostre spalle una pesante bisaccia, il cui contenuto era fatto di lavoro e rinunce, di responsabilità morali spesso insopportabili, alle quali comunque non potevamo sfuggire. Eravamo schiave del lavoro e della virtù, a differenza degli uomini che erano schiavi solo del lavoro. Come descrivere tutte le attività che dovevamo svolgere in campagna secondo il tempo e le stagioni? L’attenzione per gli animali da cortile, il recupero di tutto ciò che serviva per mettere insieme il pranzo con la cena, perché c’era poco di tutto e tutto era prezioso. E poi, la cura della casa, per sua fortuna abbastanza piccola, la legna nel camino per far bollire l’acqua del paiolo attaccato alla catena e con la brace accendere i fornelli per cucinare. Il bucato nel lavatoio pubblico o giù nel vicino torrente, con sulla testa carichi di panni. Il cucito e il ricamo per riparare gli abiti consunti, la biancheria e le coperte ricamate avute in dono il giorno delle nozze. Al posto della televisione, della lavatrice e della lavastoviglie, c’era la macchina da cucire, rigorosamente a pedale. E durante le sere d’estate, a veglia nell’aia per fare due chiacchiere, noi massaie sferruzzavamo per fare un golfino al nipote o una maglia al marito, ma anche un ricamo per il corredo della figlia. Dopo i numerosi parti, la crescita e l’educazione di tutta la prole erano di nostra esclusiva competenza, così come la cura degli anziani, dei disabili e di quelli che cadevano vittime di malattie. Dovevamo essere, contemporaneamente, mogli, madri, nonne e suocere, ma anche infermiere. Possedevamo le chiavi della credenza per amministrare un’economia di pura sussistenza.  Quando il contadino partiva per la guerra, come nelle due mondiali, noi massaie dovevamo svolgere lavori di competenza maschile, non solo per l’alimentazione dei figli, ma anche per non interrompere i cicli produttivi della campagna. Abbiamo visto molti monumenti nel territorio delle Apuane, elevati a personaggi noti nel mondo della cultura, della politica e dell’industria, a patrioti e partigiani, a cavatori caduti sul luogo di lavoro. Anche le figure religiose sono ampiamente rappresentate dalle maestà. Non sto chiedendo un monumento, ma semplicemente di riconoscere a noi massaie quello che ci spetta. Riconoscerci per quel che siamo: personaggi nobili incarnati in  figure di estrema riservatezza e di infinità umiltà.

foto di Daniele Mugnaini

Foto di Daniele Mugaini Donna col secchio in testa – 1895 Lucania
Foto di Daniele Muganini Donna che stende i panni al balcone 1985 Lucania
Foto di Daniele Mugnaini Donna fa calze di lana 1985 Lucania