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Io sono fatto delle mie canzoni: un caffè con il cantautore Stefano Barotti

DiSelenia Erye

Mag 19, 2022

La musica gli scorre nelle vene da sempre e per lui è impossibile non seguire la corrente, non dare sfogo a ciò che scaturisce dall’ispirazione. Stefano Barotti è un cantautore originario della provincia di Massa Carrara, che porta la sua arte e le sue emozioni tradotte in musica, in varie parti del mondo. Ha iniziato giovanissimo a comporre ed a suonare e non ha mai smesso, vivendo una continua evoluzione che lo ha portato a collaborare con molti grandi artisti del panorama nazionale ed internazionale. Ha uno stile suo, personale, che arricchisce ogni volta, regalando all’ascoltatore emozioni sempre nuove. Un uomo dall’animo nobile, un sognatore e, allo stesso tempo, un combattente che ha inseguito il suo sogno e non si è mai arreso.

Stefano, può raccontarci quando è nata la sua passione per la musica?

Durante l’adolescenza, a 16 anni. Mi invase un amore incondizionato per Bob Marley e la sua musica ed è stato proprio lui a portarmi in questo mondo magico. Ho iniziato a suonare la chitarra e quasi subito a scrivere canzoni…pessime canzoni, all’inizio.

Cosa la colpiva e la colpisce di più delle dinamiche della vita che la portano a comporre?

Per me è sempre stato un bisogno. E finché rimarrà tale e sincero, credo che continuerò a scrivere. Penso che ci sia un velo che nasconde quello che pensiamo, proviamo e sentiamo. Le canzoni, la musica, quel velo riescono a spostarlo e a portarci in qualche modo alla bellezza e la verità. Un tempo ogni cosa, ogni esperienza o sensazione mi spingeva a scrivere canzoni: era il mio vocabolario, un mio linguaggio esclusivo per poter parlare con gli altri e sentirmi parte di questo mondo. Oggi un po’ di quella verginità creativa l’ho persa e scrivo con un po’ più di esperienza, ma resto un bimbo che si incuriosisce e si stupisce davanti ad ogni cosa che valga la pena raccontare.

Lei è un cantautore di successo, molto seguito e prolifico. Può raccontarci com’è stato il suo percorso artistico?

Prolifico e seguito sì, di successo molto meno. All’inizio mi dedicavo molto ai testi e meno alla musica, col tempo credo di essere riuscito a farli camminare insieme, più in parallelo. Spesso le mie canzoni nascono proprio da un’idea musicale che poi cresce appena inizio a metterci le parole sopra. A vent’anni sono arrivate alcune soddisfazioni, alcuni riconoscimenti e incontri come quello con Ennio Melis, Mogol ed altri che mi hanno dato fiducia in quello che stavo facendo. Allo stesso tempo mi hanno permesso di maturare un io critico che mi ha portato a non fermarmi. Cercare sempre la prossima canzone mettendo in discussione l’ultima scritta. A 25 anni ho registrato il mio primo disco negli Stati Uniti per la produzione di Jono Manson, e da lì è iniziata una lunga avventura che, ancora oggi, mi fa sentire vivo.

Quali crede siano i problemi più grandi oggi per un cantautore come lei?

 Ma sa che non lo so? In realtà credo che il cantautore faccia parte di una razza un po’ in estinzione, o meglio, è un mestiere sempre meno riconosciuto. Certo ci sono grandi eccezioni, ma la situazione climatica nella musica non è ottimale per gli autori come me. Credo siano saltati un po’ gli schemi. Chi ascolta le mie canzoni fa parte di un pubblico molto curioso, attento e con una gran voglia di scoprire. Mentre prima la musica dei cantautori era più fruibile. Era per tutti.

Che direzione sta prendendo, secondo lei, la musica, in questo periodo storico?

Una direzione orizzontale. C’è poca verticalità. Ci siamo dimenticati del bello. Penso sinceramente che anche le grandi canzoni del passato oggi farebbero una gran fatica ad arrivare al grande pubblico. C’è molta forma, molta estetica e poca sostanza. Chi fa musica, gli artisti, i cantanti sono diventati combustibile per la tv, i Festival e i social, mentre prima era il contrario. La tv passava qualità per raccogliere pubblico.

Cosa vorrebbe cambiasse nel suo ambiente?

 Vorrei ci fosse una formula più “americana”: i musicisti in America vivono di musica. C’è un metro che va da zero a 100. Tutti lavorano, suonano. Ci sono Bob Dylan e Springsteen e a seguire gli altri. Mentre qua ci sono i grandi e a seguire il nulla.

Lei è un uomo molto introspettivo, cosa ha rappresentato per lei la musica?

Beh, la musica mi ha salvato la vita. Abbiamo avuto alti e bassi io e lei nello stare insieme, e spesso aver scelto di fare il musicista mi ha portato non pochi disagi, ma ne è valsa la pena e ho risparmiato anche un sacco di soldi di analisi. Non so immaginarmi senza musica. Io sono fatto delle mie canzoni.

Quali sono i suoi progetti futuri?

Sto collaborando con amici musicisti americani, Jono Manson e Joe Pisapia su alcuni progetti. Ho messo in cantiere un nuovo disco ma devo capirne ancora la direzione artistica. Ho già le canzoni da mettere insieme e la pre-produzione è già in corso. Sto lavorando anche sui live che vorrei fossero di più. Proprio per questo sto facendo scelte di formazione sul palco per alzare la qualità del concerto. La band, i musicisti con cui suono mi piacciono molto. C’è una bella energia.