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Esploratori urbani: quel che resta della base Nato sul monte Giogo

DiMichele Scuto

Nov 24, 2021

Esploratori urbani, la nuova rubrica di Diari Toscani

Il fascino dei luoghi abbandonati che quasi sempre rimandano echi della vita passata in essi, la ricerca di percorsi dimenticati, superati, perduti, ma, non per questo, meno suggestivi. Il tentativo, a volte estremo, di riaccendere i riflettori su meravigliose ricchezze sepolte nella memoria, e, spesso, nell’incuria colpevole di varie realtà. È questo il nuovo viaggio che intraprenderà da oggi Diari Toscani grazie alla curiosità e alla penna di Michele Scuto e alle immagini di Micol Giusti: un viaggio fuori dai percorsi standard del turismo, fuori dalle consuetudini, fuori dall’ordinario per aggiungere un pezzetto in più di stupore al lettore- visitatore di Diari Toscani.

Ci sono luoghi che rimangono fermi nel tempo, abbandonati e condannati a diventare macerie di un passato di cui ci resta un accenno osservando le loro mura decadenti. Camminando tra quelle macerie, abbiamo immaginato di poterli vedere per come erano, di poter toccare quel passato ormai lontano attraverso una sfera del tempo. Osservandoli attraverso i loro vetri, riusciamo a ricostruirne la storia: dalla creazione al declino, e a ritrovare la speranza di poterli recuperare, dando loro un’altra possibilità.

Il luogo della prima esplorazione si trova nel comune di Comano, a 1518 metri sul livello del mare, precisamente sulla sommità del monte Giogo, dove si trova la ex base NATO Troposcatter “Livorno”.

La base, posizionata sull’appennino tosco-emiliano, faceva parte di un link strategico per le radiocomunicazioni nell’ambito Nato, denominato ACE-HIGH Network. È stata in attività dal 1960 al 1994 e, ad oggi, suscita un fascino particolare che attira e inquieta allo stesso tempo, con le sue quattro grandi parabole che si alzano verso il cielo nel più assoluto silenzio. È incredibile pensare che quassù, in un’area recintata di circa 18 mila metri quadri, vivessero e lavorassero dai 13 ai 18 militari, compresi ufficiali e sottufficiali, impegnati a intercettare comunicazioni criptate durante la guerra fredda.
Ancora più sorprendente è pensare che proprio qui utilizzassero una tecnologia avveniristica molto simile a quelle che oggi, 60 anni dopo, utilizziamo tutti noi. La struttura e i mezzi sono, purtroppo, abbandonati al logorio incessante del tempo che scorre.

La comunicazione passava attraverso una rete fatta di snodi, ciascuno di essi fondamentale, che partivano dalla Norvegia e arrivavano fino in Grecia, rimbalzando il segnale dalla Germania alla Francia. La chiusura di questa rete è avvenuta in Italia tra il 1994 e il 1995.

Nelle vicinanze della base si viene pervasi dalla sua storia e si ha quasi l’impressione di vedere i militari ancora operativi. Nella parte superiore, tra le quattro grandi parabole di circa 20 metri di diametro e una superficie di quasi 320 metri quadri, si trova un fabbricato in cui erano posizionati gli apparecchi radio con tanto di cabine. Scendendo poco sotto si incontrano altri due fabbricati in cui c’erano generatori di corrente e gruppi di continuità oltre a un locale ricovero con la centrale di alimentazione dell’Enel e una palazzina logistica. Nella parte più bassa c’è un grande fabbricato all’ingresso, più grande degli altri, che ospitava il posto di guardia della polizia militare, le camere, i bagni, le cucine, il refettorio e un seminterrato con garage.

Ad oggi, purtroppo, la base risulta completamente abbandonata a se stessa. Molti anni dopo la sua dismissione la sezione ARI di Parma (Associazione Radioamatori Italiani), ha ottenuto dalla competente agenzia del demanio la gestione con l’impegno di ristrutturarla. In particolare si è costituito il Gruppo Scatter Monte Giogo, con la funzione di gestire l’iniziativa che tendeva a rivalutare storicamente e tecnicamente le infrastrutture rimaste, con il progetto di riutilizzare l’impianto di antenne e renderla centro studio e sperimentazione, area esposizione, area convegni e manifestazioni.

Uno degli autori di questa rinascita è stato Paolo Romanini, IW4AID, esperto nazionale di balistica e radioamatore. Sotto la sua guida e del gruppo da lui creato il sito venne ripulito, bonificato e ristrutturato nelle sue parti essenziali con l’ambizioso progetto di farne un museo della Guerra Fredda e di ospitare moderne tecnologie di comunicazione.

Il Parco nazionale dell’Appennino della zona ha ottenuto, di recente, la concessione demaniale e ha come primo obbiettivo quello di sistemare la strada che porta alla base, per far sì che tutti possano raggiungere quello straordinario punto di osservazione sulle Apuane e sulla costa di La Spezia. Tuttavia, bisogna ricordare che tutti i progetti presentati in passato, pur suscitando grande entusiasmo, non sono stati portati a termine, dato che le strutture sono in un evidente stato di abbandono, per cui non resta che sperare che la nuova gestione sia in grado di dare nuova vita a un vecchio gioiello tecnologico, simbolo della storia recente del paese.

© Foto di Micol Giusti