Carmina sublimis tunc sunt peritura Lucreti, exitio terras cum dabit una dies.
OVIDIO, Amor. I, 15, 23
Atomi come lettere, lettere come atomi
Andrea Moro rilegge Lucrezio e scopre che il poeta latino aveva già capito come funziona il linguaggio e, forse, l’universo. Chi scrive queste note ha percorso un itinerario non dissimile da quello che il libro di Andrea Moro ripropone: prima il latino e il greco come educazione al pensiero, poi la linguistica, quando non era ancora la mappa di un territorio condiviso ma l’esplorazione di una frontiera. Non erano i dati a mancare perché la linguistica ne raccoglie ed elabora da sempre: mancava il cervello. Dei suoi rapporti con il linguaggio si poteva ragionare solo per via indiretta, dalle lesioni e dagli errori, perché non esisteva ancora il modo di guardare un cervello sano mentre lavora. Insegnare neurolinguistica, forse tra i primi in Italia, è stata una forma di fedeltà a quell’intuizione, e un orgoglio discreto per aver seminato entusiasmo in studenti che quella frontiera l’hanno poi attraversata davvero. Leggere Moro, perciò, è stato più che scrivere una recensione: un riconoscimento, e un po’ anche un ritorno.
Un capovolgimento geniale
Ci sono libri che aprono una finestra dove prima c’era un muro. Lucrezio e il pipistrello dagli occhi azzurri. L’universo spiegato con l’alfabeto (La nave di Teseo, 184 pp.), del neurolinguista Andrea Moro, (docente allo IUSS di Pavia e alla Normale di Pisa), uscito prima in inglese per la MIT Press, è uno di questi. Breve, denso, nato durante il lockdown da una rilettura integrale del De rerum natura, compie un’operazione all’apparenza semplice e in realtà vertiginosa: mostrare che un poeta latino del I secolo a.C. aveva intuito alcune delle idee più fertili della linguistica contemporanea.
Di solito, nella storia del pensiero, è la fisica a fare da modello per il linguaggio. Lucrezio fa l’opposto: usa l’alfabeto per spiegare la materia. Gli atomi si combinano come le lettere: pochi elementi primitivi che, permutato ordine solo, generano tutto ciò che esiste. Non è un gioco retorico: la lingua latina glielo consente, perché elementum, come il greco stoicheîon, significa insieme “costituente della materia” e “lettera dell’alfabeto”. Da lì discendono due corollari modernissimi: le proprietà emergenti (l’aggregato possiede qualità che nessun atomo ha da solo: colore, calore, vita) e una tesi quasi darwiniana, che le orecchie non sono “venute al mondo” per sentire. Il linguaggio, di conseguenza, non è nato dall’esigenza di comunicare: è emerso, e poi ha reso possibile la comunicazione, e molto altro. Ciò che conta, insiste Moro, non sono gli ingredienti, ma le relazioni: Caino uccise Abele e Abele uccise Caino usano le stesse parole e raccontano storie opposte. È la sintassi a produrre il senso, la sintassi, che è il dono più straordinario dell’evoluzione umana, perché ci permette di generare esperienze mai vissute. «Solo noi esseri umani abbiamo la fantasia, perché solo noi abbiamo la sintassi».
I confini di Babele
Il salto più audace è l’accostamento a Chomsky, di cui Moro è stato allievo, fondamentalmente ancorato a tre aspetti: l’innatezza (per Lucrezio il linguaggio è istinto anteriore alle lingue storiche); i limiti delle combinazioni possibili; l’origine improvvisa. Il secondo punto (che è anche la scoperta scientifica di Moro): le lingue impossibili. Negli esperimenti di neuroimmagine di Zurigo e Amburgo, di fronte a grammatiche fondate sull’ordine lineare, anziché sulla gerarchia, i circuiti del linguaggio si disattivano e subentrano reti non linguistiche. Esiste una “retina grammaticale” che ci fa vedere solo una fetta delle grammatiche possibili, e ignora il resto così come l’occhio ignora gli infrarossi. Lucrezio lo aveva presentito: le combinazioni sono infinite, ma non di infiniti tipi.
Il terzo punto spiega il titolo. Il pipistrello, quel “topo con le ali” che nell’immagine di Moro non ha antenati a mezza via, sta per il salto in blocco: l’ala o c’è o non c’è, e così la grammatica, fiorita nel cervello per mutazione strutturale e non per gradi. Gli occhi azzurri raccontano la storia complementare: una sola mutazione, in una sola persona vissuta diecimila anni fa presso il Mar Nero, poi diffusa in milioni di individui.
Due digressioni: Ginevra e l’India
Qui la recensione si permette due passi fuori dal libro. Il primo verso Saussure, che di Lucrezio non parla, ma ne è, in un senso preciso, l’erede: l’idea che il valore di un elemento non stia nella sua sostanza, ma nella sua posizione dentro un sistema è la traduzione novecentesca del permutato ordine solo. Il secondo, più lungo, verso l’India. Perché l’analogia lucreziana, in Oriente, era già disponibile, addirittura, doppiamente. Kaṇāda, fondatore della scuola Vaiśeṣika (200 a C-100 p C) aveva scomposto la materia in atomi indivisibili (paramāṇu) che si aggregano in diadi e triadi; e Pāṇini, nel IV secolo a.C., aveva fatto della lingua ciò che Lucrezio si limitò a immaginare: un sistema finito di regole ordinate, con marcatori metalinguistici e principio di economia, capace di generare tutte e sole le forme corrette del sanscrito. Chomsky vi ha riconosciuto un precursore sul piano della tecnica formale (non dell’ipotesi cognitiva) e Frits Staal ne ha mostrato la parentela con le grammatiche generative. L’ironia della storia è che l’India possedeva entrambi i termini dell’equazione, atomismo e grammatica algoritmica, senza saldarli in una sola immagine; Lucrezio, che non aveva né l’uno né l’altra in forma tecnica, li fuse in una metafora che il Novecento avrebbe verificato in laboratorio.
Una domanda che resta aperta
Il libro si chiude sull’interrogativo che Lucrezio aveva lasciato sospeso, terminando il poema con la peste di Atene: la ragione basta a toglierci la paura? Moro non risponde, e fa bene, perché quella domanda «supera la scienza e la filosofia». Ciò che resta, alla fine di 184 pagine, è la meraviglia: che un poema di duemila anni fa contenga semi di Chomsky, di Darwin, delle neuroscienze. E che il linguaggio, quelle lettere che ricombiniamo ogni giorno senza pensarci, sia forse la chiave non solo per comunicare, ma per capire che cosa siamo.
Andrea Moro, Lucrezio e il pipistrello dagli occhi azzurri. L’universo spiegato con l’alfabeto, La nave di Teseo, 184 pp., € 18.
