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Provando quell’emozione ti senti quel personaggio: Roberto Chevalier, la “voce” di Tom Cruise

DiSilvia Ammavuta

Ago 3, 2022

Avete presente quando incontrate una persona per la prima volta e vi sembra di averla sempre conosciuta? Ecco, questo è quanto mi è successo, nell’esatto istante in cui ho fatto la conoscenza di Roberto Chevalier, attore di cinema, di teatro e doppiatore.

La nostra conversazione ha assunto, fin dalle prime battute, il sapore di una chiacchiera fra amici. La cosa che mi ha colpito al primo impatto è stata la semplicità. Via, detto fra noi, un artista di tale livello poteva anche tirarsela un po’, e invece no. Intanto, giusto per non farmi i fatti miei, gli ho chiesto l’origine del suo cognome. “Non lo so” ha risposto e la conseguente alzata di spalle è stata più che esaustiva. Da quel momento in poi, però, la sua loquacità è stata così coinvolgente, che, a stento, sono riuscita a stargli dietro.

Bambino, che potremmo definire prodigio, inizia a fare cinema a cinque anni e nel giro di poco tempo si sparge la voce della sua bravura. La carriera di attore cinematografico prosegue fino al 1980, quella in teatro fino al 1988. È stata una carriera talmente intensa, che verrebbe da pensare che, probabilmente, da quel momento abbia voluto prendere la vita con tranquillità. E, invece, no. Ha mille progetti, mille impegni, mille idee, anche se, al momento, sente il bisogno di un po’ di ferie, perché i turni di doppiaggio sono di tre ore e in una giornata possono esserci anche quattro turni, cinque giorni su sette. E gli altri due di riposo? “No, il sabato e la domenica ci sono i copioni degli altri adattatori da correggere, oppure gli adattamenti che faccio che risultino plasmati sul labiale degli attori doppiati”. Intanto sta dirigendo “Three thousands years of longing”, un film che definisce molto dolce.

Ho 70 anni appena compiuti” dice. E lo spirito di un ragazzino, penso fra me e me.

Per Roberto Chevalier, il cinema è un viaggio affascinante in varie dimensioni: passato, presente, futuro. Tante vite. Uno spettacolo meraviglioso che, solo al cinema, si può godere. E proprio da quel viaggio affascinante, in questi giorni, ha ricevuto un premio alla carriera, in occasione del “72° annuario del cinema italiano e audiovisivi”.

Scivolo, forse, sul banale, ma non posso esimermi dal chiedergli la differenza fra essere attore e doppiatore. In prima battuta, mi dice che il doppiaggio nasce ai tempi del fascismo e aggiunge un aneddoto: “Una volta, da bambino, ero al cinema con la mia mamma e mi venne spontanea una considerazione: come parla bene italiano John Wayne!”. Poi si riallaccia alla mia domanda: “Quando sei l’attore, il personaggio lo crei e lo interpreti tu. Nel doppiaggio devi rifarti esattamente all’interpretazione originale, entrando in empatia con il personaggio-attore, riproponendo tutte le sue emozioni e ciò che lui ha creato sullo schermo. E no, non è necessario conoscere l’attore che doppierai, l’attore interpreta un ruolo e tu come doppiatore reinterpreti quel ruolo”.

Non perde mai il contatto visivo: in un momento in cui ho distolto lo sguardo per scrivere, ha richiamato la mia attenzione, perché mi stava mimando un aneddoto. Ho la conferma che la spontaneità faccia parte del bagaglio sensibile di un attore e che la carica emozionale e passionale ne siano l’humus.

Proseguo, in scivolata, sul banale e gli chiedo quanto essere attore abbia influito nella vita privata. Mi liquida con un “niente”, anche se, poi, prosegue, dicendo che ha un carattere “positivo” e che vede il bicchiere sempre mezzo pieno perché “Quando lo vedi pieno te‘mbriachi!”.

È la sua spontaneità che mi porta a addentrarmi nel privato: l’amicizia. Ci sono gli amici storici, quelli che si contano sulle dita di una mano, e poi ci sono alcuni colleghi, con i quali vi è un’affinità elettiva e lavorativa. Con alcuni di essi condivide le ferie ma: “senza obbligo di frequenza, già stiamo insieme tutto l’anno a lavora’”.

Non mi arresto e proseguo per capire quanto i ricordi siano di conforto. Mi mostra la sala: i suoi oggetti e i vari premi convivono con gli oggetti che furono di De Angelis, nella cui casa vive in affitto da tre anni e che chiama museo emotivo. I ricordi, mi dice, si affacciano talvolta inaspettatamente, e lui, contento e allibito, li osserva: ognuno di essi apre una finestra sul passato, dove altri si affacciano, si legano fra loro, regalandogli la misura della vita intensa, che ha vissuto. Cosa vuol fare da “grande”, Roberto Chevalier: vuole avere una vita serena e in salute. È pienamente consapevole che sia difficile da ottenere, ma ci sta studiando.

La curiosità della sensazione di cosa si provi nell’udire la propria voce uscire dalla bocca di un altro, trova soddisfazione in una sua risposta veloce: “nessuna in particolare: provando l’emozione del personaggio, ti senti quel personaggio“.

Viva la “semplicità”, un biglietto da visita che pochi possono mostrare.

Foto per gentile concessione di Roberto Chevalier