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Diari Toscani

Giornale di cultura, viaggi, enogastronomia e società

Due “cararini” a Milano

DiMichela Viti

Feb 27, 2022

Ormai circa vent’anni fa, per cure che mio marito doveva fare al Besta (non voglio scendere in particolari, perché ancora mi fa male), ci si dovette trasferire a Milano, in un residence, per una ventina di giorni. Il posto non era male, anche se un po’ soffocante: il tutto si riduceva a una camera, bagno e cucinino. Ma ci accontentammo anche perché era proprio vicino all’ospedale ed era un grande vantaggio poterci andare a piedi. La particolare cura a cui doveva sottoporsi mio marito, era supervisionata dalla fantastica dottoressa Ida Milanesi, purtroppo scomparsa in un incidente ferroviario qualche anno fa. Mio marito, devo dire, con i medici del Besta aveva un feeling eccezionale, specialmente con la dottoressa Milanesi e con il dottor Marras (che oggi lavora all’ospedale Bambin Gesù di Roma). A loro si affidava, semplicemente. E poi non si arrendeva mai, tanto che si era creato una sorta di microcosmo nella metropoli. In pochissimo tempo aveva individuato tutto quello che gli serviva: edicola, bar, supermercatino. Così il ragazzo del bancone del supermercato gli teneva da parte quello che lui ordinava il giorno prima, l’edicolante gli conservava i suoi giornali preferiti e il cameriere del bar gli serviva quello che desiderava, senza che lo chiedesse. Era davvero empatico, come si dice oggi. Io mi stancavo anche solo a stare nella sala d’attesa del Besta e a fare quelle due cose nel residence. Però avevo fatto amicizia con la cameriera Corazon, che mi lasciava più detersivi perché io, diceva, pulivo bene e lei aveva meno da lavorare. Carlo non voleva rimanere chiuso in casa e nei pomeriggi in cui non doveva fare la terapia, girovagavamo per Milano, finendo, però, quasi sempre, negli stessi posti, a causa della nostra inesperienza. In genere visitavamo la Galleria e dintorni. Era la fine di novembre quando arrivammo e a Milano faceva davvero un freddo becco. Ma per Carlo non contava affatto: dovevamo uscire. La domenica, non essendoci la cura, era un’intera giornata da riempire con qualcosa da fare. Leggemmo sul giornale che a Milano c’era una mostra dedicata a Che Guevara: Carlo comprò una cartina della città, individuò il posto, e subito partimmo. La mostra era vicino a Brera, in una zona molto bella, lontana dalla nostra postazione. Io mi emozionai come una cretina alla vista della Poderosa (la moto del Che) e lui: “E dai che a n’è q’la vera!” (E dai, che non è quella vera). E anche vedendo la giacca del Che e tanti altri cimeli. Carlo uscì fuori dalla mostra con delle foto e un libro per la figlia di un nostro caro amico, la quale, mi ha detto che, ancora, lo conserva con emozione. Andammo a pranzo in un bel posto, caro come la peste, ma, per Carlo, i soldi erano una sorta di optional, tanto i conti toccavano a me. Comunque, l’apice di quella avventura fu l’autogrill. Andando molto spesso in Galleria e altrettanto da Mondadori, ci domandammo come mai, nel centro di Milano, non ci fosse una libreria Feltrinelli, che avremmo preferito. Ostinato come era la individuò, e scoprì che era proprio lì, in Galleria, ma noi non l’avevamo notata. Una domenica pomeriggio partimmo decisi a trovarla. Chiedemmo indicazioni a un passante che ci rispose che la Feltrinelli era sotto all’Autogrill. Noi restammo stupefatti: “Lù chì ì è sem, l’Autogrill è nelle autostrade!”. (Questo è scemo, l’Autogrill è nelle autostrade). Chiedemmo a un altro signore che, ugualmente rispose: “Sotto l’Autogrill”. Altr sem (Un altro scemo). Un vigile si impietosì e si avvicinò a noi indicando un punto nella galleria: “Signori, quella è l’Autogrill e sotto c’è la libreria Feltrinelli”. Avremmo voluto sprofondare! Ma, finalmente, la Feltrinelli era nostra e bella come l’avevamo immaginata. Facemmo provvista di libri e comprammo anche una cartolina che raffigurava Totò e Peppino nel famoso film in cui vanno a Milano con tanto di galline. La cartolina non la mandammo ai parenti carrarini, che avrebbero di sicuro criticato, ma a quelli romani che, di certo, avrebbero potuto capire assai poco della nostra avventura. Provinciali sì, ma non proprio del tutto scemi. Per scusarci con il signor Autogrill si pranzò da lui.

© Foto di Michela Viti