La via Nuova si trova nel centro storico Carrara, tra la Piazeta (piazza delle Erbe) e piazza Alberica. Carlo ed io ci andammo ad abitare appena sposati. Entrammo nella nuova casa il era il 30 novembre 1981 e, all’epoca, in quella zona della città, tutto era molto popolare, quasi naif. Il caso volle che, il giorno stesso in cui traslocammo, sulle scale, incontrassi il Beri Beri (Emilio Giorgi all’anagrafe), uno degli attori dialettali con cui avevo condiviso ben due commedie e molte recite de “I Chorus e le voci”. Con grande sorpresa scoprii subito che il Beri Beri era il mio dirimpettaio. La porta di fronte alla nostra si aprì e comparve la fantastica Lisi con un bel sorriso. E io, ricordando di aver fatto la parte della moglie del personaggio di Beri Beri, mi presentai dicendo: “Piacere sono la moglie di suo marito!”. E lei: “Si lo so, piacere!”.
Le finestre della camera da letto e della sala guardavano su via Nuova, mentre quelle di cucina e della camera di mio figlio si affacciavano su Vicolo Pisano, praticamente sul retro di Palazzo Sarteschi.
Allora, nel palazzo di fronte al primo piano abitava una signora molto anziana, Maria, che stava tutto il giorno appoggiata al davanzale, che era proprio di fronte a casa nostra, su una specie di cuscino “paragomiti”. Era molto simpatica e “socievole”. “Com t’t’ ciam? Ah t’ sen d’Viti d’ Via Zibilina! A conos ben! E ‘l tò marit? No a’n conos. E cos fat? Ah, lavorat tuti do, bravi.” ( Come ti chiami? Ah, sei dei Viti di via Ghibellina. Conosco bene. E tuo marito? Non, non conosco. E cosa fate? Ah, lavorate tutti e due, bravi) Purtroppo Maria se ne andò dopo poco tempo.
Sopra di lei abitava una coppia che aveva perso l’unico figlio alle cave e la moglie, dal dispiacere, era uscita di testa. Teneva, spesso, le finestre chiuse, a volte anche in estate e questo voleva dire che stava male. Una volta la sentii piangere disperata. Mi affacciai alla finestra e ascoltai il suo sfogo col marito: “A son propi v’nuta sema! Mir cos a t’ò fat??? A i ò dat la tinta nera a le scarpe bianche, cos’ t’t’n fa d’ me!!!” ( Sono proprio diventata scema! Guarda cosa ti ho fatto! Ho dato la tinta nera alle scarpe bianche. Cosa te ne fai di me?) . La povera donna era davvero distrutta, ma il marito le rispose con molta calma: “A n’ fa gnent, al vorà dir che a i ò un par d’ scarpe nove… nere!”( Non fa niente, vorrà dire che ho un paio di scarpe nuove…nere). A me sembravano molto carini ma, molto presto, anche la moglie se ne andò lasciando solo il marito che visse per un po’ dai nipoti, un po’ a casa sua, prima di finire al ricovero e poi, finalmente, raggiungere la sua sposa.
Ancora un piano sopra c’era una coppia di “scoppiati come ghiande”. Mio marito mi aveva raccontato che lui aveva lavorato un po’ al cantiere, poi era finito in galera per una brutta storia e ne era uscito tossicodipendente, probabilmente proprio a causa della rieducazione che avrebbe dovuto fare in carcere. Lei era carina, educatissima, più giovane di lui. Fiorani, il proprietario del negozio di alimentari che si trovava a piano terra, diceva che comperavano solo candele. Stando a quel che si diceva lei lavorava in strada. Lui, invece, suonava la chitarra e cantava quasi tutto il giorno e lo faceva anche bene tanto che faceva quasi compagnia a tutti gli abitanti del palazzo, ma anche lui morì presto di Aids mentre la sua compagna svanì nel nulla.
All’ultimo piano c’era stato un cambio di coppie praticamente uguali. I primi inquilini erano stati due ragazzi molto giovani, con un bambino piccolo. Quando litigavano gettavano dalla finestra di tutto e praticamente litigavano un giorno sì e l’altro pure. Si diceva che lui fosse gelosissimo. Gli inquilini che subentrarono quando i primi litigiosissimi traslocarono, non ci fecero sentire la mancanza dei litigi. Lui era spesso ubriaco e non rientrava a casa; lei urlava di notte e chiamava i carabinieri per andarlo a cercare. Di solito lo ritrovavano addormentato da qualche parte, regolarmente con la bala (ubriaco). Non rientrava perché aveva paura della moglie che quando lo trovava in quelle condizioni, lo picchiava.
Davanti alle finestre della nostra sala abitava un’altra coppia molto giovane, con una bella bambina dai capelli scuri e ricci. Lui non lavorava, tuttavia scodellarono altre due bimbe in pochi anni. Una volta gli staccarono la luce e lui, con il suocero, prese non so dove una scala altissima e attaccò la sua corrente a qualcun altro: “A’n s’ pos’n lasar tre creature al bui…” (Non si possono lasciare tre creature al buio). E, in effetti, non faceva una grinza(una piega). Quando le cose peggiorarono, furono buttati fuori di casa perché morosi e le bimbe vennero prese in carico dai servizi sociali.
Dal lato di Vicolo Pisano, a fianco della finestra della mia cucina, c’erano case disabitate, praticamente diroccate, che avevano l’ingresso in via Ghibellina: era il regno del Lucchese, che le “affittava” ai primi immigrati anche se non erano sue.
Mi capitò, una volta, di comperare sulla spiaggia una “vera finta Lacoste” grigia. Al venditore ambulante chiesi di poterla guardare bene a casa, allo specchio. Gliela pagai, ma, rimanemmo d’accordo che lui mi avrebbe fatto la cortesia di ripassare il giorno dopo ed eventualmente, di cambiarmi la maglia se non fosse andata bene. Lui, gentile mi disse: “Tranquilla signora bionda!”. La “vera finta Lacoste” andava bene, quindi la sera la lavai e la stesi dalla finestra della cucina e, proprio in quel momento, dalla fioca luce di una candela del semidistrutto palazzo a fianco, si levò una voce: “Va bene la maglia, signora bionda?”. Il venditore ambulante era un affittuario del Lucchese.
Questa era la via Nuova, un altro luogo di cui mi sono innamorata.
© Foto Archivio Michelino

