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Il castello del Capolavoro: il misterioso passaggio di Dante a Fosdinovo

DiVinicia Tesconi

Apr 1, 2021

Le prove ci sono, e sono anche tante, ma sono talmente intessute di leggende e di dicerie tramandate per secoli, che non dissipano il mistero sulle ragioni che hanno portato Dante Alighieri a trascorrere parte del suo esilio da Firenze in Lunigiana e soprattutto a riprendere e a concludere la sua monumentale opera, proprio con lo sguardo sulle Apuane. I documenti dicono che il 6 ottobre del 1306 Dante era in Lunigiana. Arrivava da Verona ospite degli Scaligeri, i signori della città, che, per intrecci di matrimoni combinati, erano imparentati con i Malaspina, i marchesi della Lunigiana. Una ragione sicuramente era anche quella, ma non solo. Ufficialmente a portare Dante nelle terre della luna e del marmo fu l’incarico di ambasciatore affidatogli dal marchese Franceschino di Mulazzo dello “Spino Secco”, per fare da mediatore con il vescovo-conte di Luni contro il quale, ormai da anni, tutti i Malaspina erano in guerra per il controllo dei diritti feudali di alcuni territori. Dante riuscì brillantemente a concludere il trattato di pace che prevedeva l’accettazione delle condizioni anche da parte di Corradino Malaspina marchese di Villafranca e Moroello di Malaspina marchese di Giovagallo, nipoti di Franceschino. E qui comincia il mistero.

Moroello era un noto guelfo nero. Feroce e violento protagonista della battaglia di Campo Piceno nella quale, alla guida delle truppe nere aveva fatto strage dei guelfi bianchi. Quelli a cui apparteneva Dante. Una sconfitta amara per Dante perché causò il crollo del suo partito, tanto da parlarne nel XXIV canto dell’Inferno definendo Moroello “un lampo venuto dal Magra”. Dante non poteva certo condividere le posizioni del Malaspina e sebbene avessero un importante amico in comune, anche lui ospite nelle terre lunigianesi, il poeta Cino da Pistoia, resta sempre difficile comprendere la ragione che spinse Dante ad accettare l’ospitalità di un suo nemico giurato. Nella Divina Commedia i richiami ai Malaspina e alla Lunigiana sono molteplici in tutte le tre cantiche, pur tuttavia, non sempre di chiarissima interpretazione, ma di certo un legame forte tra il sommo poeta e i marchesi della Lunigiana, compreso Moroello, doveva esserci, tanto è vero che addirittura Boccaccio si spinse ad affermare che proprio al sanguinario marchese di Giovagallo fosse dedicato il Purgatorio. Il mistero sull’amicizia tra Dante e Moroello diventa ancora più fitto in relazione al ruolo che il Malaspina avrebbe avuto nel motivare Dante a completare la Comedìa. E’ sempre Boccaccio che fa ipotesi sull’evento, raccontando del ritrovamento, nella casa di Dante di documenti che avrebbero potuto servirgli per contestare la confisca dei beni che aveva subito con la condanna a morte, tra i quali ci sarebbero stati anche sette canti dell’Inferno scritti in latino. Il plico di carte, inviato in blocco a Moroello, fece scoprire a quest’ultimo l’entità dell’opera a cui Dante stava lavorando e lo spinse a caldeggiare vivamente la continuazione del lavoro. E il ritrovamento insperato venne letto da Dante come un segno divino per arrivare fino alla conclusione dell’opera e fu anche la svolta che lo portò a preferire la lingua volgare a quella latina, in cui in origine l’Inferno era stato scritto. Avvolto nel mistero è anche il luogo in cui Dante decise di fermarsi per riprendere la stesura della Comedìa. Su questa informazione, in realtà, non ci sono attestazioni ufficiali che confermino la presenza di Dante in uno dei sei castelli della Lunigiana che, da sempre, rivendicano il suo passaggio. L’ipotesi più probabile è quella che i due soggiorni lunigianesi Dante li abbia trascorsi nel castello di Mulazzo e in quello di Fosdinovo. Proprio a Fosdinovo, Dante sarebbe stato ospite di Moroello e avrebbe ripreso a scrivere i suoi versi.

Il castello di Fosdinovo, costruito nella seconda metà del 1100, è tra i più belli e meglio conservati della Lunigiana e da sempre contempla, nel giro turistico al suo interno, anche una stanza di Dante che, tuttavia, non è confermata da nessuna attestazione ufficiale; anche il pensiero di D’Annunzio che vede il Sommo Poeta in una delle torri del castello di Fosdinovo, ispirato a immaginare l’Inferno dalla vista delle aspre vette delle Apuane infuocate dalla luce rossa dei tramonti, non può che restare una bellissima suggestione.

Di certo, dunque, restano solo le parole del poeta che descrive la terra della Lunigiana nel Paradiso mostrando l’affetto che ad essa lo legava: “Di quella valle fu’io litorano . Tra Ebro e Macra, che per cammin corto Parte lo Genovese dal Toscano”. Là, in quella terra di mezzo di culture, di interessi e di genti diverse dove il capolavoro di Dante giunse a conclusione.