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Diari Toscani

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Carrara: l’ultimo giorno della stazione di San Martino

DiLuigi Giovanelli

Mar 16, 2022

Era rimasta in attività per oltre 100 anni e il giorno in cui fece partire il suo ultimo treno, che era anche l’ultimo viaggio della ferrovia marmifera, furono tantissimi i carraresi che accorsero a salutare i ferrovieri, i macchinisti, il personale di servizio e anche lo storico treno e la piccola stazione cittadina.

Era il primo marzo 1969: la ferrovia marmifera di Carrara chiudeva per sempre i battenti e questo, inevitabilmente segnava la chiusura della stazione di San Martino. I tempi gloriosi della sua creazione erano lontanissimi, specie per la memoria, sempre a breve termine, dei carraresi. A volerla, a suon di proteste e manifestazioni, erano stati i cittadini e soprattutto gli imprenditori del marmo, che intravedevano le possibilità del trasporto dei blocchi su rotaia. Le proteste erano nate, sia a Massa, sia a Carrara, nel 1861, quando era stato presentato il piano di costruzione della linea ferroviaria statale Pisa-Genova che prevedeva le due stazioni cittadini, ma che le collocava in aree, all’epoca, molto decentrate – quelle in cui si trovano tuttora.

Nei piani della linea chiamata Tirrenica era stata già prevista la costruzione della diramazione Avenza-Carrara per facilitare il collegamento tra la stazione e il centro della città, mentre per Massa non era stato ipotizzato alcun tipo di collegamento. Entrambi i comuni fecero richiesta di una variazione della linea che spostasse molto più verso monti le due stazioni mediante la costruzione di una galleria sotto la collina di San Lorenzo. Nonostante le accese proteste degli apuani, il ministero dei lavori pubblici non accolse nessuna istanza e proseguì con il piano originario e nel 1862, a distanza di pochi mesi, una dall’altra, vennero aperte le stazioni di Massa e di Carrara-Avenza. Le manifestazioni di malcontento dei carraresi furono tali da pregiudicare seriamente la realizzazione del collegamento tra il centro e la stazione, che il ministero aveva classificato come inutile e oneroso e per riuscire ad ottenere il via libera ai lavori fu necessario, per l’amministrazione cittadina, chiedere l’interessamento del generale carrarese Domenico Cucchiari, eminente figura del Risorgimento italiano all’epoca senatore del regno d’Italia. E fu proprio grazie a Cucchiari che nel 1863 iniziarono i lavori per la tratta di circa cinque chilometri che avrebbe collegato la stazione di Avenza con la periferia di Carrara.

La nuova stazione aprì i battenti il 10 settembre del 1866 e, inizialmente, si chiamava Carrara-Città, ma proprio per volontà dello stesso Cucchiari venne denominata Carrara San Martino, in onore della battaglia omonima nella seconda guerra di indipendenza, nella quale il generale Cucchiari si era distinto tra gli artefici della vittoria. Con la successiva costruzione della privata ferrovia marmifera, la stazione di San Martino divenne lo snodo che collegava il trasporto dei blocchi fino al porto e cominciò a dotarsi di strutture specifiche per il traffico merci, tra le quali anche una gru per il carico e scarico.

Tra alterne vicende e il drammatico passaggio della Seconda guerra mondiale la linea Carrara-San Martino riuscì a sopravvivere fino al 1970: passò da una media mensile di blocchi in transito di 40 mila tonnellate a poche centinaia e poi a zero, dall’ipotesi di ampliamento con un secondo binario, ad essere considerata un ramo secco, da tagliare via. Nessuno degli amministratori che ricevettero l’ordine di soppressione della linea da parte del governo, intuì il potenziale turistico che avrebbe avuto il mantenere in servizio un collegamento ferroviario che dal mare arrivava nel cuore delle cave e così, il tracciato rapidamente sparì. Della stazione di San Martino è rimasto in piedi, se pur nello stato di più grave abbandono, l’edificio con le sale di aspetto e gli uffici. La gloria della celebre battaglia del 1859 che tanto il generale Cucchiari aveva voluto celebrare è rimasta nel toponimo del quartiere che ha preso il nome della stazione, anche se quasi nessuno, oggi, saprebbe dirne l’origine.

© Foto Archivio Michelino