• Ven. Giu 21st, 2024

Diari Toscani

Giornale di cultura, viaggi, enogastronomia e società

Questa settimana andiamo a: Buenos Aires, Argentina

Coordinate: 34°36′30″S 58°22′19″W

Distanza da Firenze: 11.913 KM

“Qui ci stiamo preoccupando di salvaguardare il nostro stile di vita… un ottimo stile di vita (a damned good way of life, in lingua originale)”.

La battuta è estrapolata da un celebre film del 1982, “Missing”, del regista greco Costa-Gravas. A parlare è l’ambasciatore americano a Santiago del Cile, che si rivolge così ad Ed Horman, un cittadino statunitense che si reca nel paese sudamericano per cercare il figlio Charlie, di cui non ha più notizie da settimane. Ed Horman, interpretato da un indimenticabile Jack Lemmon, è un americano modello che crede nelle istituzioni e nel sistema.  La prima cosa che fa, è rivolgersi all’ambasciata americana. Anche se le risposte che ottiene fanno già capire che qualcosa non quadra, all’inizio non può credere che il governo abbia abbandonato a se stesso un concittadino all’estero. Ma, in realtà, è esattamente quello che è successo. Siamo in Cile, nel 1973. A seguito di un sanguinoso colpo di stato, il generale Pinochet instaura una tremenda dittatura militare. Un numero impressionante, e tuttora non definitivo, di persone scompare nel nulla. Sono i desaparecidos. Charlie Horman, un giornalista americano freelance che ha visto troppo, è uno di loro: dopo averlo arrestato e giustiziato allo stadio Monumental della capitale cilena, i militari tumulano il suo corpo direttamente nelle mura di cemento armato della struttura, in modo che non possa essere più ritrovato. Non solo il governo degli Stati Uniti non interviene per proteggerlo, ma si macchia anche di connivenza con il regime, coprendo l’orribile verità al padre. Cercando le tracce del figlio, Ed giunge a capire che il figlio è morto e che il governo non farà nulla al riguardo. Messi alle strette durante il drammatico confronto finale, i diplomatici giustificano l’implicito appoggio del governo americano al regime, con le due battute citate all’inizio, che riassumono mirabilmente la direttiva principale della politica estera statunitense – ma anche delle altre grandi potenze – dalla seconda guerra mondiale in poi.

Charlie Horman pensava che il fatto di essere americano avrebbe garantito la sua sicurezza. La sua famiglia credeva che il fatto di essere americani avrebbe garantito loro la verità. Ma si sbagliavano tutti. Molti anni passeranno prima che i resti di Charlie possano tornare in possesso della famiglia, negli Stati Uniti, e ricevere, così, una degna sepoltura nel suo paese d’origine. La signora Hebe de Bonafini non è riuscita neanche ad ottenere questa misera soddisfazione per suo figlio, desaparecido in Argentina dal 1976.

Come il Cile nel 1973, anche l’Argentina, in quel periodo, viene interessata da un colpo di stato. A tre anni di distanza, nel 1976, il parigrado di Pinochet, Jorge Rafael Videla, prende il potere, dando il via ai setti anni più bui della storia argentina recente. Anche in questa occasione, tutte le voci dissidenti, anche solo moderatamente, vengono fatte sparire. La lista dei desaparecidos si allunga a dismisura. Per circa un anno, Hebe ed altri madri cercano i figli da sole, ma i loro sforzi rimangono impigliati nei gangli del regime, che esibisce il classico repertorio del caso:   richieste cadute nel vuoto, brandelli di informazioni, minacce, false piste, silenzi, labirinti e muri di gomma burocratici. Decidono, allora, di andare tutte davanti al palazzo del governo – la Casa Rosada – per protestare, e cercare così di farsi ricevere dal presidente Videla. Siamo a fine aprile del 1977, il 30 per la precisione, un giovedì. Le possibilità che il generale le riceva, sono pari a quelle di una grandinata nel Sahara. Lo sanno bene. Ma ci provano lo stesso. Quando un giovane poliziotto intima loro di andarsene, agitando minaccioso l’arma, le donne non si danno per vinte e decidono di dare visibilià alla loro protesta, mettendosi a camminare intorno all’obelisco al centro della piazza antistante: Plaza de Mayo, con un pezza bianca in testa a simboleggiare i pannolini usati per i figli scomparsi. Hanno cominciato a girare, e non hanno più smesso: da quel giorno, ogni giovedi, le Madri di Plaza de Mayo – questo è il nome dell’associazione che hanno fondato in seguito – si ritrovano per compiere i loro giri intorno all’obelisco: un gesto nato come segno di protesta, e diventato oggi un monito.

Hebe è morta domenica 20 novembre 2022. Aveva 93 anni. Non hai mai rivisto suo figlio, non ha mai potuto piangere il suo corpo. Nonostante, da tempo, fosse costretta su una sedia a rotelle, è sempre andata a compiere il giro intorno all’obelisco, insieme a tutte le altre madri. Anche il giovedì precedente alla sua morte, era  regolarmente in Plaza de Mayo. Esattamente come quel 30 aprile del 1977, 45 anni prima. Non è stata tra le fondatrici del movimento, ma ne è diventata presto la sua leader. Quando il regime di Videla sequestra e uccide tre di loro, il gruppo non si scioglie, probabilmente grazie, anche, al carisma e alla combattività di Hebe, nella quale le altre madri vedono la figura giusta che avrebbe saputo e potuto continuare la lotta. E hanno ragione.

Il ritorno dell’Argentina alla democrazia, nel 1983, non è seguito da un adeguato perseguimento giudiziario dei protagonisti del settennato precedente, e la speranza che il nuovo corso democratico possa finalmente fare luce e, soprattutto, giustizia sui desaparecidos e gli altri crimini di cui si sono macchiati i golpisti, svanisce ben presto. Solo nove membri dell’elite militare finiscono sotto processo, e cinque di loro, addirittura, vengono assolti. Quando, poi, il governo propone alle madri un risarcimento in denaro, una sorta di vitalizio,  per la perdita dei figli, il dibattito interno sulla posizione da tenere, si trasforma in spaccatura. Per Hebe la proposta è semplicemente inaccettabile. Non solo significa arrendersi al fatto che i figli non sarebbero mai più tornati, ma anche che si sarebbe interrotta la ricerca delle risposte, e che la spessa coltre delle storie dimenticate dalla storia, si sarebbe posata sul loro destino. Molte madri sono d’accordo con la posizione oltranzista ed intransigente di Hebe: continuare a rivendicare la richiesta di “ricomparsa in vita” dei figli, ad ogni costo, contro ogni tentativo tombale da parte delle autorità. Alcune di esse, invece, accettano di negoziare col governo, spaccando il movimento e dando vita al movimento “Madres linea fundadora”, più moderato e meno politicizzato.