C’è un momento nella vita in cui cominci a notare che un genitore non cammina più nello stesso modo, che impiega più tempo ad alzarsi e che, a volte, perde il filo delle conversazioni. Insiste nel coprirsi con lo stesso giubbino di sempre, come se, in quel giubbino consumato, nascondesse i suoi anni migliori. Nel 1969, un cantautore italo-argentino di 24 anni, Piero Antonio Franco de Benedictis, conobbe il giornalista José Tcherkaski, argentino e figlio di immigrati russi. Entrambi condividevano il desiderio profondo di rendere omaggio alla figura paterna. Passarono dieci giorni interi a parlare e a cercare l’ispirazione, finché José ritrovò una poesia intima che aveva scritto anni prima, dedicata alla memoria di suo padre, Mario Tcherkaski.
Mario era un immigrato arrivato in Argentina per fuggire dalla povertà. Lavorava come venditore ambulante e percorreva chilometri e chilometri ogni giorno sotto il sole, trascinando un pesante carretto per vendere abiti, porta a porta. Portava dentro di sé la tristezza di un lungo peregrinare, il dolore per aver lasciato la propria terra e la solitudine di quelle interminabili ore trascorse agli angoli delle strade, aspettando una vendita che gli permettesse di mantenere la sua famiglia. José perse suo padre quando aveva appena 14 anni e affidò quel dolore alla carta. Leggendo quei versi, Piero prese la chitarra e compose la melodia definitiva in soli dieci minuti.
Mario Tcherkaski, il padre di José, non arrivò mai ad ascoltarla. Ma quando Piero corse a cantare la canzone a suo padre, per la prima volta, quell’uomo si ritirò in cucina, avvolto nel silenzio più profondo. La canzone Mi viejo (Il mio vecchio) è una delle espressioni più pure dell’amore verso quegli esseri così amati che sono i nostri genitori, i nostri nonni. Anche quando forse non li abbiamo più accanto, o quando non sono più fisicamente con noi, questa canzone continuerà sempre a farceli ricordare con lo stesso amore di sempre.
